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La Grande Storia del Mondiali: Spagna 1982

Sottoscritto da: Biancocelesti Data: Giovedì 3 Luglio 2014, 02:43:40 Visualizazioni: 2545
Sommario: Partiamo comunque dall’inizio: l’allargamento a 24 squadre comportava che le federazioni Africane, Nordamericane e Asiatico/Oceaniche avrebbero avuto due rappresentati, e non una. Quattro sarebbero toccate alla CONMEBOL sudamericana (inclusa l’Argentina campione del mondo in carica) e 14 all’UEFA (inclusa la Spagna). 109 squadre iscritte, ennesimo record....

di Cesare Gigli


Capitolo 1

Nota: Il racconto è lungo, per ovvi motivi, il doppio degli altri. Chiedo scusa per la lunghezza. Ringrazio al solito l'immenso Zap per i suoi suggerimenti ed integrazioni. Ogni errore rimasto è interamente colpa mia

L’allargamento delle squadre partecipanti alla fase finale dei campionati del mondo di calcio era stata la promessa che aveva portato Havelange a scalzare Rous dal vertice della FIFA. Fu dato mandato al Gruppo si Studio Tecnico dell’organizzazione di studiare, fin dal 1974, formule che permettessero tale ampliamento. I risultati furono abbastanza chiari: episodi come quello dello Zaire o di Haiti sconsigliavano la presenza di sparring partners nella competizione. Soprattutto, la formula che non prevedeva la fase ad eliminazione diretta avrebbe portato le nazionali a giocare fino ad 8 partite nel ridotto spazio di tre o quattro settimane, decisamente troppe considerando lo sforzo profuso dai calciatori in quella che era la manifestazione più importante di questo sport. Il suggerimento, se proprio di voleva aumentare il numero della nazioni partecipanti, era quindi quello di far arrivare 30 squadre (esclusa la Nazionale ospitante) a giocare un play off preliminare che avrebbe poi selezionato le 15 squadre che avrebbero formato i quattro gruppi, assieme ai padroni di casa, ed il ripristino, poi, dell’eliminazione diretta a partire dai quarti.

Il consiglio fu disatteso tre volte: la prima deviazione fu che venne deciso, a partire dal 1982, l’allargamento della manifestazioni a 24 squadre (e non a 31). Probabilmente la decisione di adottare tale allargamento a partire dalla XII edizione, che si sarebbe tenuta in Spagna, era dovuto al fatto che la nazione ospitante la si conosceva ormai dal 1966, e ci sarebbe stato tempo a sufficienza per prepararsi. Ciononostante, la nazione iberica era reduce da una transizione che, seppure positiva – la fine del franchismo ed il ritorno alla democrazia era comunque stata salutata con favore – portava con se eventi drammatici: da una diffusa criminalità (abbiamo raccontato del dramma capitato a Cruijff, altri giocatori subirono trattamenti simili) al rischio di un colpo di stato che si ebbe con l’invasione del parlamento da parte di militari. Colpo di stato fortunatamente sventato. L’organizzazione della manifestazione subì quindi necessariamente ritardi e sprechi. Dai 400 milioni di pesos inizialmente previsti si arrivò facilmente al miliardo. Dal punto di vista finanziario fu comunque un successo (l’utile netto fu di oltre 60 milioni di franchi svizzeri, circa mezzo miliardo di pesos dell’epoca), ma il caos logistico ed organizzativo rimase.

Partiamo comunque dall’inizio: l’allargamento a 24 squadre comportava che le federazioni Africane, Nordamericane e Asiatico/Oceaniche avrebbero avuto due rappresentati, e non una. Quattro sarebbero toccate alla CONMEBOL sudamericana (inclusa l’Argentina campione del mondo in carica) e 14 all’UEFA (inclusa la Spagna). 109 squadre iscritte, ennesimo record.

Nel girone Asia/Oceania, a qualificarsi su 21 partecipanti furono due neofite: il Kuwait e la Nuova Zelanda: quest’ultima dopo uno spareggio a Singapore con la Cina che si tenne solo 6 giorni prima dei sorteggi. Il girone finale, che avrebbe dato il pass per la Spagna alle prime due classificate, infatti, aveva visto neozelandesi e cinesi a pari punti e con uguale differenza reti, seconde dietro il piccolo stato asiatico. Strana storia, quella dei neozelandesi. Lo spareggio con la Cina sarebbe stata la quindicesima partita di qualificazione giocata, che avevano portato la squadra a percorrere 55.000 Km in meno di nove mesi. Stabilirono anche il record di reti segnate per l’epoca (un 13-0 contro la nazionale delle isole Fiji), e quello, sempre per l’epoca, del maggior numero di reti segnate da un singolo giocatore: 6 (sempre nella stessa partita, il calciatore fu Steve Sumner). Ciononostante, sarebbero stati la più classica delle squadre materasso.

Il continente nero vide invece 29 squadre iscritte, e la formula rimase quella degli scontri diretti su base andata e ritorno, con i gol in trasferta che “valevano doppio” per la prima volta in quella competizione (va detto che questa orribile interpretazione della regola, completamente falsa, è stata fonte di non pochi equivoci: la regola esatta è che a parità di punti conquistati e di differenza reti, il discrimine per determinare il passaggio del turno diventa il numero di gol segnati in trasferta). Le qualificate per la Spagna furono altre due matricole. L’Algeria, che battendo la Nigeria si prendeva la rivincita sulla Coppa d’Africa del 1980, dove era arrivata seconda battuta proprio dalla squadra nigeriana, ed il Camerun, che fu abbastanza una sorpresa per tutti, non avendo risultati degni di tale nome neanche a livello continentale da quasi dieci anni.

Il trofeo CONCACAF continentale, come era abitudine, designò le nazionali di quella federazione per i mondiali. Stavolta, non solo la vincente del trofeo si sarebbe qualificata, ma anche la seconda. Il torneo si giocò in Honduras, e vide proprio i padroni di casa vincere il torneo, e qualificarsi per la Spagna (quinta squadra matricola del torneo). Secondo classificato, a sorpresa, El Salvador, che estromise il Messico. Per la piccola nazionale centroamericana fu la seconda volta al mondiale, dopo il 1970.

In Sudamerica, qualificatasi di diritto l’Argentina campione del mondo, le altre tre qualificate uscirono fuori da tre gironi da tre, giocati con gare di andata e ritorno: furono il Brasile (con percorso netto: 4 vittorie su 4), il Perù sulla nobile decaduta Uruguay (che aveva organizzato un “mundialito” per celebrare i 50 anni del primo mondiale, e l’aveva pure vinto sul Brasile) ed, a sorpresa, il Cile nel girone del Paraguay, campione in carica della Copa America, che arrivò addirittura ultimo dietro anche l’Ecuador.

Per L’UEFA la qualificazione fu più complessa: Qualificata di diritto la Spagna nazione ospitante, le altre 33 squadre vennero divise in 7 gironi: 6 da 5 squadre, che avrebbero qualificato le prime due, ed uno da tre, che avrebbe qualificato solo la prima. In quest’ultimo la Polonia ebbe facilmente la meglio su Germania Est e Malta, gli altri gironi videro prevalere Germania Ovest ed Austria, Belgio e Francia (quest’ultima solo per differenza reti contro l’EIRE, mentre l’Olanda vicecampione del mondo chiudeva addirittura al penultimo posto del girone), URSS e Cecoslovacchia (anche i cechi solo per differenza reti nei confronti del Galles, che fu l’unica nazionale britannica a non partecipare a questa edizione dei mondiali), Ungheria ed Inghilterra, Jugolavia ed Italia, Scozia ed Irlanda del Nord. Tutto era finalmente pronto per il sorteggio.

La formula trovata, anche in questo caso, si discostava dalle raccomandazioni del Gruppo di Lavoro tecnico: nessun play off iniziale, ma 6 gironi da 4. Le prime due squadre qualificate sarebbero passate alla seconda fase, dove – e qui c’è la terza ed ultima raccomandazione disattesa da parte della FIFA del Gruppo di lavoro Tecnico da lei stessa istituito (si capisce bene come Havelange, Franchi e Blatter, all’epoca segretario generale della Federazione Mondiale del Calcio, gestivano l’organizzazione dello sporti più bella del mondo: facevano di testa loro, sulla base di interessi che con il calcio, e lo sport in generale, c’entravano poco) – non ci sarebbe stata una fase ad eliminazione diretta ma un’ulteriore fase a gironi, Le squadre sarebbero state raggruppate in gironi da tre (le prime dei gruppi 1 e 3 e la seconda del gruppo 6 e viceversa, le prime dei gruppi 2 e 4 e la seconda del gruppo 5 e viceversa), dove il vincitore avrebbe fatto la semifinale con il vincitore del gruppo “gemello”. La prima partita di ognuno di questi gironcini sarebbe stata tra le squadre arrivate nella stessa posizione del gruppi della prima fase; la seconda dalla terza squadra con la perdente della prima partita o, in caso di parità, di quella che avesse ottenuto meno punti. Le semifinali sarebbero state poi decise da tempi supplementari ed eventualmente, per la prima volta, dai rigori, mentre si manteneva la ripetizione della finale in caso di pareggio dopo i 120’. Dalle 38 partite del 1978 si passava a 52.

Una formula cervellotica ed anche abbastanza demenziale (per dire, Germania Ovest e Brasile si sarebbero potute incontrare solo in finale, indipendentemente dai piazzamenti ottenuti), seconda sola, come complicazione inutile, a quella di Svizzera 1954. Fortunatamente fu adottata solo in questa edizione.

Le teste di serie furono decise facilmente: Spagna nazionale ospitante, Argentina Campione Uscente e le altre quattro nazionali che avevano vinto almeno una volta il campionato: Italia, Germania Ovest, Inghilterra Brasile. Il posizionamento nei gruppi fu fatto in modo tale che Italia, Argentina e Brasile sarebbero capitate nella parte “alta” del tabellone, e Germania Ovest, Inghilterra e Spagna in quella bassa. Favore non piccolo ai padroni di casa. Le altre fasce furono così composte: una fatta delle europee dell’est cui venne aggiunta l’Austria, una con le altre europee e le due sudamericane (Cile e Perù) e l’ultima con le sei nazionali delle federazioni Nordamericana, Africana ed Asiatico/Oceanica (le “squadre materasso”). Ovviamente, Cile e Perù non potevano capitare nei gruppi di Argentina e Brasile per evitare di avere subito due sudamericane ai gironi, quindi fu concordato che la prima e la seconda europea estratta della terza fascia sarebbero andate rispettivamente nei gironi C ed F, quelli di Argentina e Brasile.

A tenere il sorteggio, il 16 gennaio del 1982, fu Sepp Blatter, che fece vedere al mondo immediatamente le sue qualità: quando si sorteggiò la terza fascia, il Belgio (primo estratto) finì con l’Italia e fu solo quando la Scozia capitò con l’Argentina che il buon Blatter decise di ricominciare il sorteggio della terza fascia daccapo… un’organizzazione logistica inaudita, oltretutto con più di qualche sospetto di combine, visto che la prima nazionale ad essere estratta nel nuovo sorteggio fu… di nuovo il Belgio.

Altro aspetto negativo fu il fatto che le teste di serie avrebbero giocato l’ultima partita dei loro gruppi, sapendo quindi come regolarsi in base ai risultati già ottenuti. L’esperienza di Argentina Perù di quattro anni prima non aveva evidentemente insegnato nulla.
Comunque, alla fine, i gruppi risultarono i seguenti:
Gruppo 1: Italia, Polonia, Perù, Camerun;
Gruppo 2: Germania Ovest, Austria, Cile, Algeria;
Gruppo 3: Argentina, Ungheria, Belgio, El Salvador;
Gruppo 4: Inghilterra, Cecoslovacchia, Francia, Kuwait;
Gruppo 5: Spagna, Jugoslavia, Irlanda del Nord, Honduras;
Gruppo 6 Brasile, URSS, Scozia, Nuova Zelanda.

Strano a dirsi, Germania Ovest ed Austria, che erano insieme nel girone di qualificazione, capitarono insieme anche in quello della prima fase. Dopo la “sorpresa” del 1978, dove l’Austria aveva battuto i tedeschi precludendogli la finalina, e dopo le due partite di qualificazione, vinte agevolmente dalla squadra di Derwall (il secondo di Schoen che aveva preso il suo posto), ci sarebbe stato di nuovo questo incontro. Anche questo fece scalpore, ma in senso negativo, come vedremo.

Fu presentato il pallone: molto simile al Tango Argentino, il Tango Espana aveva le cuciture che erano state rese idrorepellenti facendole in gomma. Accorgimento che non servì a molto, tanto che molti palloni dovettero essere sostituiti durante le partite. Fu l’ultimo pallone in cuoio ad essere utilizzato durante le fasi finali dei mondiali.

Non ci fu nessuna novità tattica particolare in questa edizione dei mondiali. La difesa a zona tornava ad essere adottata da alcune squadre (non da tutte). Le previsioni degli esperti davano per super favorito il Brasile, amche lui con la difesa a Zona, che aveva una squadra composta da fuoriclasse enormi: Zico, Socrates, Eder, Dirceu, Junior, Cerezo, Falcao (che neanche doveva partire titolare), solo per citare alcuni nomi. Gli unici punti deboli erano un portiere non perfetto (Waldir Peres, ma fece solo un errore abbastanza clamoroso, oltretutto ininfluente) ed un centravanti, Serginho, che non riusciva a concretizzare tutto il ben di Dio che quella squadra di fenomeni produceva. In Brasile sono ancora oggi convinti che il miglior Brasile della storia era quello, non quello del 1970. Era allenato da Telè Santana, che aveva preso il posto di Coutinho, il quale aveva pagato i due mondiali non vinti nel 1974 e 1978, e che era morto in tragiche circostanze nel 1981. Maggiore antagonista la Germania Ovest: Rummenigge, Hansi Muller, Littbarski ed il nuovo portiere Schumacher sembravano gli unici in grado di impensierire i marziani. Ovviamente veniva tenuta in considerazione l’Argentina, che all’impianto del 1978 aveva aggiunto quel gran fenomeno che era Diego Armando Maradona. Nessun riguardo veniva dato invece all’Italia. Reduce da un grosso scandalo legato alle scommesse clandestine, e con Bearzot che, legato ai suoi vecchi uomini, aveva convocato di nuovo Paolo Rossi nonostante fosse fermo da due anni per una squalifica legata proprio al calcio scommesse, senza prendere in considerazione né Beccalossi, il fantasista dell’Inter, né soprattutto il cannoniere Pruzzo, motivo per cui la stampa romana gli si accanì contro.

L’Italia era proprio nel gruppo 1, che esordì il 14 giugno (il giorno dopo la partita inaugurale giocata dall’Argentina), contro la Polonia. Pochi cambiamenti negli azzurri: Bruno Conti all’ala destra per Causio, Oriali per Benetti, Graziani per Bettega e Collovati al posto del vecchio Bellugi. L’Italia domina la partita, cancellando lo spauracchio Boniek e cogliendo anche una traversa con Tardelli, ma il risultato non va al di la dello 0 a 0. Nell’altro incontro, Perù e Camerun pareggiano sempre a reti bianche. Risultato abbastanza a sorpresa (il Perù schierava il “vecchio” Cubillas ed il “nuovo” Uribe, ed era abbastanza accreditato), ma vedendo la partita non tanto. Cominciano ad emergere due calciatori camerunensi che avrebbero poi fatto parte della storia dei mondiali: il portiere ‘Nkono ed il centravanti Milla.

Nella seconda giornata Il Camerun si ripete, bloccando la Polonia sempre per 0 a 0 (ma difendendosi molto di più, e colpendo solo con tiri da lontano), mentre l’Italia comincia bene: domina il Perù andando in vantaggio con Conti e sfiorando il raddoppio in più occasioni. Ma nella ripresa c’è il black out totale. Il cambio di Causio per Rossi (il n. 20 azzurro era chiaramente fuori forma) ha come effetto quello di annullare qualsiasi azione d’attacco italiana, che passa la propria metà campo solo in un paio di occasioni. Il Perù, che quasi non crede ai suoi occhi, attacca, reclama per un rigore (nettissimo, secondo noi) ed a 7’ dalla fine trova il pareggio grazie ad un’autorete di Collovati. La cosa divertente è che l’Italia, grazie a quel gol segnato, rimaneva comunque prima nel girone. Ma le polemiche esplodono: ecco due chicche della feroce stampa romana. Su Bearzot: “Prima di assumere l'alto incarico di Ct, trascorreva le sue giornate seduto sul caffè che dà sulla piazza di Ajello del Friuli e quando passavano  gli  automobilisti esitanti diretti a Udine o più oltre, e si fermavano per chiedere quale cammino seguire, il futuro Ct si affrettava ad insegnare loro premurosamente la strada giusta, per cui gli fu unanimemente riconosciuta questa sua qualità di insegnante. Poi si sa cosa accade a chi, senza essere dotato di un robusto equilibrio, ha la ventura di percorrere una carriera vertiginosa: perde facilmente la testa”. E su Paolo Rossi: «È una bestemmia mandarlo in campo. In queste condizioni un atleta si spedisce in montagna. C'è da chiedersi quali conoscenze di sport abbia gente convinta di poter cavare qualcosa da un atleta ridotto nelle condizioni di Rossi».


Capitolo 2

La terza giornata vede giocare prima Polonia e Perù, per quel “favore” che si faceva alla teste di serie. Primo tempo spettacolare, con tre legni presi dalle squadre (uno dei sudamericani, due dai polacchi), ma che termina sempre 0 a 0. Ma nel secondo tempo, esattamente come quattro anni prima contro l’Argentina, il Perù scompare dal campo, I Polacchi segnano 5 volte (in gol anche l’eterno Lato), ed al Perù rimane solo il gol della bandiera. 5-1. L’Italia sa che dovrebbe fare 4 gol almeno senza subirne alcuno per passare per prima, mentre basta un pareggio per passare come seconda, proprio in virtù del numero di gol fatti a parità di differenza reti contro gli africani.

L’Italia attacca costantemente, Conti si divora un gol fatto nel primo tempo, ma nel secondo, su un cross di Rossi, Graziani la prende di testa e, complice uno scivolone di ‘Nkono, segna. Non passano che pochi secondi e ‘Mbida, in sospetta posizione di fuorigioco, pareggia. L’incontro terminerà 1-1, con i Camerunensi apparentemente paghi di uscire dal mondiale senza aver subito sconfitte. Per l’Italia un secondo posto che voleva dire il gironcino con il Brasile e con l’Argentina, praticamente secondo tutta la stampa di casa, una condanna a morte certa.

Le polemiche escono fuori più violente che mai: si fanno interrogazioni parlamentari sul presunto premio promesso ai giocatori (70 milioni di lire dell’epoca ognuno), si tirano fuori sospetti di combine tra le federazioni italiana e camerunense per questa partita (a giudicare dalle immagini, se accordo ci fu, fu tra i giocatori. Il giornalista che continua a sostenere questa tesi, Beha, non ha mai portato uno straccio di prova reale di combine istituzionalizzata).

Infine, e fu la goccia che fece traboccare il vaso, scoppiò uno scandalo di presunta omosessualità tra Rossi e Cabrini. Era successo che Bearzot, arrivati a Barcellona per giocare la seconda fase, aveva dato una giornata di libertà ai calciatori. Tutti tranne Rossi, la cui compagna aspettava un bambino, sfruttarono la possibilità di stare con mogli e fidanzate Il giornalista del “Giorno” Pea, chiedendogli come mai era da solo, si senti rispondere appunto che stava per diventare babbo ma che “cosa mi importa, io ho la mia Cabriña”, disse scherzando sul nome del suo compagno di stanza. Il pezzo sulla presunta omosessualità dei due non tardò ad uscire: si tirarono fuori immagini di Rossi e Cabrini abbracciati in canottiera, si fecero supposizioni su chi fosse l’”uomo” e chi “la donna” e si sospettarono anche serate con festini a base di sesso e droga.

I giocatori non ne potevano più: Causio chiese addirittura a Bearzot di andare ad interagire, e non a parola, con il giornalista. Fu decisa una protesta meno cruenta. Squadra in silenzio stampa, avrebbero parlato solo Bearzot e Zoff, due friulani (non proprio i più ciarlieri del globo). L’episodio cementò il gruppo e fu uno dei fattori determinanti del successo di quella squadra.

Il gruppo 2 si apre con una sorpresa molto maggiore di quella del Camerun: un’Algeria messa benissimo in campo, e veloce nel contropiede, batte la Germania Ovest per 2 a 1. I tedeschi attaccano, ma subiscono prima un gol di Madjer dopo una penetrazione di Zidane (qualcuno dice che è lo zio del più famoso Zinedine, ma non ci sono prove in merito) e, un minuto dopo essere riusciti a pareggiare, subiscono in contropiede il 2-1. Hrubesch si mangia almeno due palle gol, ma la partita termina con questo sorprendente risultato. Nell’altro match, l’Austria batte il Cile 1-0 in una partita difficilissima, dove i sudamericani sbagliano un rigore, ma gli austriaci prendono due legni con Schachner, l’autore del gol vittoria.

La seconda giornata ristabilisce le gerarchie storiche: la Germania Ovest si rifà battendo 4-1 il Cile con tripletta di Rummenigge, mentre l’Austria batte 2 a 0 l’Algeria. Nell’ultima giornata il fatto che Germania Austria si giochi dopo Algeria Cile ha effetti devastanti, però: gli Africani battono 3-2 il Cile, andando così a 4 punti ed a 0 come differenza reti. L’Austria ha 4 punti e +3 come media inglese, la Germania Ovest 2 punti e +2. Vincendo per uno o due gol di Scarto, La Germania Ovest si garantiva il passaggio del turno come prima, e garantiva all’Austria il passaggio come seconda. Dopo 10’ circa di attacchi tedeschi, Hrubesch porta in vantaggio i suoi. Da allora, e per 80’, la maggior parte del tempo passa con una continua melina da parte delle due squadre. Lo spettacolo è così deprimente che gli spettatori spagnoli fanno una “panolada” ante litteram al grido di “Fuera! Fuera!”, e gli stessi commentatori delle due nazioni sono scandalizzati: quello austriaco invita i telespettatori a spegnere la televisione, e quello tedesco si rifiuta di commentare la partita, dopo aver detto ”Quello che sta accadendo è indecente, e non ha nulla a che fare con il calcio. Dite quello che volete, ma non tutti i fini giustificano i mezzi”. I tedeschi si giustificarono con parole che li resero ancora più antipatici: il CT Derwall disse “Volevano andare avanti nella competizione, non giocare a calcio”, e Matthaus affermò: “ci siamo qualificati. Conta solo questo”. Le due nazionali, che a Cordoba quattro anni prima avevano battagliato così duramente da togliere alla Germania Ovest il posto nella finale del terzo e quarto posto (partita chiamata “il miracolo di Cordoba”), adesso avevano scritto, implicitamente, un patto di non belligeranza. La partita fu chiamata così: “il patto di non belligeranza di Gijon”, o meglio “la vergogna di Gijon”. Ma forse il titolo migliore lo fece la Bild: un “Vergogna” scritto grosso così. Gli Algerini, così arrabbiati da presentare ricorso, parlarono in maniera decisamente poco elegante di Anschluss (la fusione tra le due nazioni dovuta all’invasione di Hitler nel 1938). Il ricorso fu ovviamente respinto (non si poteva impedire ai calciatori di non giocare a calcio), ma da allora le ultime due partite dei gruppi sarebbero sempre state giocate in contemporanea. Questo fu infatti l’ultimo mondiale dove ogni partita fu giocata ad un orario diverso.

Decisione encomiabile, ma con il cambio di regolamento che dalla differenza reti totale usava, come discrimine per il passaggio, i punti e poi la differenza reti negli scontri diretti, il rischio di “biscotti” del genere non è scomparso (vedi lo Svezia Danimarca 2-2 che agli europei del 2004 fece passare tutte e due le squadre ai danni dell’Italia).

Il gruppo 3 era anche quello che, con Argentina-Belgio, aveva aperto i mondiali. Gli spettatori, oltre 95.000 persone che affollavano il Camp Nou di Barcellona, non vedevano l’ora di vedere il nuovo fenomeno del calcio, Maradona, che aveva appena firmato per i blaugrana. Ma l’Argentina aveva ben altro a cui pensare: il regime militare, forse per compattare la nazione che cominciava a dare segni di ribellione a quel regime feroce, aveva deciso, con un colpo di mano, di invadere delle piccole isole vicino la costa argentina:le Falklands, di proprietà inglese, che i sudamericani chiamano Malvinas, ed hanno da sempre rivendicato. Il colpo di mano non funzionò, e la Gran Bretagna mandò l’esercito a riconquistare rapidamente i territori, ma fu una guerra, anche se breve, a tutti gli effetti: per gli argentini in nazionale, quella guerra fu abbastanza un trauma: partiti convinti di vincere, scoprirono la verità una volta arrivati in Spagna, e fu per loro un brutto colpo. In particolar modo per Ardiles, che aveva giocato quell’anno nel Tottenham, e che era lacerato per i morti (parole sue) che venivano fatti tra le due nazioni che più amava. Va detto che i giocatori Argentini non cercarono alibi: hanno sempre affermato che il pensiero della guerra, e di una brutta guerra persa, non li condizionava durante le partite. Ma comunque era sempre presente (in parecchi avevano congiunti al fronte).

La partita fu sorprendente: Argentina (e Maradona) quasi in stato ipnotico, e Belgio che si mangia un paio di gol prima di passare in vantaggio con Van den Bergh al 62’. A quel punto l’Argentina si sveglia, ma è tardi. Va segnalata solo una punizione – fantastica – del n. 10 argentino che prende la parte interna della traversa prima di tornare in campo. Era la prima volta in 20 anni che la partita di esordio del mondiale non terminava 0-0.

Nell’altra partita, l’Ungheria disfaceva (è il termine giusto) El Salvador per 10-1, stabilendo, con questa partita, diversi record: maggior numero di reti segnate da una singola squadra nella fasi finali di un mondiale, record eguagliato di differenza di gol tra le squadre (+9), prima (e fino adesso unica) volta di una tripletta di un subentrante (l’Ungherese Kiss). Non male per il ritorno alla vittoria nei campionati del mondo della ex squadra d’oro dopo 16 anni.

La seconda giornata vide però gli argentini rifarsi, e con un’aggressività calcistica che non avevano dimostrato contro il Belgio, sconfissero l’Ungheria con un sono 4-1. Oltre alla doppietta personale, Maradona cominciava a deliziare la platea con delle formidabili giocate. Il Belgio, invece, non andò oltre l’1-0 (la sua sterilità realizzativa, con gol divorati a ripetizione era un limite forte di questa squadra, che comunque annoverava campioni come Gerets, poi al Milan, e Coeck, che andò all’Inter e che morì a 40 anni per un incidente stradale). La partita tra Belgio ed Ungheria diventava decisiva: l’Ungheria, vincendo, raggiungeva il Belgio e grazie alla Goleada contro El Salvador era sicuramente qualificata. Per il Belgio, qualsiasi risultato diverso dalla sconfitta le avrebbe garantito il primo posto, mentre perdendo sarebbe stato sicuramente eliminato vista la più che probabile vittoria dell’Argentina contro i centroamericani. L’Ungheria passò in vantaggio, ma fu raggiunta ad un quarto d’ora dalla fine. Il 2-0 dell’Argentina su El Salvador certificava l’esclusione degli ungheresi. Italia-Argentina e Polonia-Belgio sarebbero state le prime partite dei gironcini della seconda fase.

Il Gruppo 4 vedeva l’Inghilterra come testa di serie. Per la guerra delle Falkland, la partecipazione delle nazionali britanniche (oltre all’Inghilterra, anche Irlanda del Nord e Scozia) era in dubbio: il Regno Unito aveva ipotizzato il boicottaggio proprio per la partecipazione dell’Argentina all’evento. Ipotesi poi non portata avanti perché – a parte la pubblicità che una decisione del genere avrebbe dato comunque al regime dei generali – si capì che il boicottaggio non avrebbe avuto altri partecipanti. L’esordio fu scoppiettante: un 3-1 alla Francia con un gol di Robson dopo soli 27” di gioco (fu ritenuto, all’epoca, il gol più rapido dei mondiali, ma abbiamo visto che fu in Cile il gol più rapido). Hidalgo, il CT Francese, diede la colpa al caldo feroce che faceva a Bilbao, cui i francesi non erano preparati. Sembra che tra il primo ed il secondo tempo gli inglesi si abbracciassero dei grossi blocchi di ghiaccio per riprendersi. Ci permettiamo di dubitarne. Nell’altra partita, il Kuwait ferma a sorpresa la Cecoslovacchia. In vantaggio con Panenka su rigore, (l’inventore dello scavino, anche se in quel caso non lo usò), venne raggiunto nella ripresa da una squadra che sembrava molto tonica, che era allenata da quel Carlos Alberto che, 12 anni prima, aveva chiuso la Coppa Rimet segnando il 4-1 del Brasile contro l’Italia. Nella seconda giornata, gli inglesi regolavano con un 2-0 la Cecoslovacchia, mentre la Francia batteva il Kuwait.

In questa partita ci fu il famoso episodio dell’emiro: sul punteggio di 3-1 per i francesi, dopo due gol annullati in dubbio fuorigioco e con la rete kuwaitiana segnata grazie ad una “simpatica furbata” su punizione (a barriera schierata, non attesero il fischio dell’arbitro per battere a sorpresa sull’uomo libero in area. A fare gol collaborò anche Ettori il portiere transalpino vero anello debole di quella squadra), su un passaggio filtrante verso Giresse si sente nettamente un fischio. I kuwaitiani si fermano, convinti che fosse stato l’arbitro, non Giresse che segna indisturbato. Grandi proteste,ma l’arbitro è irremovibile,  fino a che i giocatori asiatici chiamano in campo il segretario della loro federazione, lo sceicco Fahid Al-Ahmad Al-Sabah (fratello dell’emiro), che parlamenta con l’arbitro e lo convince ad annullare la rete… riportiamo il nome dell’arbitro, il sovietico Stupar, per far capire come cose che oggi sembrano impensabili (immaginiamo Abete che scende in campo e va a protestare con l’arbitro per un gol subito dall’Italia) accadevano solo 32 anni fa. Poco male, comunque: Bossis segna il 4-1 definitivo lo stesso. L’arbitro fu radiato dalla FIFA dopo quell’episodio. Peggiore la sorte toccata allo Sceicco che, purtroppo per lui, ebbe una tragica fine: fu uno dei primi uccisi dall’esercito iracheno quando questo invase il Kuwait nel 1990.

Nell’ultima giornata la partita decisiva era Francia Cecoslovacchia: per i cechi era necessario vincere, e bene, per sperare di passare il turno; alla Francia bastava un pareggio o una sconfitta di misura. Finì 1-1 con Panenka che pareggiò su rigore solo a 6’ dalla fine. I due volte finalisti (nel ’34 e nel ’62) fuori con solo due gol su rigore all’attivo. Il pareggio però consentiva teoricamente al Kuwait di qualificarsi qualora avesse battuto l’Inghilterra per 4 gol a zero: ovviamente così non fu, l’Inghilterra vinse 1 a 0 e passò a punteggio pieno come prima nel girone: avrebbe incontrato la Germania Ovest. La Francia, seconda, se la sarebbe vista con l’Austria.


Capitolo 3

Il Gruppo 5 vedeva i padroni di casa esordire contro l’Honduras: ci si aspettava una passeggiata, ed invece gli honduregni si rivelarono un osso molto duro: in vantaggio già al 7’ del primo tempo, furono raggiunti dalla Spagna (che obiettivamente non era uno squadrone) solo su rigore al 65’. Rigore netto, a differenza di altri, che vedremo. Nell’altra partita, la Jugoslavia attacca di più, ma non va oltre lo 0 a 0 contro un’Irlanda del Nord che schierava uno dei giocatori più anziani del mondiale, il portiere Pat Jennings, vera icona del calcio britannico, ed il più giovane in assoluto, Norman Whiteside che a 17 anni e 41 giorni diventa (e lo è ancora oggi) il più giovane calciatore ad aver esordito in una fase finale della coppa del mondo.

Nella seconda giornata si consuma il “fattaccio”: la Jugoslavia, in vantaggio 1-0 al 10’, quattro minuti dopo subisce il più ingiusto dei rigori: non per il fallo che è netto, ma per la posizione: almeno un metro fuori area. Lo scandalo fu accentuato dal fatto che il rigore, sbagliato la prima volta, venne fatto ripetere: gli Jugoslavi protestarono ferocemente affermando che nessuno di loro era entrato nell’area. In realtà, in quel caso, l’arbitro aveva ragione: il portiere Pantelic era avanzato dalla linea di porta almeno di un metro e mezzo prima che il rigore fosse tirato. La Jugoslavia torna all’attacco, domina la partita, ma subisce nella ripresa il 2-1 su calcio d’angolo commettendo il più ingenuo degli errori: non mette gli uomini sul palo. La stampa spagnola, onesta, titolava il giorno dopo “grazie, Arbitro”. L’Honduras, nel frattempo, si conferma ottima squadra costringendo al pareggio per 1-1 anche l’Irlanda del Nord. Partita bella e ricca di occasioni da gol, giocata a viso aperto da entrambe le squadre.

La giornata finale fu ricca di colpi di scena: la Jugoslavia, contro l’Honduras deve vincere per passare il turno. Attacca furiosamente e si espone ai contropiedi di centroamericani, ma il risultato non si sblocca dallo 0 a 0. A due minuti dalla fine, una giocata magistrale di Susic semina lo scompiglio nella difesa Honduregna: fallo e calcio di rigore per gli slavi: 1-0. L’Honduras, cui bastava anche un pareggio, perde la testa e Yearwood colpisce Petrovic, l’autore del gol a freddo con un cazzotto in testa. Espulsione.

A questo punto la classifica diceva Spagna 3 con differenza reti +1, Jugoslavia 3 con differenza reti 0, Irlanda del Nord ed Honduras 2. Alla Spagna bastava un pareggio per passare da prima, all’Irlanda del Nord un pareggio almeno per 2-2 per passare da seconda. Accadde invece quello che nessuno si aspettava: l’Ulster batte i padroni di casa per 1-0. A quel punto Irlanda del Nord prima, e Spagna seconda, come l’Italia, solo per aver segnato un gol in più. Irlandesi nel gironcino con Francia ed Austria e Spagnoli in quello, decisamente più pericoloso, con Germania Ovest ed Inghilterra: entrambe avrebbero giocato le ultime due partite.

E veniamo al Gruppo 6, quello dei superfavoriti brasiliani. L’esordio era contro l’URSS, e subito il brasile mette in mostra tutto lo spettacolo del calcio: ma i suoi punti deboli (portiere, attaccante, difesa fragile) vengono messi a nudo dai sovietici: un tiro di Bal senza pretese dai 20 metri entra grazie ad una saponetta del portiere. Attacchi furiosi dei brasiliani, ma tra la goffaggine del centravanti Serginho, la bravura del portiere sovietico (Dasaev è stato, nella tradizione di Jascin, un grandissimo portiere) e la buona organizzazione dell’URSS (non era ancora quella di Lobanovski, ma era comunque un’ottima squadra, già guidata in campo da Blochin) che sfiora anzi il raddoppio, il pareggio non arriva se non a 15’ dalla fine, dove Socrates fa uno dei più bei gol della storia dei mondiali: raccoglie un pallone ai 25 metri, due finte a disorientare due sovietici e tiro al sette sulla destra di Dasaev, che nonostante uno dei più bei tuffi della storia non ci arriva. A 3’ dalla fine altra perla dei verdeoro: Eder raccoglie un passaggio di Junior su cui Falcao fa velo, controlla con la coscia e tira sul primo palo. Dasaev neanche la vede. 2-1, ma quanta fatica. La Scozia si sbarazza invece della cenerentola Nuova Zelanda per 5-2, dopo che però gli oceanici recuperarono dal 3-0 al 3-2. Gli Scozzesi avrebbero pagato caro quel quarto d’ora di disattenzione.

Nella seconda giornata il Brasile, dopo aver chiuso 1-1 il primo tempo contro la Scozia (al vantaggio britannico aveva risposto Zico con una punizione magistrale) dilaga nella ripresa fino a chiudere 4-1. E’ emblematico del gioco di quei fenomeni un’azione che non si è conclusa col gol: Due tocchi di Junior davanti la propria area e palla ad Eder, due tocchi e palla a Serginho, due tocchi e palla a Zico che di sinistro sfiora il palo incrociando il tiro. Il tutto in meno di 8”… L’URSS regolava invece la Nuova Zelanda per 3-0. A questo punto URSS-Scozia diventava decisiva per passare. In caso di pareggio, la Scozia sarebbe stata eliminata per differenza reti, per la terza volta consecutiva. Ed in effetti finì 2-2. Al Brasile rimaneva la Nuova Zelanda: fu un 4-0 dove Zico fa da mattatore, segnando il gol di apertura con una rovesciata al volo da cineteca.

I gruppi della seconda fase erano così finalmente composti:
Gruppo A: Polonia, Belgio, URSS
Gruppo B: Germania Ovest, Inghilterra, Spagna
Gruppo C Italia, Argentina, Brasile
Gruppo D Austria, Francia, Irlanda del Nord

Il gruppo A vede la definitiva consacrazione di un nuovo protagonista del calcio:Boniek, che con una tripletta (frutto di due assist di Lato e di uno di Buncol) regolava il Belgio, incapace di segnare (alla fine, i “diavoli rossi” faranno solo tre gol in cinque partite). Questo voleva dire che la partita successiva sarebbe stata URSS-Belgio. Questa finì 1-0 per i sovietici, rendendo così il pareggio nella partita decisiva favorevole alla Polonia. Partita che, per ragioni non solo sportive, ma politiche e patriottiche (la Polonia era parte di quelle nazioni del Patto di Varsavia, appunto, a “sovranità limitata”, con l’URSS come nazione egemone, ed il movimento di Solidarnosc, primo sindacato libero nato alla fine degli anni ’70, era stato dichiarato fuorilegge dalla legge marziale introdotta dal governo polacco nel 1981. Legge marziale imposta dal fatto che in mancanza di questa, l’URSS avrebbe invaso la Polonia) diventava delicata. Per i polacchi era la partita della vita, e bandiere di Solidarnosc erano presenti ovunque nello stadio. Finì 0-0, garantendo così la semifinale alla Polonia. Unico neo: Boniek non l’avrebbe giocata, la semifinale, perché ammonito stupidamente a 2’ dalla fine della partita. Partite giocate al Camp Nou di Barcellona semideserto: era previsto per Italia ed Argentina, e le tre nazionali che giocavano li non attiravano di sicuro tanti tifosi.

Il gruppo B iniziò invece con un pareggio per 0-0 tra Germania Ovest ed Inghilterra. Gli attacchi inglesi si fermarono davanti ad un superlativo Schumacher, mentre la Germania controllava e cercava di colpire di rimessa. Verso la fine della partita, Rummenigge prese anche la traversa. Questo voleva dire che ad incontrare la Spagna sarebbero stati i tedeschi, per i minori punti fatti durante i gruppi del primo turno. Finì 2-1 per la Germania Ovest, che, cinica e pragmatica come da luogo comune (ma nel caso della Germania è anche una grande verità) colpisce due volte i padroni di casa, prima di subire il gol da Zamora. La Spagna era quindi matematicamente fuori, e  l’Inghilterra, nell’ultima partita, l’avrebbe dovuta battere segnando almeno due gol per avere accesso alla semifinale. Ma la sterilità in attacco dei britannici non consentì loro di andare oltre lo 0-0. Nell’occasione migliore, Keegan, subentrato (non era al massimo della forma) di testa a porta vuota mette a lato. Mentre il n. 7 inglese si dispera, inquadrato dalla televisione, il commentatore della BBC dice “The picture tells the story”. Inghilterra fuori con 3 vittorie, due pareggi ed un solo gol subito e Germania Ovest in semifinale, quindi. Fu questo l’unico gruppo dove andò alle semifinali la squadra che giocò le prime due partite. In tutti gli altri casi, fu la squadra che giocò la prima e la terza partita a trionfare (anche perché più riposata, visto che passavano sei giorni invece di tre tra le due partite).

Il gruppo C, all’inizio, era quello più incerto: non per l’Italia, secondo quasi tutti destinata a fare da materasso e su cui si scommetteva solo su quanti gol avrebbe preso dalle due sudamericane, ma per il gran match tra Argentina e Brasile, tra Maradona e Zico, che aspettavano tutti. Ed invece si apre con una sorpresa: l’Italia, all’esordio con l’Argentina, contiene benissimo la sfuriata iniziale dell’albiceleste e riesce anzi a creare svariate occasioni nel primo tempo. Il segreto di Bearzot non fu quello di mettere Tardelli su Maradona come era lecito aspettarsi, ma Gentile. E Gentile fu tanto fastidioso che Maradona praticamente non riusciva a toccare palla. “Il segreto era non metterlo in condizione di ricevere palla – disse poi il difensore della Juventus, che in quell’occasione sfoggiava dei baffi che rendevano ancora più evidenti i suoi natali libici – perché se l’avesse toccata se ne sarebbe andato o avrebbe creato un’occasione da gol”. Brera, un poco seccato per aver cannato il pronostico, assieme a considerazioni di ordine razziale (il grande giornalista non perderà mai questo difetto), disse una cosa sacrosanta: "Maradona ha imparato una volta di più che il calcio ha i suoi assiomi: uno dei quali è il seguente: che tu puoi essere l'iddio della pelota in terra, però se un Gentile non te la lascia toccare, tu sei un iddio che lascia la palla a Gentile...". Nel secondo tempo il frutto del lavoro di Bearzot cominciò a dare i suoi frutti: una bellissima azione manovrata (altro che contropiede!) Oriali-Conti-Graziani-Antognoni libera Tardelli sulla sinistra che incrocia e batte Fillol. La reazione argentina è tutta in una serie di punizioni dal limite che quando non sono prese da Zoff colpiscono il palo (Maradona, Passerella). Ed inevitabile arriva il 2-0. Rossi solo davanti a Fillol gli tira in bocca, riprende Conti che smarca Cabrini che con un gran sinistro fa il 2-0. Inutile il gol di Passerella su una punizione tirata a sorpresa. Nel finale, solite botte degli Argentini che non ci stavano (espulso Gallego per un’entrata assassina, ma Rainea, l’arbitro, avrebbe dovuto cacciare anche Passerella che fece con Altobelli quello che fece a Neeskens 4 anni prima), ed un gol divorato da Conti che invece che battere a rete vuole umiliare Fillol con un pallonetto a cucchiaio che il portiere prende abbastanza facilmente. Conterà, e molto, quel gol mangiato.

Argentina Brasile, quindi sarebbe stata la seconda partita. In Italia si rividero, 12 anni dopo, i caroselli con le macchine. Chi aveva predetto sciagure si silenziava o cercava di passare – ma timidamente, visto che gli azzurri dovevano ancora incontrare i verdeoro, veri “dei del calcio” – sul carro del vincitore.
Il Brasile si confermò quella squadra di campioni che era: dopo aver contenuto alcuni attacchi sterili, passa in vantaggio con Zico, che raccoglie una sassata su punizione di Eder che si era stampata sulla traversa. Il resto del primo tempo è uno spettacolo per gli occhi, ed è solo per casualità che non arriva il raddoppio. Nella ripresa, l’Argentina ci prova, reclama un rigore, che ci poteva stare, su Maradona, ma deve capitolare subendo altri due gol con Serginho e Junior, tutti e due creati da Zico e dalle sue mirabolanti giocate. Strano destino, quello di questo giocatore, che avesse vinto qualcosa di più sarebbe forse stato ricordato ai livelli di Pelé e Maradona. Quest’ultimo saluta il mondiale nella peggiore maniera possibile: facendosi espellere per un’entrata assassina (calcio allo stomaco) su Batista. Il 3-1 di Diaz, nato da una delle tante amnesie difensive del Brasile, serve a poco.

Italia Brasile diventa quindi decisiva per il passaggio in semifinale, con i verdeoro consapevoli che un pareggio li avrebbe favoriti (ecco l'importanza del gol fallito da Conti). Ma non sono calcoli che i brasiliani amano fare. Lo stadio Sarrià, per la terza volta, era stracolmo e per la terza volta in grado di soddisfare solo metà delle richieste di biglietti. Ed il Camp Nou era semivuoto… Quello stadio, per noi mitico, adesso non c’è più. L’Espanyol che giocava li, si è trasferita ed il complesso è stato demolito. Peccato.


Capitolo 4

L’Italia comunque parte bene, ed al 5’ è già in vantaggio: cross di Cabrini ed incornata di… Rossi. Pablito era tornato, e la nemesi su quella polemica imbecille si era compiuta. I brasiliani, ovviamente, non ci stanno, e prima si mangiano un gol con Serginho, e poi pareggiano con Socrates, che infila sul primo palo Zoff. Questi dirà che aveva intenzione di prenderla col piede ma non ci riuscì. Dopo dodici minuti, però, succede una cosa che, con gli occhi di oggi, è incredibile ma che, visto il Brasile di quell’epoca, è forse inevitabile: Leandro passa una palla in orizzontale a Cerezo, che la passa in orizzontale a… nessuno, perché tra Junior e Luizinho nessuno sapeva chi dovesse intervenire. Ci pensò Rossi a toglierli dall’imbarazzo, rubando palla e trafiggendo l’incolpevole, stavolta, Waldir Peres.
Si infortuna Collovati, e viene sostituito da un diciottenne, Bergomi, che cominciò la sua carriera calcistica praticamente così. All’Inter era solo un difensore di belle speranze, con questo mondiale diventò uno degli assi del pallone. Gentile cura Zico come aveva curato Maradona, tanto da strappargli la maglietta che il n. 10 brasiliano fa vedere polemicamente all’arbitro Klein (lo stesso, curiosamente ma non tanto se pensiamo che le designazioni erano di Franchi, di Italia Brasile di quattro anni prima). Gentile, ammonito anche se non per quell’intervento, avrebbe comunque saltato l’eventuale semifinale. Nel secondo tempo gli attacchi dei brasiliani sono meno insistenti, anche se Zoff si erge a protagonista prima con un’uscita su Cerezo, poi con un anticipo in scivolata di piede su Serginho. Ma al 23’ Falcao, con una finta, sbilancia mezza difesa azzurra ed è libero di tirare, di sinistro, dai 18 metri: 2-2. Facciamo parlare Zoff: “Falcao tirò dal limite dell’area ed io mi ero tuffato convinto di prenderla, ma ci fu un’impercettibile deviazione di Bergomi (NdR: dalle immagini non si vede, doveva essere proprio impercettibile), tanto che mi passò più vicino al viso che alle mani. Prendere gol da Falcao di sinistro non poteva essere…”.

Tutto da rifare. Alfio Caruso afferma che i detrattori di Bearzot italiani  - anzi soprattutto romani - esultarono a quel gol, ci permettiamo di dubitarne, anche se lui fu tra i più severi critici del CT friulano. Chi dice che i brasiliani a quel punto volevano vincere per forza, probabilmente non si rende conto del tempo passato. Non ci furono attacchi degni di questo nome dei verdeoro nei successivi 6’, ma ci fu un angolo per l’Italia. Palla ribattuta, Tardelli la indirizza verso la porta, Rossi fa un tap-in, si direbbe oggi, per il 3-2. “Ed è pareggio!” urla Martellini, dimenticandosi (o pensando che il 2-2 per noi equivaleva ad una sconfitta) il risultato. Poco male: in Italia, l’urlo dei tifosi deve aver fatto sentire a ben pochi quell’errore che perdoniamo a Nando, cantore del calcio come pochi.

Il Brasile si ributta in avanti, ma è l’Italia a segnare, con Antognoni, il 4-2. Gol che viene ingiustamente annullato per fuorigioco (il n. 9 azzurro era almeno un metro dietro l’ultimo difensore). Tardelli, se lo racconta oggi, si incazza ancora: “Rischiavamo di uscire perché un guardialinee si era sbagliato di tanto”. Ancora col patema d’animo: punizione di Eder, colpo di testa di Leandro e Zoff blocca la palla sulla linea. Dirà il portierone: “Ho passato 5 secondi tra i più brutti della mia vita, temendo che gli arbitri avessero visto male. La tenni inchiodata lì, e con lo sguardo cercavo l’arbitro, ma non lo vedevo…”. La partite finisce, ed il miracolo è compiuto. L’Italia è in semifinale, Rossi diventa – da cialtrone – eroe nazionale (un calzaturiere gli regalerà scarpe di qualità a vita per quest’impresa) e la stampa sportiva adesso fa a gara a chi omaggia di più il “rimbambito” di solo 15 giorni prima. Agli italiani, fortunatamente, interessa poco: i caroselli per il festeggiamento furono immensi.

Il Gruppo D, che fu bellissimo, impallidisce di fronte a quanto successo a Barcellona. Cominciano Francia ed Austria, con i galletti che vincono 1-0 mostrando anche un bel gioco. Le persone, oltre a Platini che non giocò quella partita, cominciano a conoscere anche Lacombe, Giresse, Tigana; anche se a segnare, e su punizione fu il n. 9 Genghini (punizione magistrale, tra l’altro). L’Austria avrebbe giocato con l’Irlanda del Nord la seconda partita. Una bella partita che finì 2-2 e che tagliava fuori l’Austria, lasciando all’Irlanda del Nord solo la vittoria come risultato utile per la semifinale nella terza partita contro la Francia. I verdi andrebbero anche in vantaggio, ma l’arbitro annulla per un fuorigioco molto, molto dubbio. Il pericolo scampato sveglia i francesi che fanno valere la loro tecnica superiore: segnano tre gol, subiscono grazie al portiere Ettori il 3-1 e terminano la partita con il 4-1 e la personale doppietta di Giresse (gli altri due li segnò Rocheteau).

Il quadro delle semifinali era così completo:
Italia Polonia;
Germania Francia
Quattro Europee, il calcio sudamericano doveva riflettere su questa debacle.

La prima semifinale ebbe poca storia: senza Boniek squalificato, la Polonia non pungeva. Il posto di Gentile, squalificato anche lui, fu preso da Bergomi. Controllo della partita sempre in mano agli azzurri e 2-0 con doppietta di Rossi (“Hombre del partido”, scissero sui tabelloni del Nou Camp, dove la semifinale si giocava). I polacchi al di la di un paio di punizioni e di un colpo di testa, con Zoff sempre attento, non andarono. O meglio, andarono per le spicce con falli assassini, uno dei quali mise Antognoni fuori gioco per la finale.

Molto più entusiasmante, e storica anche questa, l’altra semifinale, quella tra Francia e Germania Ovest. In vantaggio con Littbarski, i tedeschi vengono raggiunti dopo pochi minuti da un rigore segnato da Platini. Nel secondo tempo, un passaggio per Battiston, entrato da 10’, mette quest’ultimo davanti a Schumacher. Il transalpino riesce a toccare il pallone prima del portiere, indirizzandolo a 10 cm dal palo. Ma il n. 1 tedesco fa una delle cose più brutte di questo mondiale: disinteressandosi del pallone, va con ginocchio alto verso il giocatore, colpendolo al volto. Risultato: trauma cranico, due denti partiti, tre mesi di stop per Battiston. Schumacher, apparentemente impassibile davanti al dramma che si stava consumando sul campo, si mette a fare stretching davanti all’inferocita curva francese. Affermerà poi che non si rese conto dell’accaduto, ma sta di fatto che non si avvicinò neanche quando il giocatore era sdraiato a terra per sincerarsi delle sue condizioni.

Tra il gioco più spettacolare rispetto a quello dei tetragoni tedeschi, e questo episodio, ormai tutto il pubblico neutrale supportava i francesi. Cosa tanto più notevole se si pensa che eravamo in Spagna… Comunque, i tempi regolamentari si chiudono sull’1-1. Saranno tempi supplementari. E qui, il gioco dei transalpini comincia ad avere la meglio: vanno sul 3-1, con uno spettacolare gol in semirovesciata di Tresor e con Giresse. Derwall gioca la carta della disperazione, mettendo dentro un Rummenigge in precarie condizioni, ma fa benissimo: prima che il primo tempo supplementare termini, proprio Kalle segna il 3-2.

La rimonta si completa con il 3-3 al 108’ da parte di Fischer, anche lui in rovesciata. Saranno, per la prima volta nella storia dei mondiali, i rigori a decidere una partita. Ricorda Hidalgo che “per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, la storica rivalità tra Francia e Germania era rinata”.
Iniziò la Francia a tirare, e quando, al terzo rigore, Stielike sbagliò tutto sembrava perduto, per i tedeschi. Il buon Uli scoppiò in un pianto dirotto, e ci volle Schumacher per prenderlo di peso e riportarlo nel cerchio di centrocampo, dove Fischer continuò a consolarlo. Le telecamere indugiano su questa scena straziante, e si perdono il… rigore sbagliato da Six. Littbarski pareggia quindi il conto. Gli ultimi rigori della serie li battono le due star: Platini e Rummenigge, che non sbagliano. Si andrà ad oltranza. Ma Bossis sbaglia subito, ed il rigore della finale è nei piedi di Hrubesch, che nonostante non abbia i piedi più educati del mondo, la mette dentro: Germania Ovest in finale per la quarta volta, come l’Italia. E’ anche la quarta volta che le due nazionali si sarebbero incontrate ai mondiali (le altre erano nel 1962, la storica semifinale dell’Atzeca del 1970, e nella seconda fase del 1978).

La finale per il terzo ed il quarto posto vide la Francia, demotivata e stanca, perdere 3 a 2 dalla Polonia, che chiudeva con questa medaglia di bronzo (la seconda dopo il 1974) il suo magnifico ciclo.

Ma tutti erano in attesa per la finale. Rossi e Rummenigge avevano 5 gol a testa: chi avrebbe vinto tra le nazionali ed i suoi alfieri più rappresentativi? Quell’11 luglio 1982 virtualmente nessun televisore italiano era acceso su un programma diverso dalla partita. Si contarono 35 milioni di telespettatori: esclusi neonati e malati, praticamente tutta Italia. Con Antognoni infortunato, Bearzot ne pensò un’altra delle sue: al posto suo andò… Bergomi. Senza strombazzarlo in giro, il suo calcio era talvolta molto più “totale” di quello olandese. Si decise di rischiare Graziani, che era in non buone condizioni anche per le carezze subite dai Polacchi. Stesso rischio per Derwall, con Rummenigge non al meglio ma schierato comunque. Ecco le formazioni: L’Italia con Zoff, Gentile, Cabrini; Bergomi, Collovati, Scirea; Conti; Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani. La Germania Ovest con Schumacher, Kaltz, Breitner; K.H. Foerster, B. Foerster, Stielike; Briegel, Dremmler, Fischer, Rummenigge, Littbarski. Arbitra il brasiliano Coelho. In tribuna presenti, oltre al Re di Spagna, Schmidt il cancelliere tedesco ed un incontenibile Pertini, che aveva visitato la nazionale e rilasciato una delle sue amabilissime concioni.

Dopo un inizio timido della nazionale italiana, con Graziani che non riesce a recuperare e viene sostituito quasi subito da Altobelli, gli azzurri prendono il sopravvento. E’ circa il 23’ quando un cross di “Spillo” Altobelli trova Conti lesto ad anticipare Briegel, che lo butta giù in area: è rigore. Si incarica Cabrini della battuta. Stielike rimane vicino agli 11 metri fino a quando l’arbitro non lo caccia, si vede anche un fumogeno arrivare dagli spalti proprio sul dischetto. Forse questi diversivi, uniti all’ovvia tensione di un momento del genere, influenzano il terzino italiano che calcia male, ed il tiro, debole, finisce a lato. E’ il primo – e fin adesso unico – rigore sbagliato della storia in una finale dei mondiali di calcio. “Fuori! Fuori! Fuori!”, dice Martellini, con l’aria di chi vorrebbe dire molto di più.

Ma quella nazionale ha il merito di non scomporsi, e subisce poco gli spuntati attacchi tedeschi. Il primo tempo si chiude sullo 0-0.

L’epica cavalcata azzurra si conclude vittoriosamente nella ripresa: al 12’ punizione su Oriali nella tre quarti tedesca, battuta rapidamente da Tardelli per Gentile, che crossa dalla destra: sbuca Rossi che quasi in ginocchio, di testa, segna: 1-0! E’ il sesto gol di Pablito, che vincerà la classifica cannonieri con questa rete. La consacrazione dell’eroe sfortunato era adesso completa. La maglia azzurra n.20 diventerà così tanto famosa da essere indossata anche da Mick Jagger, che in quei giorni era in concerto con i Rolling Stones in Italia. La reazione tedesca è debole, e sta tutta in un cross di Briegel che Zoff risolve intervenendo in una mischia tra Collovati e Fischer.

Al 24’ il libero, Gaetano Scirea, fa una cosa pazzesca, prendendo palla vicino alla sua area e cavalcando per 60 metri; passa la palla a Conti che glie la restituisce sull’ala destra in area; scambio del povero Gaetano (morto tragicamente sette anni più tardi in un incidente stradale in Polonia, mentre compiva il suo primo dovere di osservatore tecnico per conto della Juventus, agli ordini di Zoff, allenatore) con Bergomi e palla indietro a Tardelli che dal semicerchio dell’area tedesca controlla di destro ed incrocia di sinistro lasciando Schumacher immobile: 2-0! Quell’urlo di gioia, gli avambracci che si muovevano su e giù con i muscoli tesi, e la corsa verso la panchina di Bearzot (ed i componenti, che stavano entrando in campo, furono fermati da militari in divisa) sono entrati nella storia non solo del calcio, ma dell’Italia. E’ l’icona dell’esultanza. Anche Martellini comincia a lasciarsi andare: “Gool! Gool!” urla, ed è strano sentire il compassato Nando quasi urlare durante le telecronache. Pertini, che al primo gol strinse la mano a Juan Carlos I di Spagna, al secondo si alza in piedi e saluta la folla: sembra quasi lui l’artefice del successo. Di sicuro rappresenta benissimo tutto il tifo italiano, e l’orgoglio della Patria, con quei suoi gesti.

La Germania non c’è più: al 36’ Gentile libera Conti che trova praterie sull’ala destra: cross rasoterra per Altobelli che smarca Schumacher in uscita e segna: 3-0! Martellini ormai esulta: “E sono tre!” dice con voce roca. Ma in Italia ormai non lo sentiva nessuno: urlavano, anzi urlavamo, tutti. I giocatori esultano: nel mucchio di azzurri che si abbraccia sdraiato a terra (e nessuno ormai si può più permettere insinuazioni di bassa lega) si vede Gentile, che si era tagliato i baffi avendo vinto la scommessa di arrivare in semifinale, salire su Rossi a cavalcioni ed esultare. Pertini, la pipa al cielo, dice a non si bene chi “Non ci prendono più!”.

Due minuti dopo, su un corto rilancio di Gentile, Breitner calcia al volo da poco dentro l’area e sorprende Zoff: 3-1! Non esulta, il difensore tedesco: forse neanche si era reso conto di essere entrato nella piccola grande storia del calcio per essere diventato il terzo, dopo Vavà e Pelè, a segnare in due finali di coppa del mondo diverse.

Il risultato non cambierà più. A due minuti dalla fine Bearzot, che ha un alto senso di riconoscenza verso chi gli è stato vicino, fa entrare il “barone” Causio per Altobelli. Bergomi, che affermerà di stare pensando in quei momenti al padre, morto due anni prima senza neanche vederlo iniziare giocare a pallone, praticamente, passa verso un azzurro, ma è l’ultimo calcio della dodicesima edizione dei campionati mondiali di calcio: l’arbitro Coelho  prende il pallone con le mani mentre fischia per tre volte: L’Italia è “tricampeon mundial”, conquistando la coppa 44 anni dopo l’ultima volta e raggiungendo così il Brasile come numero di vittorie. Ed è proprio quello che dice Martellini: “Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!” grida per tre volte, in omaggio a Carosio che nel 1938 l’aveva detto per due. Pertini, in piena trance da tifoso, abbraccia tutti: politici, VIP e giocatori. Juan Carlos consegna la coppa a Zoff, che la alza: immagine rimasta impressa in un francobollo disegnato da Guttuso.

E la festa può iniziare: sia in campo sia, soprattutto, in Italia, dove l’orgoglio nazionale viene ritrovato e si festeggia fino a notte fonda. Il giorno dopo, l’edizione della “Gazzetta dello Sport” con il titolo “Campioni del Mondo” a 9 colonne vende un milione e mezzo circa di copie: record per la stampa tuttora insuperato. Chi scrive può affermare che l’Italia sentì molto di più questo mondiale come “suo” rispetto a quello del 2006. C’entra sicuramente anche l’indigestione di calcio che prima non c’era, e che rendeva questi eventi eccezionali nel senso più vero della parola, ma l’epica di questo trionfo, nel 2006, si intravide solo nella semifinale di Dortmund.

Il finale è tipico italiano: Pertini riporta, sull’aereo presidenziale, la squadra. Durante il volo, c’è una partita a scopone tra Pertini e Zoff contro Bearzot e Causio. Vinceranno questi ultimi, grazie ad un errore (un sette lasciato passare) proprio del Presidente, che li per li se la prende col mondo intero ma che poi, in un affettuoso telegramma al Dino nazionale di qualche anno dopo, ammetterà. Rimase questa nota di colore di quel volo, e non il fatto che probabilmente il premio dello sponsor alla squadra, viaggiando sull’aereo istituzionale, poté dribblare la dogana con una certa facilità. Ma forse è la solita malignità della stampa sportiva italiana che, mai come quella volta, aveva dimostrato la propria incompetenza e malafede.

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