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La grande storia dei mondiali: Svezia 1958

Sottoscritto da: Biancocelesti Data: Giovedì 8 Maggio 2014, 00:58:33 Visualizazioni: 1109
Sommario: Il primo campionato del mondo di calcio senza Jules Rimet si giocò in Svezia..

di Cesare Gigli

Capitolo 1

Il primo campionato del mondo di calcio senza Jules Rimet si giocò in Svezia. Il sostituto del vecchio Jules, suo vice per anni alla FIFA, su il belga Seeldrayer che però morì nel 1955, e la carica toccò a Mr. Dewrey, un inglese che era anche presidente della Football Association. Dallo snobbare la FIFA a darle il suo più alto dirigente: i britannici, in soli 5 anni, si erano riportati bene in vista.

La scelta della Svezia, come nazione ospitante, fu fatta durante i mondiali del 1950: parecchie nazioni, soprattutto sudamericane in nome di quell’alternanza che era una regola mai scritta, si erano candidate, ma la Svezia, forte della sua posizione di campione Olimpico ed in grado di effettuare un notevole lavoro di lobbying, riuscì alla fine ad essere l’unica candidata. Un buon lavoro, per la piccola nazione scandinava, che adesso aveva otto anni per prepararsi.

Con quasi 90 nazioni affiliate, le iscrizioni per la manifestazione erano ormai salite a 55. Venne deciso, per ovviare a squadre qualificatesi per rinuncia delle altre, che – a parte le nazionali qualificate di diritto (Svezia padrone di casa e Germania Ovest campione uscente) tutte le altre avrebbero dovuto giocare almeno un match di qualificazione. Questa cosa avrà, come vedremo, impatti importanti sulle squadre che poi parteciparono in effetti alla fase finale.

Posto sempre a 16 il numero di squadre partecipanti, i 14 posti disponibili furono così assegnati: nove all’UEFA (si era formato nel 1954 l’organo di governo calcistico europeo), 3 alla CONMEBOL (Sudamerica), 1 tra Federazioni nord Americana e Centro americana (non ancora riunite in un’unica federazione: la CONCACAF nascerà solo all’inizio degli anni ’60) ed un posto tra la federazione asiatica e quella africana.

In Sudamerica i tre posti furono decisi organizzando tre gruppi da tre con partite di andata e ritorno, la prima di ogni girone si sarebbe qualificata. Teste di serie, ovviamente, Brasile, Argentina ed Uruguay.
Nel primo gruppo, dopo il forfait del Venezuela, si ritrovarono solo Brasile e Perù. 1-1 a Lima, 1-0 a Rio e Brasile qualificato. Senza troppa gloria (ed infatti il CT fu “dimissionato”), ma con in embrione tutti i numeri che avrebbero fatto il Brasile la squadra imbattibile che diventerà: il modulo 4-2-4 (ci ritorneremo) ed un’ala destra stortignaccola di 24 anni che giocava inaspettatamente bene: tale Manuel Francisco dos Santos, detto Garrincha (Scricciolo). Nel secondo, l’Argentina ebbe ragione della Bolivia solo all’ultima partita, con un sonoro 4-0. Aprì le marcature tale Zarate (nessuna parentela conosciuta). Ultimo classificato il Cile. La sorpresa maggiore arrivò nel terzo girone, dove, immediatamente fuori dai giochi la Colombia, il Paraguay fece fuori l’Uruguay con un sonoro 5-0 ad Asuncion, che rese inutile il 2-0 nel ritorno della celeste, priva ormai di Varela, Ghiggia e Schiaffino (questi ultimi due naturalizzati come oriundi in Italia, dove però subirono, come vedremo la stessa sorte). La nazionale due volte campione del mondo non si era qualificata.

Nella parte Nordamericana, i due gironi da tre (stessa struttura di quelli sudamericani) videro prevalere il Messico su Canada ed USA ed il Costarica sulla Antille Olandesi (che si chiamavano, chissà perché, Curaçao) ed il Guatemala. Nelle partite di play off, i verdi messicani vinsero 2-0 in casa e pareggiarono 1-1 in trasferta, qualificandosi così per la Svezia.

L’UEFA organizzò 9 gironi da tre basati su partite di andata e ritorno, le prime di ogni girone si sarebbero qualificate per la fase finale. Queste furono Inghilterra (su EIRE e Danimarca), Francia (su Belgio ed Islanda), Ungheria (su Bulgaria e Norvegia), Cecoslovacchia (su Galles e Germania Est), Austria (su Olanda e Lussemburgo), Jugoslavia (su Romania e Grecia), Scozia (su Spagna e Svizzera), URSS, dopo uno spareggio con la Polonia, ed inaspettatamente Irlanda del Nord su Italia e Portogallo. Quella nazionale Italiana, che aveva come oriundi Ghiggia e Schiaffino, era completamente in confusione tattica. La squadra egemone, in quel periodo, era la Fiorentina, che aveva vinto lo scudetto ’55-'56 e sarebbe arrivata seconda negli anni successivi. Ma gli equilibri della nazionale non erano quelli della formazione toscana, e dopo una debacle per 3-0 in Portogallo, ci si trovò a decidere chi, tra Irlanda del Nord ed Italia, sarebbe passata nella partita finale, da giocarsi a Belfast nel dicembre del 1957. Prima della tragedia, la farsa: una fitta nebbia impedì all’arbitro di arrivare in tempo; il match fu giocato lo stesso, ma classificato come amichevole. Fini 2-2, ed in rissa. I tifosi nordirlandesi, furiosi per i continui falli degli azzurri, al limite della cattiveria, invasero il campo e fu solo merito del capitano britannico, che ordinò ai suoi di scortare i giocatori italiani negli spogliatoi, se non ci fu una tragedia. Quella partita passò alla storia come “la battaglia di Belfast”. All’Italia per qualificarsi sarebbe bastato un pareggio, e quel risultato l’avrebbe premiata, ma il match andava ripetuto (alcune fonti, soprattutto di fonte irlandese, affermano che fu proprio l’Italia ad insistere per classificare come amichevole la partita). Nella ripetizione, il 15 gennaio del 1958, l’Irlanda del Nord vinse per 2-1: Italia a casa. Sarebbe stato un mondiale senza i vincitori di 4 delle 5 edizioni precedenti.

La parte Asiatica ed Africana, invece, tramite una serie di rinunce e di partite interlocutorie, vide Israele qualificato senza giocare. Secondo il regolamento, era obbligatorio disputare però almeno una partita. Si decise quindi che la nazionale di Tel Aviv avrebbe dovuto giocare contro una delle seconde (estratta a sorte) dei gironi europei. Toccò all’EIRE, che rinunciò, ed allora la sorte arrise al Galles, che con un doppio 2-0, in casa e fuori, si qualificò: per la prima volta, non era l’home championship a determinare le qualificate al mondiale, e per la prima e finora unica volta, tutte e 4 le federazioni britanniche erano qualificate alla fase finale dei mondiali.


Capitolo 2

I sorteggi si tennero nel febbraio del 1958 a Stoccolma, dove venne presentato anche il pallone ufficiale della manifestazione, il Top Star, scelto in un test alla cieca tra ben 102 palloni effettuato da 4 delegati FIFA.

Nonostante si sapesse già il nome delle 16 finaliste (ed era già un successo, visti i sorteggi del 1954), per la prima volta non ci furono teste di serie, ma fu scelto invece un criterio di ripartizione dei gruppi basato su fasce geografiche. Criterio non giusto, perché creava disparità tecniche notevoli tra i gruppi. Le fasce furono: Europa Occidentale (Austria, Svezia, Francia, Germania Ovest), Europa Orientale (URSS, Cecoslovacchia, Ungheria, Jugoslavia), Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) ed Americhe (Brasile, Argentina, Paraguay, Messico). Almeno, il formato migliorava decisamente rispetto a quattro anni prima: ogni girone si sarebbe giocato con la formula del round robin (girone all’italiana), dopo di che i quarti di finale sarebbero stati formati facendo incontrare i primi dei gironi con i secondi di un altro girone, abbinando i quarti in maniera tale che chi avesse giocato nella stesso girone si sarebbe reincontrato solamente in finale. A parità di punti tra la seconda e la terza del girone si sarebbe giocata una partita di spareggio: sarebbe accaduto in tre casi su quattro.
L’urna diede questi responsi:
Girone 1: Germania Ovest, Cecoslovacchia, Irlanda del Nord, Argentina.
Girone 2: Francia, Jugoslavia, Scozia, Paraguay
Girone 3: Svezia, Ungheria, Galles e Messico
Girone 4: Austria, URSS, Inghilterra, Brasile.
Come si vede, il quarto girone era chiaramente più forte: il terzo classificato di quel girone si sarebbe qualificato facilmente in uno qualsiasi degli altri tre.

Si cominciò l’8 giugno del 1958 con una cerimonia d’apertura e con la partita inaugurale tra Svezia e Messico, che finì 3-0 per i padroni di casa, mentre nella seconda partita l’Ungheria pareggiava col Galles, che pareggiava il gol iniziale magiaro con John Charles, il “gigante buono”, sicuramente il più forte giocatore gallese di tutti i tempi. Nella seconda giornata, mentre la Svezia regolava 2 a 1 l’Ungheria (che dopo la diaspora dovuta ai fatti del ’56 non era più quella squadra magnifica di tre anni prima), mentre il Galles si faceva raggiungere all’ultimo minuto dal Messico: era il primo punto mai fatto dalla squadra centroamericana in una fase finale dei mondiali, ed avvenne solo alla decima partita giocata. Nella giornata conclusiva la Svezia pareggiò a reti bianche col Galles, mentre l’Ungheria si sbarazzava facilmente per 4-0 del Messico: sarebbe stato spareggio tra i Gallesi ed i Magiari, da giocarsi dopo soli due giorni (i quarti di finale incombevano). Inaspettatamente, vinse per 2-1 la piccola nazionale britannica, che accedeva così, assieme ai padroni di casa, ai quarti di finale.

Nel girone direttamente collegato a questo, mentre URSS ed Inghilterra pareggiavano 2-2 (ma i sovietici erano due a zero fino al 66’)il Brasile strapazzava per 3-0 l’Austria. I Brasiliani cominciavano finalmente a capire come dovevano affrontare questa competizione: arrivarono in Europa un mese prima e fecero delle partite amichevoli di ambientamento con delle nazionali (tra cui quella azzurra, con cui persero 3-0) e delle squadre di club. In una di queste occasioni, contro la Fiorentina, il CT Feola si arrabbiò moltissimo con Garrincha, decidendo di non schierarlo titolare. Era successo che il fenomeno brasiliano, presa palla, marcò praticamente tutta la difesa viola, e quando arrivò davanti la porta si fermò ed attese il ritorno di un difensore per poterlo dribblare di nuovo e, finalmente, segnare. Non solo Feola, ma tutta la squadra si arrabbiò moltissimo, vedendo una mancanza di rispetto verso gli avversari. Del resto, Nilton Santos stesso, quando l’aveva incontrato, l’aveva inquadrato bene. Ecco il suo racconto: "Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l'andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all'allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno...".

Poiché la preparazione del Brasile cominciava a diventare professionale (in albergo i dirigenti rifiutarono le bellissime hostess svedesi temendo tentazioni per i giocatori), nello staff era compreso anche uno psicologo. Certo, era uno psicologo sui generis (era quello che giudicava gli autisti degli autobus di Rio…), ma comunque cercò di valutare, con test tutti suoi, l’intelligenza (qualsiasi cosa questo volesse dire) dei calciatori. Sempre Nilton Santos racconta che la cosa più strana che gli venne chiesta fu di seguire con la matita una linea retta mentre lo psicologo in questione gli dava botte sulle tempie. Garrincha ottenne il voto più basso, 38 (praticamente quello di un bambino), mentre un altro giovanotto di 17 anni, tale Edson Arantes do Nascimiento detto Pelé ottenne solo 58. “Inadatto completamente al gioco di squadra, inferiore anche agli standard minimi per guidare un autobus”, recitava impietoso il rapporto. Feola diede – fortunatamente – poca importanza a tali test. Garrincha non giocò perché punito, e Pelé perché si stava riprendendo da un piccolo infortunio. Del resto, a segnare una doppietta contro gli austriaci fu un centravanti abbastanza forte, e che anche in quel Brasile faceva la sua figura: tale “Mazzola” (soprannome che gli fu dato in onore del grande Valentino), ma che sarebbe diventato più noto con il suo vero nome (strano, per un brasiliano): José Altafini.

La seconda giornata del girone vide l’URSS battere 2 a 0 l’Austria, che a quel punto era fuori dai giochi, e Brasile ed Inghilterra pareggiare 0 a 0. Fu il primo 0 a 0 della storia della fase finale dei mondiali.


Capitolo 3

Per la terza Giornata, Brasile ed URSS si fronteggiavano, entrambe con 3 punti: un pareggio le avrebbe messe al rischio di un arrivo a 4 punti in tre, se l’Inghilterra avesse battuto l’Austria. Per scongiurarlo, Feola cambiò la formazione. Nilton Santos racconta che fu Didì a parlare a Feola per convincerlo a schierare i due fenomeni. Ma un giornalista brasiliano addentro alle cose di spogliatoio negò che Feola potesse essere convinto da chiunque a farsi imporre scelte. La realtà, probabilmente, sta nel mezzo: la richiesta da parte dello spogliatoio ci fu, ma trovò un Feola abile a far passare come imposizione una scelta sua. Quel Brasile entrò in campo e fu subito spettacolo: al 1’ Garrincha si beve il terzino sinistro sovietico e stampa la palla sul palo. Quaranta secondi dopo Pelé con un tiro da fuori area coglie la traversa, ed al terzo minuto, su assist smarcante sempre di Garrincha, Vavà segna l’1-0. Chi ha vissuto quella partita parla dei più entusiasmanti tre minuti della storia del calcio. Alla fine il risultato sarà 2 a 0 con doppietta di Vavà, e solo il portiere sovietico, tale Lev Jascin impedì la goleada. Alla fine si contarono 14 palle gol dei brasiliani con miracoli del portierone dell’URSS. Con quella partita cominciò il “mito” del Brasile ed il suo ergersi a superfavorito del torneo. Altafini, alla fine, farà l’oriundo italiano, comunque con notevole successo, quantomeno a livello di club.

L’Inghilterra non riuscì ad andare oltre il 2 a 2 con l’Austria, ed anche in questo caso si dovette quindi ricorrere allo spareggio: l’URSS batté l’Inghilterra 1 a 0 e conquistò così il quarto di finale contro la Svezia: Brasile Galles sarebbe stato l’atro quarto.

Il girone 1 Vide invece i campioni uscenti della Germania Ovest battere l’Argentina e poi, con due pareggi contro Cecoslovacchia ed Irlanda del Nord, conquistare agevolmente il primo posto. La squadra sudamericana, che aveva vinto la Copa America nel 1957, aveva perso le sue star, gli “angeli con la faccia sporca” (Sivori, Angelillo, Maschio) emigrati verso i lidi italici, e non era di certo la squadra dell’anno precedente. Dopo la prima sconfitta (in quella partita giocò con la maglia del Malmoe, in quanto si era dimenticata la seconda maglia a casa), riuscì a rimettersi in sesto con un vittoria per 3-1 sugli irlandesi, ma capitolò contro la Cecoslovacchia per 6-1, lasciando lo spareggio alle due squadre europee. Fu uno dei punti più bassi della nazionale albiceleste, che fu accolta dal lancio delle monetine al ritorno in patria. Il CT (Guillermo Stabile, il capocannoniere del 1930) aveva preso con sufficienza la manifestazione, rinunciando ai tre campioni emigrati in Italia, convinto di essere “la miglior nazionale del mondo”. Il commento meno cattivo su quella disfatta, fatto dal quotidiano sportivo all’epoca più diffuso in Argentina fu “La sconfitta è stata dura, ma sarebbe peggio non averla appresa”. Fu quindi spareggio di nuovo: ed a sorpresa passò l’Irlanda del Nord, capace di sconfiggere i più quotati cecoslovacchi per 2-1 con un gol nel primo tempo supplementare.

Il girone 2, infine, fu l’unico dove non furono necessari spareggi: nella prima giornata, la Francia strapazzò il Paraguay 7-3, con tripletta di Just Fontaine (capocannoniere del torneo, alla fine, con 13 reti: un record difficilmente battibile). Questo attaccante franco marocchino, chiamato in sostituzione di un giocatore infortunato che avendo perso le sue scarpe giocava con quello di un compagno, esplose definitivamente in quell’edizione dei mondiali., Lui ed il suo compagno di reparto Kopa (che nel 1958 avrebbe poi conquistato il pallone d’oro) giocavano e facevano divertire, tanto che si cominciò a parlare di “calcio champagne”, sia perché Kopa – all’epoca al Real Madrid – proveniva dal Reims e Fontaine ci giocava, sia per la “frizzantezza” del gioco. Nell’altra partita, fu parità 1-1 tra Jugoslavia e Scozia. Nella seconda giornata, però, ci fu una battuta d’arresto dei transalpini: la Jugoslavia vinse per 3-2 (doppietta sempre di Fontaine) che dimostravano così che lo champagne era si in attacco, ma che in fase difensiva si poteva tranquillamente parlare di aceto. Il Paraguay batté la Scozia, rientrando così in gioco per la qualificazione. Ma nell’ultima giornata, i sudamericani non riuscirono ad andare oltre ad uno spettacolare 3-3 con la Jugoslavia che così passò il turno, mentre i Francesi battevano i britannici per 2 a 1. Entrambe le squadre europee a 4 punti, passò per prima la Francia.

Si componeva così la griglia dei quarti di finale:
Germania-Jugoslavia;
Svezia-URSS;
Francia-Irlanda del Nord;
Brasile Galles.

Incredibile a dirsi, le britanniche passate erano le due storicamente più deboli, mentre Inghilterra e Scozia tornavano a casa.

I quarti di finale si giocarono due giorni dopo gli spareggi. Questo, oltre a dover comunque incontrare le prime degli altri gironi, penalizzò le squadre uscite vincenti dal “play-off”.
 Alla Germania Ovest bastò un gol di Rahn, l’eroe di Berna, al 12’ per avere ragione della Jugoslavia, mentre la Svezia regolava l’URSS con un gol di Hamrin all’inizio del secondo tempo e poi, dopo aver subito l’iniziativa dei sovietici (Liedholm salva sulla linea una rovesciata di Ivanov che raccoglieva un cross da calcio d’angolo), segna in contropiede il 2-0 definitivo con Simonsson a 2’ dalla fine.

La Francia fece polpette dell’Irlanda del Nord (4-0 con doppietta di Fontaine), mentre il Brasile  ebbe ragione del Galles solo per 1-0. Nonostante le incursioni di Garrincha, imprendibile come al solito, i britannici si difesero con ordine, nonostante l'assenza di John Charles che di fatto vanificava tutto il loro potenziale d'attacco, fino a quando, al 66’, Didi passa a Pelé in area, che al volo con un pallonetto si libera dello Stopper e poi infila il portiere sul palo sinistro. Era nato il “mito” di Pelé, il primo n.10 “leggendario”. In quattro partite, i verdeoro non avevano ancora subito una rete. Festeggiarono la semifinale portando in “trionfo” la bandiera svedese sul campo, cosa che gli accattivò ovviamente la simpatia dei tifosi neutrali (ripeteranno la cosa poi in finale, prendendosi anche gli applausi dei padroni di casa).


Capitolo 4

La semifinale che vide coinvolte Svezia e Germania Ovest fu – ovviamente – quella più sentita dai tifosi locali. I tedeschi dominarono per tutto il primo tempo, passarono in vantaggio e furono ripresi da un tiro, abbastanza casuale, di Skoglund deviato quel tanto che bastava per spiazzare il portiere. Il secondo tempo cominciò come il primo, ma al 59’ la svolta della gara: il terzino tedesco Juskowiak viene espulso al 15’ della ripresa per un fallo su Gren. Fallo che, pochi minuti dopo, subì Seeler (uno dei più grandi centravanti della Germania Ovest, che ebbe la sfortuna di giocare nelle 4 edizioni dei mondiali comprese tra la prima e la seconda vittoria tedesca), e fu costretto a lasciare il campo, senza che lo svedese responsabile fosse sanzionato. Non essendo previste sostituzioni, la Germania si trovò a fronteggiare la Svezia in 9 contro 11, e capitolò subendo due reti negli ultimi 10’ di gioco da Gren e Hamrin. La Svezia era in finale: il miglior risultato raggiunto fino ad ora dalla compagine scandinava.

Nell’altra semifinale si fronteggiavano i fenomeni brasiliani contro quelli europei: Kopa e Fontaine contro Didi, Vava, Garrincha, e Pelè. Come è ovvio (adesso, non nel 1958) la partita venne decisa… dalle difese. Troppo molle quella francese che lasciò troppo soli i brasiliani, attenta quella brasiliana che concesse solo il minimo ai galletti. In vantaggio già con Vavà al 2’, lasciato solo in area, il Brasile subisce il primo gol di questa manifestazione sette minuti dopo, con Fontaine lesto ad anticipare il portiere Gilmar (con il n. 3 sulle spalle…) di destro e ad insaccare di sinistro. Ma il primo tempo si conclude comunque 2-1, grazie ad una sassata da 25 metri nel sette di Didì. Nella ripresa cominciò a giocare Pelé, e sono dolori: raccogliendo i cross e le giocate del solito, imprendibile, Garrincha mette a segno una tripletta tra il 54’ ed il 76’e chiude definitivamente il match, aiutato anche dalla debole difesa transalpina. Inutile il 5-2 di Piantoni all’83’. La finale sarà Brasile Svezia, ed ormai nessuno più dubita di chi sarà a vincere la Coppa Rimet.

Gustoso antipasto, la finalina tra Francia e Germania Ovest. Partita ovviamente poco sentita, ma che terminò con uno spettacolare 6-3 per i galletti con una quaterna di Fontaine. Il n. 17 sarebbe passato alla storia, con questi 13 gol. Peccato che, dopo aver continuato a giocare ed a segnare per il Reims, che arrivò anche a giocarsi una finale di Coppa dei campioni contro i “mostri sacri” del Real Madrid, ebbe un infortunio gravissimo (frattura scomposta di tibia e perone) che gli fece terminare anzitempo la carriera a soli 27 anni. Per la Germania Ovest, un quarto posto che, dopo la vittoria di quattro anni prima, sa di mestizia.

Ma veniamo alla finale: la Svezia, con i suoi assi ormai attempati ma sempre validi schiera il “classico” sistema o WM. Il Brasile mostra finalmente al mondo la sua potenza con il modulo, innovativo per l’epoca, 4-2-4. Era, questo, un’evoluzione della “diagonal” usata nel 1950, dove il vertice alto del rombo si trasformava in centravanti arretrato ed il vertice basso in un quarto difensore, L’asimmetria della diagonale veniva per così dire mantenuta dal fatto che il terzino destro si spingeva molto in avanti, soprattutto in attacco (tanto da far diventare il modulo un 3-3-4) e l’ala sinistra arretrava molto in fase di non possesso (ed allora il modulo diventava un 4-3-3). La sistematizzazione di tale modulo, già provato in Brasile, fu dovuta a Bela Guttmann un allenatore ungherese giramondo (allenò  anche in Italia Padova e Triestina, ma dovette scappare perché rinviato a giudizio per omicidio colposo: aveva investito col suo macchinone due ragazzi a Milano, uno dei quali morì) che visti i primi vagiti di quel modulo, ne vide subito i parallelismi con il “MM” della squadra magiara del 1954. “Qui si arretra il n.8, in Ungheria il n. 9, ma il modulo finale è identico”, disse. Arrivato al San Paolo, mise in pratica, oltre che il modulo, tecniche di allenamento nuove per i Brasiliani che il DT di quella squadra – proprio l’obeso Vicente Feola – trasferì poi come abbiamo visto alla nazionale una volta diventato commissario tecnico. Di Bela Guttmann sentiremo parlare ancora. Va detto, comunque, che con quei fenomeni in squadra, qualsiasi modulo sarebbe andato bene. Più che il modulo 4-2-4, contò la preparazione atletica e l’attenzione tattica, dimostrata anche dalle quattro partite giocate senza subire gol.

La partita inizia e già al 4’ la Svezia è in vantaggio: Liedholm prende una palla al limite dell’area, con una finta di corpo si sbarazza di due difensori e con un preciso rasoterra indovina l’angolo alla destra del portiere: 0-1!
Il Brasile, in svantaggio, non si scompone (quanta differenza con la tragedia di 8 anni prima al Maracanà!). le loro maglie blu (giocavano con la seconda maglia) si vedono ovunque e cinque minuti dopo pareggiano: solita discesa dell’imprendibile Garrincha, cross e Vavà, di destro, insacca da due passi: 1-1!
Dopo una traversa della fenomenale ala destra, lo schema si ripete al 32’: cross di Garrincha dalla destra e Vavà, questa volta di sinistro in scivolata, ribadisce in rete: 2-1! Gli svedesi sugli spalti sono tristi, ma abbastanza sportivi da riconoscere la netta superiorità brasiliana. La televisione stava trasmettendo in tutto il mondo quello spettacolo, ed il calcio – in particolar modo la manifestazione dei campionati mondiali – cominciava ad assumere quel contorno di “evento mediatico globale” che avrebbe poi mantenuto fino ai nostri giorni. Si consideri che in quel periodo era l’unica occasione per vedere fenomeni come Pelé, Didì, Zagallo (l’ala sinistra) giocare: diventava quindi quell’evento veramente il più importante, calcisticamente parlando, del mondo. Ma torniamo alla partita.

Nel secondo tempo è il n. 10 Pelé di nuovo a strabiliare il pubblico (saranno sei le sue reti in questa edizione dei mondiali, tutte nella ripresa): al 10’ del secondo tempo riceve palla in area: stop di petto, sombrero sullo stopper e palla nell’angolo basso alla destra del portiere: 3-1! Il pubblico, che già lo amava (ci sono tante sue foto con sorrisoni alle bambine scandinave che gli chiedevano l’autografo) a quel punto esplode: non importa che la Svezia stia perdendo: sono felici di vedere uno spettacolo simile. E non finisce qui: Garrincha con un pallonetto prende la traversa. Poco dopo, c’è angolo per il Brasile: batte Zagallo che dopo la respinta si ritrova la palla tra i piedi per un rimpallo. Dribbling e da posizione defilata tiro imparabile per il povero portiere Svensson: 4-1! Ed è solo il 68’.
La partita è ormai decisa, ma gli svedesi si impegnano, quantomeno nel rendere meno pesante il passivo: a 10 minuti dalla fine c’è un’azione manovrata dei gialli scandinavi al limite dell’area: palla a Simonsson che con un destro preciso trova l’angolino alla sinistra di Gilmar: 4-2! Ma il Brasile non si vuole fermare. Durante l’ultima azione della partita, cross dalla tre quarti di Zagallo, Pelé ruba il tempo al suo marcatore, e di testa, con un preciso pallonetto, scavalca Svensson e marca la sua personale doppietta: 5-2! E’ a tutt’oggi la finale con più record: maggior numero di gol segnati, maggior numero di gol segnati dalla squadra vincente, maggior distacco (uguagliato poi nel 1970 e nel 1998).

La partita finisce, ed i Brasiliani non ci credono ancora: chi ride scompostamente e chi, come Pelé (ricordiamo che all’epoca aveva solo 17 anni) piange a dirotto. In Brasile si poteva finalmente festeggiare quello che per loro era la cosa più importante. Erano campioni del mondo di Calcio. E per di più, avevano vinto, primi nella storia, la manifestazione in un continente diverso dal loro.

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