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Visto da me: Lazio-Cremonese 4-0 (CI)

Sottoscritto da: Er Matador Data: Domenica 19 Gennaio 2020, 05:46:22 Visualizazioni: 215
Sommario: di Er Matador



L’avversario e l’opposizione che è in grado di esercitare sono senz’altro concetti fondanti nell’analisi di partite come questa, ma da un’angolazione leggermente diversa: non tanto il valore, momentaneamente sovvertibile con un approccio da Coppa d’Inghilterra, quanto le motivazioni messe in campo.

Viene in mente un Maribor-Lazio di EL con Petković in panchina: una Lazio 2, rinnovata praticamente per undici undicesimi, diede spettacolo inanellando prodezze tecniche individuali e muovendosi da squadra, come se i componenti di quella formazione improvvisata avessero giocato insieme da tempo.
Ci si illuse che il guru di Sarajevo fosse così bravo da far giocare a memoria i suoi anche in presenza di un massiccio turnover.
Poi venne fuori la verità, e con essa una fondamentale chiave di lettura: contro un avversario in campo per onor di firma, che lascia giocare, è facile trovarsi e restituire l’impressione ottica di un collettivo ben oliato.
Peccato che esibizioni del genere dicano qualcosa sulle doti dei singoli quando vengono lasciati liberi, ma quasi nulla su ciò che ne rimane quando la controparte se la gioca palla su palla.

Analogo discorso vale per la pratica felicemente sbrigata contro la Cremonese, le cui difficoltà – classifica a rischio, nuovo cambio in panchina appena completato – imponevano di dirottare tutte le risorse disponibili sul campionato.
Una considerazione cui, poi, si aggiunge la componente tecnica vera e propria: ad esempio, con una difesa e un portiere meno kafkiani quanti dei tre assist di Jony si sarebbero trasformati in gol?
Di un tranquillo pomeriggio di sport rimane - sia pure con le riserve di cui sopra - la passerella concessa a giocatori poco utilizzati, oppure a elementi più assiduamente presenti ma schierati per l’occasione in altri ruoli.

A tale proposito, si può partire dalla difesa e da un’altra chance concessa a Luiz Felipe come perno centrale.
Ruolo per il quale l’italo-brasiliano dispone, almeno sulla carta, di tutte le qualità necessarie, ma che non ha impedito qualche evidente - e per fortuna senza conseguenze - buco nei sedici metri.
L’impressione è che non si tratti di défaillance individuali del giocatore, quanto di una mancata sintonia coi compagni nell’interpretazione dei meccanismi difensivi.
In un paio di azioni si nota chiaramente come il buon Marchi arretri in posizione di libero, movimento canonico nel modulo a tre quando la difesa non sale, aspettandosi che uno dei due centrali prenda in prima battuta il più avanzato fra gli offendenti avversari.
I due compagni di reparto tendono invece ad allagarsi, dando per scontato che sia lui a incaricarsi della marcatura.
L’evidente incomunicabilità nasce verosimilmente dal modo in cui la Lazio interpreta la difesa a tre: recuperando una fisionomia di reparto una volta riconquistato il pallone, ma affidandosi per il resto a tre marcature a uomo sull’avversario più vicino, più che a movimenti d’insieme o a un compagno pronto a intervenire in seconda battuta.
Molto dipende dal fatto di imperniare la linea a tre su un marcatore puro come Acerbi, il migliore del torneo nella suddetta competenza ma poco propenso ai complessi tatticismi tipici del ruolo.
Laddove Luiz Felipe presenta un profilo alla Bonucci: buona visione tattica d’insieme, piede educato in impostazione, un certo culto - a volte un po’ rischioso - per l’estetica, pause di concentrazione che le mansioni di marcatore e/o la difesa a quattro rendono imperdonabili.

C’è materiale valido su cui lavorare, insomma: ma senza illudersi di utilizzarli come alternative intercambiabili, poiché le rispettive caratteristiche presuppongono configurazioni del reparto che si escludono a vicenda.
Un’ultima osservazione a proposito dell’ex Sassuolo: schierato a sinistra perde tenuta difensiva, anche perché la necessità di muoversi sulla verticale secondo i dettami della zona gli toglie i riferimenti fissi, più facilmente identificabili quando gioca al centro, che lo rendono implacabile.
Eppure rimane la sensazione che, schierandolo nel ruolo di Radu, la costruzione dalla terza linea e la manovra nel suo insieme guadagnino piacevolmente in scorrevolezza.

Quanto agli altri “volti seminuovi”, il più ingiudicabile è probabilmente Berisha: difensori e attaccanti delle due squadre si sono almeno guardati in faccia, mentre è proprio nella sua zona che i grigiorossi hanno esplicitamente rinunciato a competere.
È sembrato proporre movenze e atteggiamento da giocatore in attività, notizia non secondaria per un elemento sulla cui involuzione potrebbe incidere anche un blocco psicologico, ma servono ben altre verifiche.

Jony e Adekanye hanno invece mostrato di cosa sono capaci quando vengono lasciati fare senza troppa opposizione.
Lo spagnolo ha confermato la propensione - introvabile da anni nel nostro calcio - al cross liftato, tecnicamente pregevole, insidioso per le difese e in grado di innescare una carambola favorevole anche su un intervento approssimativo.
Il nigeriano naturalizzato olandese è piaciuto per la velocità e la capacità di vivacizzare l’azione muovendosi su tutto il fronte.
La sensazione, per entrambi, è innanzitutto quella di limiti fisici insormontabili nel calcio di oggi.
Possono proporre la giocata estemporanea in un finale all’arrembaggio e con schemi saltati, mentre è più difficile da intravedere un percorso di inserimento strutturale nei meccanismi di gioco.

Rivisti dopo una vita, infine, Minala e Djavan Anderson.
Per il primo, a dispetto dei mezzi tecnici, la sentenza ha tutta l’aria di essere tristemente definitiva.
Il secondo aveva brillato nel Bari pre-fallimento per doti atletiche e duttilità.
D’accordo che, con lo sprofondare del livello della serie cadetta, quello nel massimo campionato - soprattutto ai livelli della Lazio attuale - sia diventato un salto nel buio.
Ma stupisce che, col Marušić dell’anno scorso titolare quasi inamovibile nel suo ruolo, non trovi posto neppure nella lista A: dove figura invece Casasola, rimasto in naftalina persino ieri pomeriggio.
Se si pensa alla filiera percorsa da titolari come Strakosha e il già citato Luiz Felipe, anch’essi transitati dalla serie B e da un prestito alla Salernitana, sarebbe interessante capire cosa non ha funzionato.

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