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La Grande Storia del Mondiali: Argentina 1978

Sottoscritto da: Biancocelesti Data: Lunedì 23 Giugno 2014, 09:31:03 Visualizazioni: 2224
Sommario: Le qualificazioni per l’undicesima edizione del mondiale iniziarono nel 1976. L’Argentina sapeva da 10 anni che avrebbe ospitato la manifestazione, ciò nonostante i lavori, ancora nel 1977 per le varie sedi procedevano a rilento...

di Cesare Gigli


Capitolo 1

Le qualificazioni per l’undicesima edizione del mondiale iniziarono nel 1976. L’Argentina sapeva da 10 anni che avrebbe ospitato la manifestazione, ciò nonostante i lavori, ancora nel 1977 per le varie sedi procedevano a rilento. Ma un fatto drammatico, per la nazione sudamericana, era nel frattempo accaduto: un colpo di stato aveva deposto il regime peronista di Isabelita, ultima moglie di Juan Peron, e proclamato, tramite un fantomatico “processo di riorganizzazione nazionale”, una dittatura militare che, partendo dall’anticomunismo, aveva perseguitato in maniera feroce tutti gli oppositori del regime.
Alcune nazionali (in special modo l’Olanda) pensarono anche di boicottare l’edizione dei mondiali, ma alla fine ci ripensarono: la pubblicità di una mancata partecipazione avrebbe dato al regime argentino ancora più visibilità. Il boicottaggio si fermò così solo ad alcuni giocatori: forse Crujiff (anche se non è assolutamente detto: come vedremo, le ragioni saranno diverse), forse Van Hanegem, di sicuro il maoista Paul Breitner.

Ma cominciamo dall’inizio: l’edizione, che sarebbe stata la fotocopia esatta di quella del 1974, con tanto di gruppi di seconda fase, e con lo stesso numero di posti riservati alla varie federazioni continentali (quindi con lo spareggio tra Europa e Sudamerica per decidere il sedicesimo partecipante), vide l’iscrizione di 106 nazionali: per la prima volta si era superato il fatidico numero di 100.
Per la zona Asia/Oceania, una fase eliminatoria cui parteciparono 21 squadre vide prevalere alla fine l’Iran, al debutto in una fase finale dei mondiali. Paradossalmente, anche quella nazione stava attraversando una grave fase politica, con le proteste verso lo Scià sempre più forti, e la richiesta di un regime islamista. Subito dopo la partecipazione ai campionati, la situazione sarebbe degenerata.

L’Africa ebbe addirittura 26 nazionali iscritte; prevalse la Tunisia, che confermava così il suo buon momento, iniziato con il quarto posto nella coppa continentale di due anni prima. Anche per la nazionale africana si trattava di un debutto nella fase finale del mondiali.
La coppa continentale della CONCACAF (Nord e centro America) del 1977 assegnò invece il posto per questa federazione, esattamente come quattro anni prima. E, come quattro anni prima, a meritarsi il posto fu il Messico. Singolare la storia di questa nazionale, quasi sempre presente ai mondiali, ma mai protagonista se non nell’occasione dei mondiali di casa.

Per il Sudamerica, assegnato all’Argentina il posto di diritto in quanto nazione ospitante, le qualificazione vennero fatte organizzando tre gruppi da tre squadre ciascuna: le vincenti avrebbero disputato un gruppo finale, dove l’ultima qualificata avrebbe “spareggiato” l’ultimo posto con la squadre Europea designata. A qualificarsi immediatamente furono Brasile e Perù, con L’Uruguay immediatamente fuori dai giochi: triste destino per una nazionale due volte campione del mondo. La terza, che tale fu anche nel girone finale, fu la Bolivia, che avrebbe spareggiato con la squadra UEFA.
In questa federazione gli iscritti furono 32, inclusa la Germania Ovest campione del mondo e quindi già sicura di un posto in Argentina. Per le 31 squadre che si dovevano contendere 8 posti sicuri ed un posto allo spareggio con la Bolivia vennero creati 4 gruppi da 4 squadre, con partite di andata e ritorno, i cui vincitori avrebbero avuto accesso alla fase finale dei mondiali, e 5 gruppi da tre nazionali, sempre con partite di andata e ritorno; delle 5 vincitrici questi gironi, quattro (le migliori come classifica) sarebbero andate direttamente in Argentina, la quinta avrebbe spareggiato.

I Quattro gironi da 4 videro subito  un’esclusione eccellente: mentre Polonia ed Olanda vincevano il girone facilmente, e l’Austria tornava ai mondiali dopo 20 anni, per un solo punto sulla Germania Est, Inghilterra ed Italia si sfidarono in un girone dove una delle due avrebbe dovuto rinunciare ai mondiali. Ebbero la meglio gli azzurri, solo grazie alla differenza reti, avendo segnato tre goals in più dei britannici. Per la seconda volta consecutiva, i padri del calcio non si qualificavano per la manifestazione. Nei cinque gironi da tre, si confermò la Svezia, si rividero Francia e Spagna, e si confermò anche la Scozia, a discapito della Cecoslovacchia campione d’Europa in carica. Ultima, e grazie al punteggio destinata a partecipare allo spareggio, l’Ungheria, che aveva così la possibilità di tornare a far parte dell’élite del calcio. Ed in effetti andò proprio così: la povera Bolivia venne sommersa 6-0 a Budapest, e perse poi per 3-2 anche a La Paz. Le 16 squadre finaliste erano tutte determinate nel dicembre del 1977.

Quello che non era pronto era tutto l’apparato organizzativo argentino: la crisi politica aveva fatto passare in secondo piano l’organizzazione del mondiale, ma il regime di Videla si mise all’opera e riuscì a chiudere in fretta tutti i cantieri, consentendo lo svolgersi della manifestazione, anche se alcune scelte, fatte per la fretta, risultarono deleterie: alcuni campi, quello di Mar del Plata ad esempio, furono irrigati con acqua di mare e si essiccarono completamente. Dovettero essere rizollati artificialmente con risultati pessimi. Si sarebbero visti giocatori che, dopo un contrasto, rimettevano a posto la zolla che era saltata.

Si arrivò comunque nel gennaio del 1978 al sorteggio: mai cerimonia del genere fu più pilotata. Furono innanzitutto scelte 5 teste di serie per 4 gironi (oltre alla nazione ospitante ed alle tre nazionali vincitrici di coppe del mondo, fu inclusa anche l’Olanda). Queste furono poi assegnate d’ufficio ai vari gironi e, per garantire un buon afflusso di pubblico, considerando la quantità di emigrati, Italia ed Argentina furono messe nello stesso girone. Le altre fasce furono poi create in maniera tale da essere: la seconda composta dal solo tre squadre europee (Polonia, Scozia e, chissà perché al posto della Svezia, la Spagna, forse per motivi di vicinanza linguistica con l’Argentina). Tale fascia avrebbe composto solo i gruppi di Germania Ovest, Brasile ed Olanda. Una terza fascia che comprendeva Perù, Messico, Ungheria e Svezia (le altre due “Americane” e due Europee non deboli), con il vincolo però che le “Americane” sarebbero capitate con le teste di serie europee e viceversa. Infine la fascia “materasso” con Iran, Tunisia, e le due europee più deboli secondo il ranking: la Francia di Platini e L’Austria di Schachner e Krankl (questo dimostra che il ranking conta il giusto, molto spesso). Ovviamente, il sorteggio si dimostrò poi beffardo. Ecco i risultati:
Gruppo A: Argentina, Italia, Ungheria, Francia (vero girone di ferro).
Gruppo B: Germania, Polonia, Messico, Tunisia.
Gruppo C: Brasile, Spagna, Svezia, Austria (alla fine, Spagna e Svezia si dovevano comunque incontrare).
Gruppo D: Olanda, Scozia, Perù, Iran.

Fu presentato anche il nuovo pallone, l’Adidas Tango Durlast che introduceva un disegno nuovo: i 12 pentagoni diventavano bianchi ed i 20 esagoni erano disegnati con una “triade” che formava poi un disegno di un cerchio attorno ai pentagoni. Sempre in puro cuoio, fu il pallone più costoso della storia: 50 sterline dell’epoca (circa 300 Euro odierni). Quel disegno ebbe così tanto successo che rimarrà immutato per 20 anni.

La novità clamorosa venne comunque dalla nazionale dei tulipani: la stella Crujiff decise di non partecipare ai mondiali. La scelta fu comunicata male da parte del grande attaccante del Barcellona, addicendo prima motivi politici (ma aveva giocato nella Spagna di Franco, anche se non nel Real, squadra del regime, ed era una posizione poco difendibile) poi motivi economici (la litigata con i Dassler dell’Adidas per le due strisce sulla maglia, essendo lui uomo dei “nemici” Puma era famosa ma poco credibile: anche i gemelli Van De Kherkhof giocarono con due strisce per lo stesso motivo), infine per motivi di stanchezza: a 31 anni voleva godersi la vita. Tutto comunicato malissimo, fino a quella frase “vado in Argentina solo se me lo chiede la regina d’Olanda” che gli attirò non poche antipatie (e che ovviamente la Regina neanche prese in considerazione), e tutto il suo maniacale attaccamento al denaro uscì fuori, con i vari scandali sul suo matrimonio d’interesse con la figlia di un imprenditore che era anche suo manager. La verità si seppe solo nel 2008, e la racconta Crujiff stesso alla radio: “Non andai in Olanda (NdR: a rispondere alla convocazione) perché qualche mese prima subii un tentativo di rapimento che cambiò per sempre la visione della mia vita, e con essa quella del calcio. Molti di voi non sanno che ebbi problemi alla fine della mia carriera in Spagna. Qualcuno entrò nella nostra casa e puntò un fucile in testa a me e mia moglie, davanti ai nostri figli nel nostro appartamento a Barcellona”. Per i mesi successivi, il buon Johann fece una vita d’inferno, con lui ed i suoi familiari perennemente sotto scorta, e poliziotti che dormivano nella sua casa. Storia verosimile, visto lo stato caotico in cui versava la Spagna in quel momento, con la morte di Franco ancora recente ed il regime democratico che non si era ancora imposto, anche se non confermata da altre fonti. Fatto sta che Crujiff in effetti poi lasciò la Spagna per giocare in USA prima, e per tornare a chiudere la carriera in Olanda. Il mondiale perdeva comunque una delle sue stelle.


Capitolo 2

Dal punto di vista calcistico, alcune novità ci furono, anche se non clamorose come quella di quattro anni prima con l’Olanda. La Germania era, senza Gerd Mueller, Beckembauer, Breitner, molto più debole di quella di quattro anni prima, molto di più dell’Olanda che aveva si perso la sua stella ma lasciata intatta la sua struttura di gioco. Il Brasile, dei grandi campioni del 1970, aveva solo Rivelino, anche se altri grandi talenti si stavano affacciando all’orizzonte (Dirceu, Roberto Dinamite, Cerezo, Nelinho, e soprattutto un giovane Artur Antunes Coimbra, in arte Zico). L’Italia, pur senza stravolgere il suo assetto con il libero ed il terzino sinistro “fluidificante” aveva rinnovato drasticamente la squadra, e soprattutto aveva trovato giocatori più eclettici, e meno fissi nei propri ruoli, rispetto a quelli di quattro anni prima. Era guidata da Enzo Bearzot, che aveva affiancato nell’interregno post Valcareggi il buon Fulvio Bernardini, che non riuscì nell’opera di svecchiamento che invece il “vecio” mise in opera, tanto da far esordire due ventunenni, Cabrini e Rossi, quasi a sorpresa nella prima partita contro la Francia. Ma il vero segreto di quella squadra fu secondo noi Tardelli: messo da centrocampista a contenere il creatore di gioco avversario, fu di un’efficacia tremenda nello spezzare le azioni avversarie.

L’Argentina si era affidata ad un allenatore che pur non essendo dichiaratamente ostile al regime, tendeva molto a fare di testa sua: Cesar Luis Menotti. Aveva convocato quasi tutti giocatori che militavano in Argentina, con la sola eccezione del n. 10 Kempes (che era in Spagna), per averli tre mesi a disposizione e preparare così al meglio il mondiale di casa. L’eccezione di Kempes (un attaccante che partiva da dietro) sarà una scelta azzeccata: risulterà poi il capocannoniere di questa edizione dei mondiali con sei reti. Per fargli posto, molto probabilmente, si sacrificò un diciassettenne dal futuro pieno di opportunità, che ancora oggi ricorda con le lacrime agli occhi quanto quella mancata convocazione gli bruciò: il ragazzo si chiama Diego Armando Maradona, e farà di quel numero 10 una leggenda, tanto da far quasi dimenticare il povero Kempes. Il gioco dell’Argentina prevedeva un’applicazione della tattica del fuorigioco quasi maniacale, non applicati al modulo Olandese, comunque, ma tenendo in un 4-3-3 la marcatura a uomo.

Il gruppo 1 iniziò il 2 giugno 1978 a Mar del Plata con una partita che prometteva molto: Italia e Francia si erano incontrate in amichevole solo pochi mesi prima, e fu un 2-2 spettacolare con Platini sugli scudi, autore di una magistrale punizione segnata due volte: sul palo della barriera e, quando fu fatta ripetere per motivi non chiari, sul palo del povero Zoff. E la Francia ci provò di nuovo: al 40” era già in vantaggio con Lacombe che di testa, lasciato libero da un Bellugi che ancora cercava di capirci qualcosa, raccoglie un cross di Six, che aveva bruciato Gentile e Scirea in velocità, e trafigge Zoff. Iniziare il mondiale sotto di 0-1 dopo la figuraccia in Germania di quattro anni prima era psicologicamente devastante, ma quella di Bearzot era un’altra nazionale azzurra: riprese in mano la partita e pareggiò con Rossi verso la mezz’ora, e poi andò definitivamente in vantaggio con Zaccarelli, subentrato ad Antognoni, al 9’ della ripresa. A parte alcuni piccoli patemi, gli azzurri tennero da allora in poi il controllo della situazione: Tardelli annullò Platini e la partita terminò 2-1. In serata, Argentina ed Ungheria esordivano a Buenos Aires e la partita ricalcò, nel punteggio e nella sequenza dei gol, quella tra azzurri e bleus. Ungheria in vantaggio al 10’, pareggio dell’Argentina con il centravanti Luque, che con i suoi capelli lunghi ed i suoi baffi “bucò” subito lo schermo televisivo, e gol vittoria di Bertoni a 7’ dalla fine (anche se la televisione dirà in sovrimpressione che a segnare fu… il n.1 Alonso. Già, perché l’Argentina aveva dato i numeri di maglia in ordine alfabetico. Kempes era il 10 solo per caso… ). L’Ungheria perde la testa nel finale, e rimedia due rossi negli ultimi 3’. In effetti l’arbitraggio fu abbastanza casalingo, ma non tanto da creare scandalo. Lo fu di più nella partita successiva.

Nella seconda giornata infatti l’Argentina vince 2-1 contro la Francia, grazie ad un rigore molto contestato (anche se dalle immagini Tresor prende in effetti la palla con la mano mentre scivola) e, dopo il pareggio di Platini ed un gran gol di Luque, ai transalpini viene negato un rigore abbastanza netto. Ma la partita è molto bella, con occasioni da entrambe le parti. Il portiere francese, nel cercare di deviare sopra la traversa un tiro da lontano, cade sbattendo sul palo e deve essere sostituito, lo stesso Luque a pochi minuti dalla fine deve uscire dal campo per una lussazione, che gli impedirà di giocare le due partite successive. Qui si inserisce la tragedia: dalle immagini in televisione, si vede Luque lasciare il campo svenuto dal dolore in barella. Il fratello, preoccupato, prende la macchina e vola verso Buenos Aires per sincerarsi della situazione, ma non ci arriverà mai. Un incidente mortale se lo portò via. Il n. 14 argentino lo verrà a sapere solo due giorni dopo.

Nell’altra partita, L’Italia domina l'Ungheria per 3-1, chiudendo il discorso qualificazione. Comincia a nascere il mito di “Pablito” Rossi e della forza di quella nazionale. L’ultima giornata serve solo per stabilire chi sarebbe arrivato primo: mentre la Francia batteva l’Ungheria 3-1 indossando la maglia del Kimberley (una squadra minore di Mar del Plata) poiché la FIFA aveva per errore ordinato ad entrambe le squadre di giocare in bianco, l’Italia batteva a sorpresa, ma neanche poi tanto visto il gran gioco sviluppato, con un gran gol di Bettega, l’Argentina, Azzurri che rimanevano nella capitale Argentina nel gruppo A e Albiceleste che avrebbe giocato a Rosario nel gruppo B.

Il gruppo 2 vedeva le due favorite, Germania Ovest e Polonia, scontrarsi nel match di apertura dei mondiali, che finì 0 a 0 per la quarta volta consecutiva. Badarono soprattutto a non farsi del male. Nell’altra partita la Tunisia, a sorpresa, batte invece il Messico per 3 a 1: sarà la prima vittoria per una nazionale africana nella fase finale dei mondiali. La seconda Giornata vede i tedeschi sbarazzarsi dei Messicani con un 6-0 eloquente. A segno due Mueller diversi da Gerd, Hansi e Dieter, e con una doppietta, un giovane che avrebbe fatto parlare di se: Karl Heinz Rummenigge. La Polonia, invece, fatica contro la Tunisia, vincendo 1-0 con un gol di Lato, abile a sfruttare un errore difensivo ingenuo, ma che rischia grosso con una traversa clamorosa colta dai tunisini – intraprendenti per tutta la partita, sul finire del match. Diventava decisiva la terza giornata, dove la Polonia batte il Messico, vera cenerentola del girone, per 3-1 con una doppietta di un giovanissimo Boniek, ed i tedeschi non vanno oltre lo 0-0 con gli africani, che mettono in evidenza, come contro i polacchi, la loro freschezza atletica ed un portiere, Naili, bravissimo. Le figure quasi da circo dello Zaire erano completamente dimenticate. Polacchi quindi primi del girone – ed abbinati all’Argentina nei gironi della seconda fase, e tedeschi secondi, assieme all’Italia.

Il gruppo 3 si apre con la vittoria di un’Austria finalmente competitiva sulla Spagna. 2-1 il risultato, con in Gol sia Schachner sia Krankl, due attaccanti di gran classe. In evidenza anche il portiere Koncilia, il difensore Bruno Pezzey (morto prematuramente a 40 anni) ed il centrocampista Prohaska. Nell’altra partita, il Brasile prima subisce la Svezia nel primo tempo, andando sotto 0-1 e pareggiando fortunosamente nel recupero, e poi cerca assiduamente la vittoria nel secondo tempo. Lo troverebbe anche, ma succede qualcosa di quasi incredibile: angolo battuto dal Brasile nel recupero, l’arbitro, il gallese Thomas, fischia la fine della partita durante il cross (l’orologio segna 45’08”), un attimo prima che Zico insacchi di testa. Gol annullato perché segnato dopo il triplice fischio!


Capitolo 3

Nella seconda giornata, l’Austria conquista la qualificazione battendo 1-0 la Svezia con un rigore molto dubbio concesso dall’arbitro olandese Corver, mentre sul campo di mar del Plata, che alla quarta partita in cinque giorni era diventato impraticabile con tutte le zolle messe in fretta che si sollevavano anche di 20 centimetri dal terreno, il Brasile non va oltre lo 0-0 con la Spagna, con una supremazia sterile che non viene mai concretizzata, anzi è la Spagna con Cardenosa che si mangia il più incredibile dei gol a porta vuota. Fischi del pubblico alla fine della partita, secondo noi ingenerosi, visto il campo sul quale si era giocato. Diventava, per il Brasile, decisivo battere l’Austria nell’ultima giornata. Lo fece con un gol di Roberto Dinamite rendendo così inutile la vittoria della Spagna sulla Svezia (1-0 anche qui). Austria prima per numero di gol segnati a parità di differenza reti e Brasile secondo. Fino adesso, il gruppo della seconda fase che secondo le teste di serie designate avrebbe dovuto essere quello “A” a Buenos Aires, avrebbe giocato a Rosario.

Nel gruppo D, Mentre l’Olanda si liberava dell’Iran per 3-0 con tripletta di Rensembrink (due su rigore), il match che secondo molto avrebbe deciso la seconda qualificata, Scozia Perù, fu una delle partite più belle del mondiale. La Scozia si porta in vantaggio quasi subito con Jordan, ma i peruviani si riorganizzano e pareggiano alla fine del primo tempo con Cueto. Nel secondo tempo la Scozia ci prova, prende con Jordan prima un palo, poi lo stesso costringe il portiere Quiroga (ricordatevi questo nome…) ad uno spettacolare tuffo per prendere una sua schiacciata di testa, e soprattutto fallisce un rigore con Masson, che Quiroga para. Ed il Perù, anzi quel fenomeno di Cubillas, punisce: in 6’ con due tiri dai 20 metri (il secondo su punizione) all’incrocio alla destra del povero portiere Scozzese. 3-1 per i sudamericani.

La seconda giornata vede due pareggi: tra Olanda e Perù finisce 0-0, mentre inaspettatamente la Scozia pareggia con l’Iran 1-1. Nella terza giornata il Perù batte i poveri iraniani 4-1 con tripletta di Cubillas (due rigori), che costringeva così la Scozia a battere l’Olanda con tre gol di scarto: impresa considerata impossibile, soprattutto dopo che Rensembrink al 34’ portava in vantaggio gli orange su rigore. Era, quello, il millesimo gol della storia delle fasi finali dei mondiali di calcio.

Ma l’orgoglio scozzese, quando tutto sembrava perduto, comincia ad emergere: pareggia Dalglish (cross di Souness, torre di Jordan, gol di Dalglish: per noi nati negli anni ’60 sono nomi pieni di poesia) alla fine del primo tempo; all’inizio della ripresa Archie Gammill porta la Scozia in vantaggio su rigore, ed al termine di una bellissima azione personale, lo stesso Gammill al 23’ porta i britannici sul 3-1. “The miracle starts to happen!” urla come impazzito il telecronista scozzese, ma la doccia della loro nazione è distante solo 3’: Rep, con una gran botta da 20 metri, centra l’angolino proprio mentre il telecronista RAI afferma che “ormai l’Olanda può ricorrere solo ad iniziative individuali… come questa!”. Il risultato non cambierà più: 3-2 per la Scozia, che va, tra gli applausi, a casa, ed Olanda, seconda nel girone e Perù primo.

I gruppi per la seconda fase erano a questo punto tutti determinati: il gruppo A tutto Europeo con Italia, Germania Ovest, Austria, Olanda ed il Gruppo B prevalentemente Sudamericano con Argentina, Perù, Brasile e la Polonia come “ospite”.

Italia ed Austria avevano fino a quel momento convinto molto di più che non Germania Ovest ed Olanda, ma questi ultimi si svegliarono dal loro torpore della prima fase, seppellendo l’Austria per 5 gol ad 1, mentre l’Italia, che dominò la partita, non riuscì ad avere ragione della Germania Ovest: due occasioni divorate da Bettega, una traversa di Cabrini e Maier migliore in campo (anche se Zoff fece una parata mirabolante su un tiro di Bonhof), ma non si andò al di là dello 0 a 0. Nella seconda giornata l’Italia si rifà battendo l’Austria per 1 a 0 con un gioco che aveva sovrastato gli avversari molto di più del punteggio finale. Bettega continuava a divorarsi palle gol, e Koncilia era stato autore di diverse belle parate. Ma la partita importante era quella tra Germania Ovest ed Olanda, riedizione della finale del 1974.

Anche se senza le stelle del mondiale precedente, era comunque una partita che attirava l’attenzione di tutti. La Germania Ovest andò due volte in vantaggio, e per due volte fu ripresa: la prima con una botta dai 25 metri di Haan (che avrebbe replicato, purtroppo, nella partita successiva) e la seconda, a pochi minuti dalla fine da Rene Van De Kerkhof (il gemello Willy, che come lui portava la maglietta con solo due righe per problemi di sponsor, imitando il Crujiff del ’74, aveva segnato con l’Austria). Rene segna dopo aver superato Maier con un pallonetto nonostante il disperato tentativo di Ruessmann, che si protende in tuffo verso il pallone, ma può solo ribadire con le mani la palla in gol. Esulta, Rene, alzando il braccio destro protetto da una fasciatura rigida che portava da ormai 4 partite. La stessa fasciatura che, lo vedremo poi, causerà tante polemiche nell’atto conclusivo di questi mondiali.

A questo punto la classifica recitava Italia ed Olanda 3, Germania Ovest 2, Austria 0. La partita tra gli Orange e gli azzurri diventava decisiva per andare in finale, con un pareggio che, grazie alla differenza reti, avrebbe favorito gli olandesi, anche in caso di vittoria dei tedeschi (a meno di goleada contro l’Austria). L’italia cominciò attaccando, e dopo 12’ infatti era già in vantaggio, grazie ad un’autorete di Brandts, che per anticipare Bettega non solo mette la palla nella propria rete, ma da un calcio anche al portiere Schrijvers, uscito non si sa perché fino al limite dell’area, costringendolo alla sostituzione con l’anziano Jongbloed. L’Italia domina per tutto il primo tempo, e gli Olandesi trasformano il calcio totale, fatto di corsa e fisicità, in aggressività, cominciando a picchiare. Nel secondo tempo, su un calcio d’angolo orange, Zoff esce in presa e si prende una manata in faccia. Butta il pallone fuori apposta, ma l’arbitro afferma che non è fallo. Sulla ripresa, gli olandesi non restituiscono la palla (e forse hanno fatto bene, visto quello che ha affermato l’arbitro, certo è che con gli occhi di oggi l’episodio ha dello scandaloso) e Brandts, rifacendosi dell’autorete, tira un missile dai 25 metri che Zoff vede entrare: comincia a nascere la leggenda metropolitana di Zoff “miope”, Zoff che non vede i tiri da lontano, Zoff capro espiatorio del mezzo fallimento di quel mondiale. In realtà, l’unico gol che forse il portiere friulano ha sulla coscienza, dei 4 che vedremo, è proprio questo. La realtà è che l’Italia, che con il pareggio vedeva tramontare il sogno della finale, si sfaldò. Già il cambio di Causo con Sala aveva tolto molto del potenziale d’attacco degli azzurri, l’ammonizione comminata a Benetti, poi, che gli avrebbe pregiudicato per squalifica la finale aveva tolto, quantomeno mentalmente, il mediano più efficace. Il gol di Haan, con una bordata da quasi 40 metri che prende un giro impossibile da prevedere per Zoff, mesi definitivamente fine ai sogni di finale dell’Italia. Con l’inaspettata vittoria dell’Austria sulla Germania Ovest per 3 a 2, però, gli azzurri conquistarono la finalina per il terzo e quarto posto.

Nel gruppo B, invece, i favoriti erano, oltre all’Argentina padrona di casa, ovviamente il Brasile. Nella prima giornata, in effetti, Il Brasile batte il Perù 3 a 0, mentre l’Argentina vince 2-0 contro la Polonia. Nella seconda giornata, la Polonia batte il Perù 1-0, ma l’attenzione era tutta per Argentina Brasile. Era la prima volta che le due nazionali, storiche avversarie, si incontravano in un campionato del mondo, e forse per l’eccessiva foga, forse per la paura di perdere, non fu una bella partita. I calciatori pensarono più a scontrarsi anche in maniera violenta che non a giocare a pallone. Luque, appena rientrato dopo l’infortunio e convinto dai suoi stessi familiari a giocare nonostante il lutto del fratello, dopo 7” commette un fallaccio su Oscar, che contraccambia dopo due minuti. Il primo quarto d’ora è tutto così, dopo la situazione si calma, ma ogni fallo sarebbe oggi da espulsione. Con le regole di adesso, quella partita non sarebbe terminata per i troppi espulsi. L’arbitro Palotai comminerà invece soltanto quattro cartellini gialli. Un’occasione per parte non schioda il punteggio dallo 0 a 0. La cosa più spettacolare di quella partita furono i “confetti”, ossia quelle strisce di carta, prevalentemente bianche e celesti, con cui i tifosi inondavano il campo da gioco. Ce ne erano così tante da far quasi inciampare l’arbitro mentre camminava per il campo. Oggi, probabilmente, non si sarebbe proprio dato avvio alla partita. Forse per conservare i suoi da quella che sarebbe stata una battaglia più che una partita di calcio, forse per difendersi, fatto sta che il CT del Brasile lascia in panchina inizialmente Zico, Rivelino e Nelinho. Tutto si sarebbe deciso nella terza giornata. Ma, al contrario del gruppo A, si decise di far giocare l’Argentina qualche ora dopo il Brasile.


Capitolo 4

Il Brasile protestò tantissimo per questa decisione, che di fatto, sapendo quale risultato doveva raggiungere, favoriva moltissimo l’Argentina, ma la FIFA fu irremovibile. C’è da dire che il Brasile, contro una Polonia determinata visto che una vittoria gli avrebbe garantito almeno la finalina (e Brasile Polonia fu la finalina del 1974), fu encomiabile. In vantaggio con uno strepitoso gol di Nelinho (che avrebbe fatto anche meglio contro l’Italia, purtroppo…) fu raggiunto alla fine del primo tempo da Lato. Nel secondo tempo si butta in avanti e segna altri due gol con Roberto Dinamite, l’ultimo dopo che in una spettacolare azione d’attacco i verdeoro (che giocavano con la seconda maglia, quella blu) avevano preso tre legni in meno di 30”.

A questo punto, l’Argentina per avere l’accesso alla finale doveva vincere almeno 4-0 contro il Perù, e come abbiamo detto lo sapeva. La partita iniziò con l’albiceleste contratta, tanto che nei primi minuti il Perù coglie un palo e subito dopo sfiora di nuovo il gol, ma dopo poco Kempes porta la nazionale argentina sull’1-0. E’ un assedio: Luque coglie un palo, Bertoni la traversa. Ma ad un minuto dalla fine del primo tempo Tarantini, un difensore con una criniera alla Napo orso capo, riesce a portare i suoi sul 2-0. Si va al riposo con metà del lavoro, per gli Argentini, fatto. Nel secondo tempo, però, il Perù semplicemente smise di giocare: in cinque minuti prima Kempes di nuovo (da quando si era tagliato barba e baffi, che sfoggiava nei gironi della prima fase, aveva fatto 4 gol in tre partite, il n.10 argentino) e poi Luque portarono il risultato a quei quattro gol di scarto che erano necessari per conquistare la finale. Ad ogni buon bisogno, la partita finì 6-0: il punteggio fu arrotondato da Houseman e da Luque.

Le polemiche non tardarono ad arrivare: si parlò di Quiroga, il portiere peruviano che era nato in Argentina convinto dai suoi “quasi connazionali” a scansarsi (e dalle immagini questo non risulta), si parlò di provviste di grano promesse dal governo argentino a quello peruviano (ma la voce, mai suffragata da prove, fu messa in giro dagli inglesi prima della partita dei mondiali dell’86, quella della “mano de Dios”). Noi ci permettiamo di pensare che si fronteggiavano due squadre con motivazioni molto diverse, e di differente spessore tecnico. Il vero vantaggio dato all’Argentina non fu quello dei peruviani, ma quello della FIFA che gli consentì di giocare dopo il Brasile, sapendo quindi già che tipo di risultato ottenere. Se si pensa che il “dominus” di quella edizione fu il nostro Artemio Franchi, che in pratica designava gli arbitri, e che – si saprà poi – era membro della P2 di Gelli, molto vicina al regime di Videla, forse alcune risposte possono venire fuori senza scomodare mazzette o altro. Gli aiuti ci furono, ma non furono quelli dati dal campo.

Nello spogliatoio argentino può cominciare la festa per la raggiunta finale; festa cui voleva partecipare, per mettere il cappello del regime su quell’impresa, anche Videla, che infatti andò nello spogliatoio per complimentarsi. Un solo giocatore però non era contento di quella visita: il riccioluto Tarantini, che aveva avuto tre amici desaparecidos (e all’epoca degli orrori di quel regime, fuori dall’Argentina, si sapeva poco). Disse a Passarella, il capitano: “Se quello qui viene a stringerci la mano, io prima di dargliela me la passo sui coglioni, tanto mi sto facendo la doccia”. E così fece. Videla la strinse, la mano, ma ad ogni buon bisogno Tarantini andò poi a giocare all’estero.

La finalina, che vedeva davanti le squadre che otto anni prima si erano affrontate per aggiudicarsi definitivamente la Coppa Rimet, fu divertente: anche se rimaneggiata, l’Italia dominò il primo tempo, andando in vantaggio con Causio, che colse anche una traversa, oltre ad un palo preso da Rossi. Ma nel secondo tempo la classe dei Brasiliani (e la stanchezza degli azzurri) esce fuori: prima Nelinho pareggia con quello che secondo noi è il più bel gol dei mondiali, e non solo di questa edizione: un destro a giro da 25 metri, completamente spostato sul vertice destro dell’area di rigore. Al contrario delle polemiche nostrane, il commentatore della BBC afferma che “the goalkeeper could do absolutely nothing” (il portiere non poteva farci nulla). Sette minuti dopo, Dirceu, con una gran botta da 18 metri, mette fine alla partita: 2-1 per il Brasile, che con 4 vittorie e tre pareggi arriva terzo non accedendo neanche alla finale.

Ma veniamo alla finale: lo stadio del River è stracolmo, quasi 72.000 persone. L’arbitro è l’italiano Gonella (prima volta di un arbitro italiano a dirigere la finale), scelto dopo che gli argentini avevano ricusato Klein, che aveva diretto Italia Argentina. Le formazioni: l’albiceleste schiera nel classico 4-3-3 Fillol, Ardiles, Bertoni; Gallego, Galvan, Kempes; Luque, Olguin, Ortiz, Passarella, Tarantini. Da notare come a parte il portiere, la formazione veniva data in ordine alfabetico, senza badare ai ruoli. L’Olanda rispondeva con Jongbloed, Poortvliet Krol; Jansen, Haan, Rene Van De Kerkhof; Willy Van De Kerkhof, Rensenbrink, Neeskens, Rep, Brandts. L’Argentina (altra cosa oggi impensabile) scende sul campo cinque minuti buoni dopo gli olandesi, che rimangono così soli sul rettangolo verde a prendersi gli insulti dei tifosi: la strategia dei nervi cominciava a svilupparsi. Quando poi l’albiceleste si schiera, altra protesta: Renè Van De kerkhof porta, come abbiamo detto, una fasciatura rigida al polso destro, ed agli Argentini questo non sta bene. L’arbitro, noncurante del fatto che l’olandese aveva giocato con quella fasciatura altre cinque partite senza che arbitri o FIFA avessero avuto nulla a che ridire, ordina di toglierla. A questo punto sono gli olandesi a protestare, e si trova un compromesso con una fasciatura elastica. Con circa un quarto d’ora di ritardo, la partita può cominciare.

E non è bella: entrambe le squadre sono estremamente fallose. Il pressing olandese è ormai più scorrettezze che atletismo e gli argentini mostrano – sempre per aumentare la tensione – con urla e simulazioni di subire oltremodo le carezze dei difensori orange. Poortvliet stende Bertoni, quindi Haan entra duro su Ardiles e scoppia un alterco tra Neeskens e Gallego. L’Olanda protestò in maniera veemente per una gomitata di Passarella a Neeskens, con quest’ultimo che perde due denti. Con la tattica del fuorigioco adottata da tutte e due le squadre, il gioco sembrava più che altro una serie di iniziative interrotte, ma al 37’ un’azione partita da Ardiles, porta Luque a servire Kempes, che ha la possibilità di tirare: anticipo sulla sinistra del portiere olandese e gol. 1-0!.

Il primo tempo si conclude così, con un’Olanda frastornata ed un’Argentina padrona del campo. Nel secondo tempo l’Olanda cambia prima un inguardabile Rep per Nanninga, e poi Suurbier per Jansen. Il gioco latita, l’Argentina sembra accontentarsi e sbaglia: a nove minuti dal termine, Renè van de Kerkhof, crossa, indecisione di Tarantini e Galvan e Nanninga, di testa, batte Fillol, fino ad allora perfetto: 1-1! In realtà per molti anni il gol fu assegnato a Poortvliet anziché a Nanninga poiché, dopo il gol, la televisione argentina indugiò a lungo sul difensore olandese.

La gara si riaprì e rischiò di chiudersi subito dopo: Rensenbrink, fino ad allora molto labile – forse girava alla larga dalle carezze argentine – perforò la difesa argentina e tirò dalla sinistra e la palla prese il palo a Fillol battuto. Un brivido corse per tutta la nazione sudamericana, anche se Passarella dirà che “Era destino che quel mondiale dovessimo vincerlo noi: Anche se Rensembrink avesse segnato, in qualche maniera avremmo vinto”, suscitando così parecchie polemiche. Gonella fischiò la fine poco dopo: per la terza volta, ci sarebbero stati i tempi supplementari per decidere il campionato del mondo.
 
Ma l’Olanda non ne ha più: l’Argentina domina per tutto il primo tempo supplementare ed a 30” dalla fine Kempes penetra in area, tenta di scavalcare Jongbloed con un pallonetto, il portiere riesce solo a toccarla. Kempes riprende la palla e la ribadisce in rete: 2-1! Nel secondo tempo la musica cambia poco: dopo 10’, passaggi stretti (quasi rimpalli) tra Kempes e Bertoni, e quest’ultimo trafigge di nuovo il portiere orange: 3-1! Il risultato non cambierà più, i confetti possono finalmente volare liberi: l’Argentina diventa la sesta squadra a vincere almeno una volta la coppa del mondo. L’Olanda, per la seconda volta, perde il trofeo ad un passo dal traguardo, stavolta male: lasciarono il campo senza assistere alla consegna della Coppa del Mondo alla squadra vincitrice. Happel si negò alla conferenza stampa e Krol non si presentò a ricevere il premio per il secondo posto. Del resto, queste le parole di Rep su quella partita: “Faceva un caldo terribile (NdR: ma era inverno, in Argentina), c’erano militari col mitra spianato in ogni angolo, e il nostro pullman impiegò un’ora a percorrere i venti chilometri che ci separavano dallo stadio perché le strade erano piene di gente che tiravano sassi contro i vetri del conducente e picchiavano i pugni contro il mezzo gridando “Argentina!, Argentina!”.

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