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Autore Topic: Niente agevolazioni col Decreto Crescita? Da Ibra a Lukaku e De Ligt, un problema enorme di bilancio  (Letto 87 volte)

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di Emanuele Tramacere

È bastata una circolare dell'Agenzia delle Entrate a scatenare il panico, letteralmente, all'interno del mondo del nostro calcio già incredibilmente provato dall'emergenza Covid e dalle sue drammatiche conseguenze economiche. Le parole chiave di questo terremoto economico sono 4 e si collegano l'un l'altra fra le pieghe dei bilanci dei club professionistici e che, per il calcio, riguardano le società di Serie A, Serie B e Serie C. Sono: Decreto Crescita, impatriati e agevolazioni, che con un colpo di spugna sono state eliminate.

"IMPATRIATI" Dal momento della sua introduzione il Decreto Crescita ha modificato e implementato una normativa già esistente e realizzata dal Governo Renzi che favoriva il "rientro dei cervelli". Per quello che riguarda i lavoratori questa dicitura è stata ampliata e modificata in "lavoratori impatriati" e quindi non solo legata agli italiani che avevano lasciato il nostro paese. Sostanzialmente il Decreto Crescita consente ad aziende e privati di ottenere delle agevolazioni per coloro che dall'estero si trasferiscano, siano pagati e tassati nel nostro paese a patto che la residenza fiscale sia mantenuta per almeno 2 anni. Uno strumento che, dopo un primo consulto con il governo, è stato fatto proprio e utilizzato anche dalle società dello sport professionistico italiano (calcio, basket e non solo).

LE AGEVOLAZIONI La circolare dell'Agenzia delle Entrate sottolinea che per far sì che le agevolazioni valgano anche per le società sportive professionistiche manca un decreto attuativo che renda ufficiale l'accesso a questi bonus. Sì, ma a quanto ammontano? In sostanza l'accesso al regime fiscale agevolato incide sull'irpef, l'imposta sul reddito delle persone fisiche e che per i redditi superiori a 75mila euro annui corrisponde, senza agevolazioni, al 43% dello stipendio lordo. Con il Decreto Crescita si ha uno sconto del 50% sull'irpef e quindi la tassazione scende al 21,5% dello stipendio lordo. Per arrivare alla cifra netta, poi, i club sono tenuti a versare allo stato anche altre piccole percentuali che però non variano in base al decreto crescita (ad esempio lo 0,5% va destinato al sostegno dei settori giovanili).

PERDITE RECORD PER INTER E JUVE Contando che i club hanno iniziato ad utilizzare questo strumento già per i giocatori e gli allenatori arrivati in Italia dall'estero nel corso della sessione di mercato estiva 2019, le cifre che l'Agenzia delle Entrate sarà tenuta a richiedere sono multimilionarie. Considerando le rose odierne e quindi soltanto l'annata 2020-21 chi ci rimetterebbe di più è l'Inter con 23,32 milioni di euro di differenza (fra tassazione versata con Decreto Crescita e quella che sarebbe stata dovuta senza agevolazioni) per "colpa" degli stipendi di Conte (12 netti, e differenza di 5,76 milioni), Lukaku (7,5 e 3,6), Eriksen (7,5 e 3,6) Sanchez (7 e 3,36), Vidal (6 e 3,15, Hakimi (5 e 2,41) e Young (3 e 1,44). L'altra grande penalizzata è la Juventus che ha una differenza di 21,37 milioni che derivano da De Ligt (12 e 5,76), Rabiot (7 e 3,36), Ramsey (7 e 3,36), Moarata (6 e 2,88), Arthur (5,5 e 2,65) Danilo (5,5 e 2,16) e McKennie (2,5 e 1,20).

LE ALTRE BIG Più staccate le altre big come il Napoli che arriva a 8,62 milioni di differenza (Osimhen, Lozano, Demme, Llorente, Bakayoko e Lobotka), la Roma arriva a 7,92 (Fonseca, Pedro, Mkhitaryan, Smallin e Carles Perez) e il Milan a 7,05 milioni in cui pesano i 3,36 legati al contratto da 7 milioni netti l'anno di Zlatan Ibahimovic. Impossibile poi non considerare casi "particolari" come quello di Franck Ribery che con i suoi 4 milioni netti porta una differenza di ben 2 milioni di euro da versare in tasse per la Fiorentina.

CHI PAGA? - Le cifre, come detto vanno poi allargate anche alla stagione 2019-20 per quei giocatori che sono arrivati in Italia nel corso delle ultime due sessioni di mercato e, ovviamente, amplierà fino a sforare i 100 milioni le cifre che la Serie A (club o calciatori) dovrà versare all'Erario. Tutto a meno che un decreto attuativo urgente non sani le posizioni dello sport professionistico. Già, ma se non dovesse arrivare in tempo, chi paga? Ufficialmente il "debito" con lo stato lo hanno le persone fisiche e quindi calciatori e allenatori, ma in questi casi, di norma, si viaggia in regime di solidarietà fra azienda e lavoratore. Di norma, perché nel calcio il ragionamento non è sempre applicabile. I calciatori, infatti, sono abituati a trattare gli stipendi al netto (il caso Dybala insegna) e per questi casi, spesso e volentieri, gli agenti si sono premurati di far firmare contratti che, in caso di mancate agevolazioni, non è il giocatore, ma il club, a farsi carico di sanare il debito con l'agenzia delle entrate. E così, ancora una volta, toccherà ai bilanci societari soffrire. E in un anno che per lo sport è stato disastroso questa sì, è tutto tranne una notizia da accogliere a cuor leggero.

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