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WRA 42-01/2016

Autore Topic: La Lazio sa bene cosa fare  (Letto 82 volte)

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La Lazio sa bene cosa fare
« : Lunedì 16 Ottobre 2017, 12:36:26 »
http://www.ultimouomo.com/juventus-lazio-1-2/

Simone Inzaghi ha messo in campo una squadra con idee chiarissime e batte la Juventus per la seconda volta in stagione.



di Alfredo Giacobbe

In un’intervista Roger Federer ha spiegato in che modo riesce a trarre vantaggio dalla sua straordinaria varietà di colpi risolutori: «Ci sono giornate nelle quali il tuo servizio non funziona, allora ti affidi al diritto. Altre in cui non funzionano il servizio e il diritto, e allora fai leva su ciò che ti rimane, sul rovescio. Nelle poche giornate nelle quali non funziona né il servizio, né il diritto e nemmeno il rovescio, allora, e solo allora, sei nei guai».
 
La Juventus sabato ha cambiato il proprio modulo di base, virando verso il 4-3-3, ma da questo non ha tratto un chiaro vantaggio tattico. Le contingenze hanno spinto il suo giocatore migliore in panchina, quindi non ha avuto dalla sua nemmeno un vantaggio tecnico.
 
Ha trovato nell’altra metà campo undici giocatori ben disposti in campo e meglio istruiti circa i loro compiti – perché dev’essere chiaro da subito che la Lazio sapeva meglio della Juve quale contesto tattico forzare e come avvantaggiarsene – giocatori che hanno pareggiato la forza fisica e il vigore atletico degli juventini, almeno per 75 minuti. Con ben poco in mano, la Juventus ha rimediato una sconfitta. Meritata? Oppure, alla luce dei due legni e del rigore fallito all’ultimo secondo, è stata una sconfitta sfortunata?



Scelte obbligate?
Alla vigilia, in casa Juventus si è discusso a lungo sull’impiego dei giocatori rientrati dagli impegni con le rispettive nazionali. Allegri aveva spazzato via ogni dubbio soltanto nei riguardi dell’utilizzo di Mario Mandzukic, ma non aveva chiarito la sua idea sui sudamericani. Bentancur aveva giocato poco più di 120 minuti a cavallo dei due impegni dell’Uruguay contro il Venezuela e la Bolivia; Dybala era rimasto in panchina sia in Argentina-Perù che in Ecuador-Argentina. Eppure Allegri ha schierato da titolare il primo lasciando in panchina il secondo, facendo immaginare che le proprie scelte riguardavano poco il minutaggio degli ultimi quindici giorni.
 
Probabilmente Allegri non ha considerato praticabile la via di un centrocampo a due formato da Matuidi e dal rientrante Khedira: i due hanno giocato insieme in stagione solo 22 minuti (peraltro come mezzali in un 4-3-3) nel secondo tempo di Juventus – Cagliari della prima giornata. Tenendo anche conto del periodo di grazia che sta vivendo Luis Alberto, che fa dello spazio tra le linee il suo terreno di caccia prediletto, Allegri ha deciso di invertire il triangolo centrale del 4-2-3-1 solito, inserendo Bentancur invece di Dybala.
 
L’esecuzione del 4-3-3 da parte degli undici interpreti scelti sabato ha portato con sé diversi problemi. I più gravi sono stati evidenti nella transizione attacco-difesa e, diciamolo subito, sono costati alla Juventus la partita.



L’azione del gol del pareggio della Lazio è nata in occasione di una palla persa dalla Juventus nella trequarti offensiva. Nell’immagine qui sopra si vede Lucas Leiva avanzare palla al piede al piccolo trotto, abbassando il ritmo del gioco in attesa che le pedine si posizionino. Khedira, che aveva attaccato l’area con un movimento profondo poco prima, sta corricchiando all’indietro, sicuro che lo schermo opposto dal volume del suo corpo sia sufficiente a togliere dal gioco Milinkovic-Savic. Bentancur e Douglas Costa, nei confronti di Luis Alberto e Lulic, largo in fascia, si sono comportati con la stessa sufficienza e passività.
 
Nessuno di loro ha pensato di alzarsi su Leiva, e la difesa, a sua volta, è rimasta nel dubbio se accorciare sugli attaccanti della Lazio o se scappare all’indietro. Matuidi, addirittura, si è alzato su Parolo, aumentando così la distanza tra sé e Asamoah, in quel momento largo e con gli occhi sul suo dirimpettaio di fascia, Marusic.



Lucas Leiva ha passato 9 secondi in possesso del pallone: un’eternità a questi livelli.
 
In quei 9 secondi i trequartisti della Lazio sono stati bravissimi a muoversi alle spalle dei centrocampisti juventini: Luis Alberto si è sfilato dal controllo di Bentancur, Milinkovic-Savic si è portato nella zona di Barzagli, attirandolo fuori posizione. Nel momento in cui il difensore si è mosso verso il centrocampista serbo, Leiva ha scaricato la palla su Immobile. In quel momento l’attaccante laziale era già uno contro con Chiellini, ma spalle alla porta; di lì a poco in ogni caso il duello sarebbe diventato un due contro uno, grazie all’appoggio di Luis Alberto . Di fronte all’imperdonabile passività juventina, La Lazio è arrivata alla rete in tre mosse semplici. Ma le mancanze della squadra campione in carica non devono togliere merito all’abilità con cui la squadra di Inzaghi ha messo in pratica il proprio piano di gara e, in particolare, alla qualità dei movimenti e delle combinazioni offensive che fanno sembrare ancora più facile il modo in cui la Lazio è andata in porta. 
 
Lo stesso vale per la lunga azione offensiva della Lazio conclusasi col fallo da rigore di Buffon su Immobile: iniziata sempre con la perdita del possesso da parte della Juve e con una gestione deficitaria della transizione negativa. È una questione di organizzazione che diventa anche una questione di atteggiamento individuale: a inizio azione, appena persa palla, Mandzukic si era ritrovato tutto spostato a destra ma quando la Lazio ha risalito il campo da quella stessa parte lui, anziché attaccare la palla per riconquistarne il possesso, o quantomeno per rallentare l’azione degli avversari, si è disinteressato dell’azione per recuperare la sua posizione sul lato opposto.
 
La Lazio è entrata in area e poi ne è uscita per cominciare l’ultima parte di azione, quella che ha portato all’uno contro uno tra Immobile e Buffon, sempre in due passaggi. La passività della Juventus stavolta è evidenziata dalla libertà con cui sale De Vrji e dalla facilità con cui trova Milinkovic-Savic. Poi, ancora una volta, la differenza la fa la coordinazione tra i giocatori della Lazio, tra l’esplosione di Immobile tra i due centrali bianconeri e la precisione del piede destro del serbo nel servirlo sulla corsa.



I meriti della Lazio
La Lazio non ha improvvisato nulla. Fin dal primo minuto, i giocatori di Simone Inzaghi hanno cercato di attaccare la Juventus soprattutto sul fianco destro della difesa: Lulic cercava di tenere Lichtsteiner largo e Milinkovic-Savic ballava nel mezzo-spazio alle spalle di Khedira, tra il tedesco e Barzagli.
 
Luis Alberto è il giocatore rivelazione del campionato e sta vivendo momenti quasi di onnipotenza: sabato si è aperto il campo dopo aver steso Matuidi con una finta di corpo; e ha messo un pallone a terra con un controllo irreale dopo un campanile, nonostante la pressione di due uomini. Ma l’intelligenza tattica e la qualità tecnica di Milinkovic-Savic, che si manifesta in maniera evidentissima nelle due giocate delle azioni da gol (eccellenti per precisione e tempo di esecuzione) dimostrano che il serbo è ormai un’eccellenza nel ruolo in Serie A.



Anche in fase la Lazio non ha vissuto male la partita. Priva di Pjanic e Dybala, alla Juventus sono mancate le risorse per trasferire il pallone con velocità e precisione da una metà campo all’altra. Con una circolazione perimetrale juventina – la classica circolazione a “U” che arrivava fino agli esterni d’attacco – la Lazio poteva proteggere il centro del campo con ben otto uomini: i tre centrali di difesa, i tre centrocampisti, Luis Alberto e Immobile.
 
Le uniche preoccupazioni per la squadra di Inzaghi sono arrivate sulla fascia destra, dove Mandzukic e Asamoah sono riusciti a creare qualche buona combinazione. In un’occasione del primo tempo la Juventus è arrivata al tiro con Matuidi, quando Asamoah ha attratto verso di sé Marusic e Mandzukic che ha allargato le maglie della difesa attirando Bastos sull’esterno. Di lì a poco è arrivato il gol di Douglas Costa, frutto di un gioco a due tra il ghanese e il croato.
 
Le prestazioni individuali dei giocatori di Allegri non sono state in grado di forzare il contesto ostile sopra descritto. Asamoah ha creato qualche pericolo correndo con la palla nell’altra metà campo partendo dal basso, ma non è stato utile quando avrebbe dovuto attaccare lo spazio senza palla. Così, Mandzukic è stato costretto ad allontanarsi dall’area per ricevere palla dai difensori centrali.
 
È difficile che un calciatore tiri fuori il meglio quando non è messo nelle condizioni di esprimere le proprie caratteristiche: il discorso per la partita di sabato si può applicare soprattutto a Douglas Costa che contro i 5 difensori la Lazio, mai isolato nell’uno contro uno (tranne che in un’occasione, quando la palla dopo un fallo laterale è tornata velocemente da sinistra a destra), non ha inciso sulla gara. Merito anche della densità centrale creata dai laziali, che gli ha impedito di venire al centro, anche se in ogni caso sarebbe entrato in conflitto con la posizione avanzata di Sami Khedira (i due nel grafico delle posizioni medie sono praticamente affiancati). Anzi, per certi versi è stato proprio il tedesco a svolgere alcune funzioni offensive che avrebbe potuto svolgere il brasiliano.



Il potere limitato dell’improvvisazione
Che la mancata ricerca di meccanismi, a cui viene preferita una flessibilità tattica, sia davvero il problema della Juventus? Avere la capacità di passare con disinvoltura da un sistema tattico all’altro è quasi sempre una risorsa, quando però dall’altra parte c’è una squadra ben preparata, oltre che dotata, la mancanza di automatismi può diventare un problema.



Certo, se Dybala avesse segnato i suoi due rigori allo scadere delle partite contro Atalanta e Lazio, o se uno dei legni colpiti sabato fosse stata una rete, la classifica sarebbe diversa (e Allegri ha anche avuto il suo da fare tra problemi di infortuni). Però la partita con la Lazio mostra quanto sia importante avere la giusta organizzazione e il giusto piano di gara.
 
Simone Inzaghi ha a disposizione giocatori di valore elevatissimo, perfetti per il gioco di rapide combinazioni preparato in allenamento, e va sottolineata ancora una volta l’abilità con cui l’allenatore piacentino è riuscito a passare dal sistema di transizioni lunghe e larghe (con Felipe Anderson e Keita Baldé) dello scorso anno a una densità centrale che non rallenta la ricerca della profondità di Immobile.
 
Da parte sua, Massimiliano Allegri deve decidere che squadre deve diventare la Juventus e deve farlo anche in fretta, perché il Napoli corre e non sembra intenzionato a fermarsi.

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