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Visto da me: Lazio-Bologna 2-0

Sottoscritto da: Er Matador Data: Mercoledì 24 Giugno 2020, 19:27:09 Visualizazioni: 18
Sommario: di Er Matador




Una grande squadra nei piedi, un po’ meno nella testa: questa la sensazione lasciata dalla Lazio nella vittoria pomeridiana contro il Bologna.
I primi 15-20 minuti resteranno fra le più maestose e inebrianti esibizioni di superiorità in maglia biancoceleste di cui si abbia memoria.
Era un’altra squadra, un altro calcio, un altro livello competitivo, ma per una volta i paragoni con Lazio-Fiorentina 2-0 o Lazio-Inter 2-2 ai tempi di Cragnotti hanno un fondamento tecnico.
E anche chi ha tirato in ballo il Barcellona, intendendo che sarebbe servito un secondo pallone per far giocare anche gli altri, non va lontano dalla realtà.
Sfumato per un pizzico di sfortuna e imprecisione il 6-0, che bene avrebbe fotografato quel momento della gara, qualcosa si è rotto.
Lo dimostrano gli episodi, presi uno per uno:

- il clamoroso buco di Patric – per il resto un formidabile valore aggiunto in entrambe le fasi – su Soriano sull’azione che precede il raddoppio

- la non impeccabile condotta di Skorupski su entrambi i gol: sul primo, assai meno angolato di quanto apparisse a velocità reale, va giù in ritardo; sul secondo viene tradito da una deviazione, ma “regala” il primo palo con un intervento di rara goffaggine

- i due gol annullati al Bologna per sacrosanta applicazione del Regolamento, che però nei confronti della Lazio non è la norma.
Davvero non si poteva evitare di lasciare quello spazio a Denswil, che ha concluso a un centimetro da Strakosha quasi senza doversi muovere?
Davvero il maldestro intervento di Radu – per il resto all’altezza delle recenti, ottime prestazioni – e la perfettibile opposizione sulla susseguente conclusione di Tomiyasu sono all’altezza di una difesa fra le meno perforate?

Anche mettendo sul piatto della bilancia le tonnellate di occasioni sprecate per un soffio, rimane un dato di fatto: bastava un minimo di stellone in meno affinché gli episodi citati andassero a comporre il puzzle di un risultato diverso, irreale rispetto a quanto ammirato in campo.
Cosa permette la coesistenza sullo stesso terreno di gioco di una Lazio a tratti stellare e dello stato di cose appena descritto?
La risposta sembra una sola: la testa, intesa sia come benemerite vertigini da classifica sia come temporaneo calo di tensione a livello di killer-istinct.
La testa che ha tolto quel pizzico di cattiveria in più in fase realizzativa, impedendo di ridurre a pro-forma i settanta minuti successivi alla marcia trionfale.
La testa che ha tolto concentrazione – principalmente sul piano individuale e in marcatura – contro la pur valida manovra dei felsinei da metacampo in su, esponendo a rischi evitabili.
La testa che impedisce a questa squadra di uscire dall’area, buttando il pallone come se scottasse fra i piedi, quando viene sottoposta a forcing continuo nelle fasi di riflusso.
Vale a dire quando basterebbe un po’ più di freddezza per spezzare il ritmo avversario prendendo falli e tenendo palla: armi quasi ovvie per il livello tecnico e di manovra messo in mostra dal gruppo.
Si prenda il finale con l’Inter: dopo un secondo tempo da tramandare ai posteri, la Lazio poteva arrivare al fischio finale col pallone fra i piedi e un’Inter ormai rassegnata a subire il torello.
Poi palla a Strakosha e l’estremo difensore, anziché cercare il compagno più vicino per continuare le danze, rinvia lungo a casaccio rimettendo in palio un possesso palla già chiuso nel freezer.

Da valutare attentamente anche la dipendenza da Luis Alberto, ormai stabilmente uomo-squadra anche nel cercare la soluzione personale quando i compagni non fanno tesoro delle sue intuizioni.
Dipendere da un elemento in simili condizioni psicofisiche è normale, forse anche per una realtà tecnica più altolocata rispetto alla Lazio attuale.
Liquefarsi quando lo spagnolo si prende comprensibilmente una pausa o viene sostituito, smettendo a tratti di giocare da collettivo, è un po’ troppo.
Ottimo, in questo senso, l’esperimento di Cataldi a surrogare lui anziché Lucas Leiva: i due rimangono imparagonabili ma il buon Danilo, almeno come catalizzatore del palleggio e della manovra, appare il più credibile alter ego di Lupo Alberto.
Più di Correa, assai meno avvezzo alle geometrie mentali del ruolo e il cui percorso evolutivo appare piuttosto incanalato in avanti, con mansioni precise anche in fase di finalizzazione.

Nel frattempo ci si gode il brivido di una classifica – sia pure parziale – da capolista, mentre si attende il manicomio criminale per chi ha stravolto il calendario anziché disputare semplicemente le partite a porte chiuse.
Di fronte a un simile scempio, viene voglia di invocare lo sciopero generale e il chiudere bottega.
Reazione legittima sul piano emotivo, ma occhio perché è proprio in quella direzione che si sta cercando di incanalare l’opinione pubblica: e anche i reiterati quanto inverosimili riferimenti alla sospensione della Premier, ormai monopolizzata dal Liverpool, hanno una valenza subliminale per la realtà italiana.
Facile identificare il bersaglio nella stagione straordinaria – e tranquilla sul piano arbitrale, che è ancora più insolito – della Lazio, evidentemente oggetto di conflitti di potere interni perché indigesta alla mafia del calcio italiano.
Che, con tutti i suoi difetti, non è certo la Juventus...

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