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Autore Topic: SEBASTIANO FANTE ITALIANO  (Letto 1882 volte)

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Offline Panzabianca

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SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« : Giovedì 30 Agosto 2018, 10:31:30 »
Sebastiano fante Italiano
Prima parte
Egregio Signor Colonnello, in riscontro alla pregiata Sua, sono a trasmetterLe il modulo di richiesta informazioni con contestuale dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, come in evidenza e in dettaglio. Sarei interessato ai luoghi di acquartieramento, combattimento e sepoltura del soldato, sig. Sebastiano F. Grato per quanto potrà fare, Le invio i miei più cordiali saluti. Stefano F.”. Tutto è cominciato con questa e-mail a 99 anni dai fatti, vergata di rimbalzo, forse a dispetto di una risposta molto marziale - a sua volta in riscontro ad una informalissima e borghesissima mia - che mi invitava a compilare il militarissimo modulo di richiesta. La scrissi e la inoltrai con l’animo del naufrago che getta la sua bottiglia nell’oceano e la richiesta d’aiuto nella di lei cavità (così direbbe il militare) e non ci pensai più. Anche perché…; “Anzitutto mi preme ringraziarla e darle atto della sensibilità che, con il suo diretto interessamento, dimostra nei confronti dei Caduti. È mio dovere essere franco e premettere che i tempi di attesa per la risposta potrebbero non essere brevi…” lesto mise le mani avanti il solerte ufficiale alla risposta.
 “Scrivi Bastià, facci sapé. Cerca d’arivenì. Te vòglio ‘bbè. Ce mancheva puro sta cazzo dé guera”. Chissà, magari saranno state queste le parole di mamma Francesca al saluto di quel figlio che da allora in poi non sarebbe più stato “figlimo Bastiano”, “gli uttro”, “gliù mammoccio” ma il Soldato Sebastiano F. di Eugenio, 987° battaglione d’assedio del 7° artiglieria fortezza o, più semplicemente Soldato!, o, ancora più facilmente, un “ehi tu! Vacca boia, da dove vieni? ‘tténti!”… che da Francesca mai tornò. Nei quattro miliardi di lettere volate dal fronte a casa ci saranno state certamente anche quelle di Bastiano gl’uttro di mamma.
Più tardi, Francesco F., detto Checchino, mio nonno paterno e fratello più piccolo di Sebastiano, lasciò le sue carte da eterno vice-sindaco in una valigia di cartone. Una  ristrutturazione anni ’70 l’aveva abbandonata poi a prendere polvere ed umidità insieme ad una vecchia cassetta di munizioni tedesca nel sottotetto di casa, quella dove lui era sempre vissuto fin da inizio ‘900, la stessa dove io ho trascorso senza rimorsi le mie estati e i miei Natali più belli, in Via G. Marconi, vicino, anzi, davanti alla “SCVOLA ELEMENTARE”. Mi ha sempre fatto sorridere l’uso fascista della ‘V’ romana, foneticamente la “U” dei latini, per intenderci: la stessa di “Senatvs”. A Torre Cajetani, un paesino sul cucuzzolo come tanti nell’Italia dei campanili, noto ai meno per esser stato la residenza estiva del controverso Papa Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani  - poi per corruzione dialettale diventato Cajetani - e del suo mal della pietra (i calcoli, l'acqua di Fiuggi e di Torre a portata di bicchiere), un luogo in cui ancora qualche anno fa era possibile vedere le galline picchettare l’acqua negli arrugginiti elmetti tedeschi. La guerra e le sue brutture affogate nell’acqua e nel letame. Dentro quella valigia di cartone raggrinzito, tra gli altri, ripiegato in quattro, riposava un pezzo di cartoncino al quale nessuno mai aveva dato attenzione, salvo, naturalmente, chi lo aveva accuratamente conservato. Il documento ormai indurito dal tempo è ancora iconograficamente scenografico: due fasci littori posti a quinte sotto l’occhio vigile e severo della dea della guerra Minerva/Atena quasi decanta il solenne ordine che segue: “IL MINISTRO DELLA GUERRA DECRETA CHE IL SOLDATO DI ARTIGLIERIA F. SEBASTIANO E' AUTORIZZATO A FREGIARSI DELLA MEDAGLIA ISTITUITA A RICORDO DELLA GUERRA MCMXV-MCMXVIII, addì 4 marzo 1921, firmato dal ministro di turno, timbro a secco, ciao e grazie. Avanti il prossimo. Su ebay ne trovi a vagonate, 30 denari il prezzo. Commisero chi se ne privò e chi ne vende ancora. Povera gente.

Sebastiano fante Italiano
Seconda parte
Già, la vita di un ragazzo riassunta e liquidata in una tardiva nota di Stato a metà tra la patente dell’eroe o, molto più verosimilmente, il laconico certificato di morte di un povero cristo. A tale diploma, da alcuni denominato anche “brevetto”, era solitamente accompagnata una medaglia che con la classica prosopopea protofascista recava tra le altre la scritta “coniata nel bronzo nemico”, essendo stata – così dice la propaganda dei tempi – coniata fondendo i cannoni tolti agli austriaci. Pare che di queste medagliette ne siano stati coniati un milione e ottocentomila esemplari. Una messe di cannoni, com’è peraltro nei fatti: …“L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza” …scriverà Armando Diaz, Comandante supremo del Regio Esercito, il 4 novembre 1918, ore 12, in un Bollettino di guerra, il n. 1268. Quasi che non importasse vincere o perdere ma solo portargli via ‘sti cannoni. La medaglia raffigura, al recto, il busto di S.M. Re Vittorio Emanuele III, il cosiddetto Re soldato, raffigurato di profilo romano-imperiale, per capirci, in uniforme da campagna (colletto in piedi, stellette al bavero, ecc.) e con il capo cinto dall’elmetto italiano. Attorno all’effige, nel giro, il motto “GUERRA PER L’UNITA’ D’ITALIA” e fronde d’alloro che tanto ricorrono nella simbologia medaglistica italiana. Al verso, invece, è rappresentata una Vittoria alata posata su piedistallo formato da scudi sorretti da soldati italiani. Di questa medaglia che pure doveva esserci, non ho mai avuto traccia né notizia. Dunque, si celebrava la vittoria della prima guerra mondiale siccome l’ultimo atto dell’unificazione del Regno d’Italia. E l’unificazione in un certo senso si sperimentò: ragazzi provenienti da ogni parte della penisola ebbero occasione di combattere e crepare gomito a gomito in circa un milione e duecentomila unità. A Sebastiano rimane così solo un consunto pezzo di carta. Ma tanto basta per la mia attenzione. Classe 1898, 24 giugno del ’98, Sebastiano nasce in un’Italia rurale, una delle tante Italie in quella che con fatica cerca di gestire la sconfitta di Adua e che, per fare gli Italiani spesso sceglieva la via peggiore. A capo del governo, Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, uomo antiborbonico ma pure anticrispiano, represse anche con la forza la crisi sociale in atto in quell’anno nel paese, una delle tante, e fu poi costretto a dimettersi in seguito alle manifestazioni popolari scoppiate a Milano nel maggio del 1898. Ma a Sebastiano credo che tutto questo non importasse poi così tanto. Quando scoppia la prima guerra mondiale – o meglio, l’Italia entra in guerra - Lui ha 17 anni e frequenta il Convitto Conti Gentili di Alatri, Liceo Classico assurto ad una certa notorietà per la presenza tra i commissari d’esame del 1904 del signor Luigi Pirandello, allora ancora sconosciuto ma con in canna il ‘Fu Mattia Pascal’. Cosa so di mio Zio? Bè, di questo ragazzo ho notizie rarefatte, rapsodiche quanto casuali note biografiche, una foto in posa con la divisa d'ordinanza, lui sembra sereno, anzi fiero, pure divertito. Lineamenti dolci, la luce negli occhi, ha baffi ottocenteschi, assomiglia a papà. Poi poco altro, forse qualcosa di interessante nei racconti di mio padre e di sua sorella, Zia Giovannina, naturalmente sfrondato da più o meno credibili abbellimenti affabulatori, barocchismi a volte necessari a catturare la curiosità del bambino. Solo recentemente ho saputo che in una qualche sala del detto Liceo insisterebbe, anzi, ora ho visto, insiste una targa a ricordo degli studenti strappati ad Omero per andare a morire in un confuso fronte sotto i cannoneggiamenti di qualche figlio di troia e, strano a dirsi, per capriccio di Re. Tra di essi figura anche il nome del mammoccio Sebastiano. Per il resto, sinceramente, di questo fratello di nonno Checchino sanno poco tutti, compreso papà che pure ne ereditò il nome. Questo, certo, ne ha fatto l’involontario testimone di un'esistenza che lo ha preceduto e che sicuramente ha lasciato un vuoto. Papà fu il primo figlio maschio di Checchino e, quando nacque, nel ’935, quel nome era lì ad aspettarlo.
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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #1 : Giovedì 30 Agosto 2018, 10:43:27 »
Sebastiano fante Italiano
Terza parte
L'importanza di un nome, il tempo che passa, la memoria di un ragazzo che talvolta ritorna anche con la casualità del fungo, magari spolverata dalle domande di un bambino. Ricordo che zia Giovannina mi disse che un soldato si presentò un giorno alla porta di suo nonno e mio bis-nonno Eugenio per riportare alcuni effetti personali appartenuti a Zio Sebastiano, suo commilitone, e poi sparì agli occhi e ai ricordi. Lampi del passato, fantasie o racconti dal vero, più o meno storicizzati, sagome nella nebbia del Carso, dolore ed urla di ragazzi, gioventù al vento, time out per la raccolta dei cadaveri! Rare tessere di un puzzle che non riuscirò mai a ricomporre. Poi un libro sulla prima guerra mondiale tra i tanti editi in questo periodo di solenni commemorazioni a 100 anni dagli eventi; uno in particolare circola da qualche tempo a Torre poiché dedicato a chi delle nostre terre partecipò al conflitto. La pagina dedicata al mio paese e la foto di un graffito su una roccia. E’ il Carso, e colì una dolina: tra gli altri, scolpito riluce il mio cognome. Gli autori del libro sembrano suggerire che quel cognome sia proprio quello di Zio, che sia lì a suggello ed eterna testimonianza del suo passaggio. Nonostante sia viva in me la voglia di gridare anche con un certo orgoglio che la mano che scolpì quel nome fosse certamente quella di mio zio, rimango cauto. Passa altro tempo e viene il 2017. Finalmente, un giorno di gennaio si rinfocola in me la scintilla e decido di trarre le somme come da comunicazione d’incipit. Anche se dapprima risponde a stampo e solo per invitarmi alla compilazione di un modulo, l’ufficio militare contattato mi fa capire che dietro quella mail ci sono delle persone addette alla risposta e che, se esistono, notizie utili alla mia causa si daranno. Saperlo mi conforta. Il web, tutto sommato, mi consente delle ulteriori e non banali ricerche. Nonostante più di qualche libro letto sull’argomento, solo ora comincio a capire cosa fu. La prima Guerra Mondiale? Il concetto di “fronte” per me nato nel 1970 e tanto fortunato da non aver mai udito il frastuono di un colpo di mortaio, il sibilo di una pallottola o il rimbombo assordante e distruttivo di una mina esplosa vicino casa o nel salotto di incelofanate poltrone stile Luigi XIV? Pensando alla risposta, a volte mi tornano alla mente le parole di un celebre film di qualche anno fa: …“Urlano e imprecano, affondando coltellate furenti, più addestrati alle risse che alla guerra. Creano una magnifica confusione, coraggiosi dilettanti, fanno la loro parte” …parole che io utilizzai ironicamente nell’ambito dei preparativi di un torneo di scacchi, infine chiosando a firma: “Uno spartano a proposito dei miei pedoni” … e poi ancora una cronaca, questa volta vera, letta da qualche parte, forse di Attilio Frescura o non so, che ricordo riassumendo anche con realistica fantasia …come segue. Siamo sul Col di Lana, fronte dolomitico, postazione austro-ungarica: “…Signor Generale, abbiamo udito inequivocabili rumori… gli Italiani scavano… pensiamo ad una galleria per una mina (cazzo!)… sarebbe opportuno ritirarsi (cazzo!)… che facciamo? Attendo ordini (…maledetti militari, mia Cara Hanna, ti vedo bellissima e sorridente mentre passeggi in Stephansplatz, bacia per me il piccolo Franz…)” e dal comando…: “nein nein nein! iniziare immediatamente lo scavo di una galleria di contromina e difendere ad ogni costo la posizione!! Ad ogni costo!! Dio benedica l’Impero!” Già, immagino la faccia di quel malcapitato giovane ufficiale e, tra mille bestemmie, le parole dette al suo manipolo di sventurati per dare senso ad un ordine che di senso non ne aveva nessuno. Poi boom! La mina saltò e quel tenentino finì sotto qualche tonnellata di roccia. Amen. Ci passai un paio d’anni fa nel corso di una delle mille peregrinazioni del trekker, la montagna è sventrata e con essa lo skyline orografico. Il luogo, si seppe in seguito, costituì – tutto sommato – un trascurabile punto strategico. Due immagini di guerra che sembrano due caricature, l'una voluta, l’altra no. Forse meglio i miei pedoni ancora vivi. La guerra è questo: dei poveracci che muoiono da vicino in un oscuro luogo della minchia per direttive di qualcuno, impartite da lontano.

Sebastiano fante Italiano
Ultima parte
Ma non mi distraggo e cerco Sebastiano. Spulcio negli attendibili registri di guerra color seppia sparsi qua e là sulla rete quanti furono quelli col mio cognome chiamati al fronte (18), quindi ripulisco la ricerca: tra quelli cerco chi fu destinato a combattere sul Carso e mi rendo conto che nessuno di essi tornò (4). Ho un attimo di commozione per Luigi che, 1, 2, 3… perse tre figli ma… sei ancor giovane e fertile Luì, se è maschio chiamalo Benito. W Il Re, W l’Italia! Vengono a galla le prime significative quanto banali deduzioni: dunque, dico io, Zio Sebastiano è uno dei 4 F. che possono aver scolpito quel nome su quella roccia in Dolina Siena (nel frattempo identificato il luogo e il nome). Un 25 % che, certo, non mi rassicura. Però, penso io, Zio in quell’epoca di “†____________╬ ___________firma con segno di croce” sapeva scrivere (!), cosa non da poco; questo accresce le mie speranze. Tuttavia, rifletto ancora, ahimè, quella lettera puntata, scolpita dopo il nostro cognome, non mi è mai sembrata una ‘S.’ ma più facilmente una ‘G.’ …e tra i quattro c’è un Gerardo. Ne parlo con chiunque tra i parenti possa darmi indicazioni utili e, nel silenzio generale, risolutiva, mia cugina Cristina mi dice di chiedere a zia suora perché “lei è andata al sacrario Redipuglia ed ha trovato Zio, lei lo ha visto, lei sa tutto…”. Penso io, una cospicua parte dei segreti di questo Paese passa dalla pia intercessione di qualche omertosa tonaca e, santiddio! è ancora così: se cerchi qualcuno o qualcosa prima o poi sbatti sul clero. Chiamo Zia Suora e …: “non mi chiami mai, come va col divorzio? Non ci sono più speranze? Ti senti solo? Vai a messa? Preghi? Devi gestire la tua infelicità. Rivolgiti al Signore. Ti serve un padre spirituale. Io prego per te e per tutti voi. Vienimi a trovare ad Anagni. Come dici? Zio Sebastiano? …Ma no, andai con la parrocchia, pochi minuti, …ti pare che potessimo cercare ognuno i propri parenti?” In una telefonata piena di grazia e strazio, Angelina, avrebbe detto papà usando il nome di battesimo di sua sorella, azzera le mie speranze di ritrovare Sebastiano tra i noti. Sono di nuovo al via. Non ho altri elementi. Passa del tempo. Si affievolisce la voglia di cercare, un secolo è troppo, troppo tempo perché l’oblio e qualche oscuro burocrate non imprimano la loro distratta traccia. Bastià, ‘ndo cazzo stai? Dispero. Ma quando tutto lascia pensare che la ricerca non schiodi dal vicolo cieco in cui è precipitata, un bagliore! Ricevo la risposta del Ministero della Difesa. Apprendo così che il soldato di artiglieria Sebastiano F. è “caduto” in una data approssimativamente collocabile tra il 13 ottobre (presumibile errore di trascrizione) e il 13 dicembre del 1917 - nei documenti ricevuti dal Commissariato Generale per le Onoranze Funebri ai caduti compaiono più volte entrambe le date ma vince il 13 dicembre - in località Dolina Oneglia (il graffitaro era Gerardo…) “per fatto in campo di guerra, in un camminamento in posizione avanzata” e, la nota prosegue, “…molti Resti Mortali (maiuscolo per eccesso di qualcosa che non so valutare) probabilmente anche quelli del suo congiunto (tumulato in quella zona e successivamente riesumato e traslato), non furono identificati per carenza di elementi idonei ad un riconoscimento certo e vennero collocati tra quelli degli ‘Ignoti’ nel predetto sacrario (Redipuglia - GO), “… pertanto è presumibile che il suo congiunto riposi tra questi… Le sia di conforto sapere che mai potrà venire meno la riconoscenza e la memoria verso Chi ha donato la vita per la Patria”. Ed ora? Sebastiano è andato, riposa nella truppa degli ignoti, quelli che, senza retorica, fanno la Storia, quelli delle targhe, quelli che pure dannati i piccioni! Chissà se sapeva di voler donare. Finisco di scrivere e …“Come la facciamo, verde o nera?” Guardi, forse la cornice verde è meglio, riprende il verdognolo (color cantina) del diploma. Uno studente, il suo diploma, una luce spenta con un colpo di mortaio e un avvenire mai scritto. Caro Sebastiano in-fante italiano, non sei andato a star meglio ma ti conservo ancora.                                                                               

Stefano F.
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Offline Arch

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #2 : Giovedì 30 Agosto 2018, 11:41:36 »
MERAVIGLIOSO!!! Bravissimo.
Vado ad applaudirti.

Offline Panzabianca

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #3 : Giovedì 30 Agosto 2018, 11:47:51 »
MERAVIGLIOSO!!! Bravissimo.
Vado ad applaudirti.

Caro Mitico Arch, mi fa veramente piacere che ti sia piaciuto. Grazie.  :birra:
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Offline Frusta

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #4 : Venerdì 31 Agosto 2018, 00:08:25 »
Bello. Vò immantinenti ad applaudirti anka mì! :D
E, dato che ci siamo, aggiungo qualcosa.

(...) Attorno all’effige, nel giro, il motto “GUERRA PER L’UNITA’ D’ITALIA” e fronde d’alloro che tanto ricorrono nella simbologia medaglistica italiana. Al verso, invece, è rappresentata una Vittoria alata posata su piedistallo formato da scudi sorretti da soldati italiani. Di questa medaglia che pure doveva esserci, non ho mai avuto traccia né notizia. (...)
Eccola:

 

Ti posto qui quella di mio nonno, insieme alla "tasca" in cui gelosissimamente la conservava.
L'ottimista pensa che con Lotito questa sia la migliore Lazio possibile. Il pessimista sa che è vero.

Offline Panzabianca

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #5 : Venerdì 31 Agosto 2018, 09:29:06 »
Bello. Vò immantinenti ad applaudirti anka mì! :D
E, dato che ci siamo, aggiungo qualcosa.
Eccola:

 

Ti posto qui quella di mio nonno, insieme alla "tasca" in cui gelosissimamente la conservava.

Grazie mille.  Conservala gelosamente (ma penso che tu già lo faccia).
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Offline Holly

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #6 : Sabato 1 Settembre 2018, 11:29:17 »
Un racconto che mi ha molto commosso, sia per lo svolgersi dei fatti, narrati con grande capacità di coinvolgimento,  sia per la consapevolezza che certe narrazioni sono destinate a essere inghiottite nelle brume della storiografia più negletta, quella che a scuola (parlo delle superiori, ma non crediate che all'università vada meglio) viene affrontata, studiata e oltrepassata in troppo poco tempo.

Questo non accadrà se ci sono persone che ancora oggi fanno esercizio di memoria, di divulgazione, di semplice condivisione delle proprie vite vissute. Io sono stata cresciuta da mia nonna, e di ambedue i conflitti bellici mi ha saputo dare la dimensione più vera, più sconvolgente. Mi incantavo da piccola, ma anche da adolescente, ad ascoltare i suoi racconti, le sue peregrinazioni per l'Italia, prima via da Genova (per motivi familiari), poi via da Trieste (dopo lo scoppio della Grande Guerra), poi via da Rimini, poi l'approdo a Roma, e i tanti, duri, dolorosi episodi durante il secondo conflitto. Ma certe tradizioni (nel vero senso della parola) si stanno perdendo, ed è uno sbaglio criminoso.

Ho ritrovato nella descrizione della vita militare che hai raccontato, caro S., molte delle atmosfere de "Torneranno i prati", meraviglioso film di Olmi, la cui visione dovrebbe essere raccomandata a grandi e piccoli, per non dimenticare, per avere consapevolezza della crudele enormità della Storia, per comprendere cosa accade nell'animo dell'Uomo, quando è coinvolto in vicende tanto più grandi di lui.

Un'ultima nota, sui cimeli dei nostri avi che conserviamo gelosamente: ho in mio possesso una medaglia commemorativa della Repubblica di Venezia, era del padre di mia nonna, veneziano DOC, lei l'ha conservata gelosamente e ora è nelle mie fide mani. Roba di due secoli fa, davvero. Recita: Venezia - spezzate le sue catene - resistendo - all'Austria e al Destino - risorse degna - di se stessa e d'Italia. La data: 1898, cinquantesimo anniversario della Repubblica Veneziana. 1898, anno di nascita dell'in-fante Sebastiano.

E grazie ancora.

Offline Arch

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #7 : Sabato 1 Settembre 2018, 12:19:54 »
Anche a noi di LazioWiki piace scrivere di storie vissute. Questo bel post di S. "Panzabianca", che ho tanto apprezzato, mi dà lo spunto per pubblicare un racconto che qualcuno di noi ha voluto scrivere per la sezione letteraria della nostra Enciclopedia.

ZACCARIA, BIANCAZZURRO D'ALGERIA


Prologo: sfida al Ramadan

Il cameriere si avvicinò con lentezza sesquipedale al tavolo, ciondolando stile pinguino mentre teneva in bilico un vassoio di argento lavorato pieno di cose buone sulla mano destra e una brocca d'acqua e zucchero, lune di limone e germogli di menta nella sinistra. Non seppi trattenere un "auff" d'impazienza. Non gli perdonavo di averci messo tanto, considerato che eravamo gli unici clienti del caffé-pasticceria. Al momento. Servì per primo mio padre, il capo famiglia, come da tradizione in Algeria. Quindi mia madre, che ringraziò con un "merci" starnutito dei suoi. Col medesimo garbo, sganciò il rancio a me e al mio pestifero fratellino di undici anni, biondo come un putto del Correggio ma provvisto di due zampine che sapevano rubare e graffiare. Come al solito, mia madre ci aveva azzeccato e io no: per lei e il babbo, un trionfo di tartine di pasta di mandorle, miele, glassa e frutta candita, lavorate a fiori con i capolini gialli, i petali a giri concentrici di mandorle e pistacchi. Alf provò subito a buggerare il fragolone che sormontava un dolcetto biancoverde, ma la maman lo fulminò con lo sguardo: bastava quello per bloccare l'ampiamente previsto abbordaggio di Capitan Uncino. Sul mio piatto, e su quello di Alf, ancora tremavano le pêche melba, dopo il trasbordo di dieci metri sul binario a scartamento ridotto del cameriere-pinguino. Belle pure loro.

Due cupole arancioni butterate di granella e una cordigliera di panna montata tuttintorno, interrotta a est e a ovest dalle palline di gelato alla vaniglia. Afferrai il cucchiaino e strizzai l'occhio ad Alf: la festa cominciava. Enfin! Il mio sbuffo all'indirizzo del garçon aveva un suo perché: l'orologio del Grand Caffé batteva le sette di sera, e la Place de l'Ètoile di Annaba, nella vieille ville, si presentava assolutamente deserta, non un'anima in giro. L'idea di mio padre di andare a "cenare dolce" (pratica antica: sapeva quanto fosse golosa mia madre) nell'ora finale del Ramadan era stata una mossa azzeccata: soli soletti, in un posto che non aveva turismo ma "cooperatéurs" europei con tessera rossa dell'est e dell'ovest, a goderci la frescura di quel martedì 17 settembre 1974 nella più elegante piazza della città. Dai porticati ombrosi proveniva un brusìo di gente in attesa. Sentivo che centinaia di occhi ci scrutavano con un certo malanimo. La fontana a stella, pure, pareva trattenere il suo fluido respiro ed emettere a singhiozzi e con circospezione, per non infrangere il silenzio santificante. In quello strano tempo trattenuto, tintinnavano un ritmo rallentato di xilofono i nostri cucchiaini sui piattini un po' sbreccati di porcellana di Limoges.

Se avessi battuto forte col mestolo sulla brocca di cristallo, il suono prodotto avrebbe mimato la Grande Berta che tuonava contro i fanti nelle trincee della prima guerra mondiale. Naturalmente, il desiderio dell'esperimento covava in me, ma non osavo, ricacciavo indietro il pensiero cattivo, uno scapaccione del babbo sarebbe partito in un microsecondo. Poi, precisa spaccata in sincronia coll'ultimo raggio del sole morente, si alzò la voce del muezzin della moschea di Djamâa El Bey, che annunciava la fine del primo giorno di digiuno per tutti i fedeli. Gli infedeli no, quelli potevano continuare a mangiare e bere. La scena che seguì l'avevo già vista, così che non mi sorprese: piranha all'assalto di una preda in difficoltà nel fiume. Decine, centinaia e infine migliaia di uomini e donne di tutte le età sbucarono dalle viuzze e dai porticati fiocamente illuminati, prendendo possesso del territorio che noi stranieri avevamo dominato fino a un attimo prima. Un tizio più temerario, passando davanti quasi correndo in babbucce con la veste biancorosa svolazzante, ci guardò con intenzione palese, le folte sopracciglia nere inarcate a dire: "Che cavolo ci fate ancora lì? La piazza è nostra, ora!". Quindi sputò un nocciolo di dattero nella nostra direzione. La maman, veneziana di origine e alta quanto la media dei maschi locali con i suoi 36 anni portati benissimo, non si scompose. Con freddezza si alzò dalla seggiola, sfilando la borsetta ciclamino e inanellandola sulla spalla abbronzata da tre mesi di mare. Mossa quasi da giocoliere, cui rispose il babbo che recuperò il portafogli dal tavolo e se lo ficcò nella tasca interna della giacca. Alf e io ci alzammo come soldatini di stagno davanti a un cerino acceso all'improvviso: era arrivato il momento di squagliare. La nostra piccola guarnigione di giubbe blu levò en toute vitesse l'accampamento, prima che Corvo Rosso e i suoi guerrieri ci scalpassero le capigliature e (giustamente) l'appendessero ai loro tepee.


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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #8 : Sabato 1 Settembre 2018, 12:22:52 »
Tre mesi a ritroso di questa scena, la maman, la piccola Isabella, Alf e il sottoscritto eravamo sbarcati dal piroscafo Palermo-Tunisi, stipati su una 127 Fiat imparruccata da una catasta di valigie e pacchi di pastasciutta tenuti da corde elastiche sul bagagliaio di sopra. Eravamo uno spettacolo ambulante strampalato e non poco curioso, per i tunisini. Soprattutto per la donna al volante! Quattro o cinque maccheroni avevano subito preso la strada di casa delle guardie doganali alla frontiera, il resto era giunto fino alla villa in riva al mare dove ci attendeva il papi, ad Annaba. L'ultimo pacco-scambio di spaghetti acciuffato al volo dalla scimmietta Joujou, che il guardiano della villa, il serio Madjid, antropologicamente di un nulla superiore alla sua amica, pretese come un suo inesplicabile diritto da "les italiens". Era il giugno del '74. La quarta estate che trascorrevamo in nord Africa, nell'Algeria "socialista" del dittatore Houari Boumédiène, dove il babbo lavorava a un progetto nazionale sul mais e il sorgo per conto della Fao. Il progetto aveva una durata quinquennale, come si usava in quel paese che scimmiottava le strategie di produzione dell'Unione Sovietica dalla quale riceveva protezione. La villa apparteva a una ricca vedova del posto ed era divisa in due parti. La zona principale, col salone e le stanze ammobiliate lussuosamente, da parecchi anni affittata a una famiglia di francesi post-colonialisti, ergo sfigati.

Tipi freddi, intellettuali, vetero-esistenzialisti con i sette volumi della Recherche belli rilegati in cuoio nella libreria di legno di noce. Costoro avevano purtroppo messo in circolazione un ragazzino odiosissimo, Jean-Cloud, che Alf e io cercavamo di evitare il più possibile. La parte più interna della villa, tre vani e una cucina provvista di un ampio giardino, era tutta nostra. Il serio guardiano Madjid, e la subdola Joujou, abitavano la casina a sé stante che legava le due aree. In una maniera che ci costringeva sempre a transitare davanti all'ingressino a tre scalini, dove i due stavano seduti a osservare le cose del mondo sulle quali il destino gli aveva concesso un minimo arbitrio. Ah, il destino, il fato, inshallah: devo dire, a questo punto, che nella presente storia il destino gioca un ruolo. Un destino arabo che influì, in una misura che solo un jinn annoiato potrebbe per gioco rivelare, sullo scudetto della Lazio del '74. Esagero? Oh sicuro! Quando si scrive una storia, vera o di fantasia che sia, si esagera sempre, solo le memorie dei carcerati tendono a minimizzare. Ma giudicate voi...


A pesca col papi

Per cento giorni all'incirca, dall'ultimo di scuola alla riapertura delle classi a fine settembre, le nostre giornate di ragazzini romani degli anni settanta in vacanza lunga in Algeria si aprivano sovente nel modo che vado a descrivere. La routine era precisa: sveglia alle quattro di notte al canto del muezzin di Zaiki, alzata alle cinque alle prime luci dell'alba, colazione veloce a base di frutta fresca e due minuti a piedi per raggiungere l'immensa spiaggia di Sidi Salem. Una volta lì, lasciavamo i sandali incustoditi sulla sabbia grigia e fine e cominciavamo il pattugliamento, maschera da sub gialla e pinne di gomma blu, della bassa fascia di mare antistante, alla ricerca disperata di polpi. Disperata perché, con quelle astute bestiacce, che chissà perché in pentola coll'acqua bollente, i pomodori, l'aglio e il sedano non ci volevano proprio finire, la nostra era una guerra aperta. Armati di tridenti di metallo lunghi un metro legati da una cordicella ai polsi, li stanavamo dai loro buchi negli scogli e li inseguivamo per mezzore intere. Tre volte su quattro scappavano, tra nuvole di inchiostro che costituivano il sistema preferito di camouflage della loro specie, e la quarta li cacciavamo in retina. Poi sarebbero stati regalati a Faridà, la ragazza del souk che aiutava la maman in cucina e nel riassetto della casa, oltre a fungere da baby-sitter per la piccola Isa di tre anni. Alternativa ai polpi erano le giovani arzille nascoste sotto la sabbia. L'acqua alle sei del mattino aveva una limpidezza tale che ne vedevamo gli occhietti sporgere.

Trapassarle era facilissimo, e quelle ce le mangiavamo sempre, buone fritte panate o in brodo con i broccoli. Polpi e razze. Di bei pesciotti, con i nostri ridicoli tridenti, non se ne potevano infilzare. Anche se in un'occasione Alf, giusto a riva catturò con le sue mani da muratore junior un grosso cefalo mezzo stordito, che poi la maman non volle cucinare. Per prudenza – disse –, e il cefalo fu regalato al serio Madjid. Quell'estate del '74, però, c'era una novità: avevo convinto la maman a comprarmi una canna da pesca col mulinello, assai sofisticata per quel che ne capivo. Non ricordo il prezzo, ma la acquistammo in un negozio di articoli per il mare a piazza Augusto Imperatore, sotto le arcate. Lei mi avvertì che, comunque, non avrei pescato nulla, perché il babbo, marchigiano degli Appenini, era negato per questo genere di cose, nonostante un giorno le avesse detto che la sua stirpe vantava lontani trascorsi galiziani spagnoli. Conosceva il suo pollo, e io no, che invece mi fidavo del papi e condividevo con lui la fede biancazzurra. Fino all'età di dieci anni, quando lavorava ancora all'ispettorato agrario e prima di partire per l'Africa, mi aveva portato in macchina allo Stadio Flaminio a vedere la "Lazietta", e insieme avevamo sofferto abbastanza per cementare un'amicizia da veterani della guerra del Vietnam. Non potevo immaginare che un tipo tosto come lui (era minuto e alto un metro e sessanta, ma a me pareva tosto lo stesso), gran sterminatore di pernici, beccacce e fagiani allevati in riserva, non sapesse destreggiarsi con una Soldarini ultimo modello. E, al limite, a tirar su i pesci ci avrei pensato io.

Il giorno della prima uscita nella zona del porto finalmente arrivò. Un mattino, il babbo ci fece salire sulla Peugeot 404 – unica in tutta la città per la decalcomania ONU-FAO sulle fiancate – e dirigemmo verso il vicino quartiere di El Boun, dove esisteva una bottega di pesca. La trovammo senza problemi. Alle nove era già aperta e si presentava anche bene, la modanatura esterna in legno pitturato con una vetrina pulitissima (ogni cosa pulita spiccava in quel paese che non era esattamente un modello in tal senso). Vetrina che sciorinava reti, canne, mulinelli e una conturbante cassetta porta-attrezzi in ferro smaltato e ghirigori. Da un lato si poteva leggere, a caratteri latini con la traslitterazione in arabo classico a fianco: "appat vivant". Significava che vendevano larve di mosca, granchietti e vermi. Un dlin-dlon allegro accompagnò il nostro ingresso, segno gentile che il commercio stava lì dall'epoca del colonialismo. Al bancone il "bienvenu" venne da un signore sui sessanta, i baffi bianchi e la capigliatura candida e folta come un Einstein fatto algerino, che immediatamente iniziò a illustrare la qualità delle varie esche al papi. Il mio bravo fratellino, profittando che nessuno apparentemente gli badava, aveva nel frattempo preso a rovistare in un cesto di vimini alto quasi quanto lui e colmo fino all'orlo di cianfrusaglie, scarti di robe smerciate a un dinaro al pezzo; in un attimo, se ne era infilate nelle tasche sformate dei calzoncini almeno una dozzina: sugheri, manovelle, piombi, pesciolini e calamaretti finti.

Con la coda dell'occhio avvertivo tutto questo. Ma le mie pupille erano state attratte, come limatura di ferro da un magnete, verso l'angolo in alto sulla sinistra del bancone. Appesa alla parete con lo scotch, c'era l'ultima cosa al mondo che avrei mai immaginato di vedere in quel posto: la Lazio! Era il poster che l'Intrepido aveva regalato a ottobre dell'anno prima, gli undici di Tommaso Maestrelli in tenuta bianca e bordi azzurri. Il nero Pulici al centro, Chinaglia e Wilson ai lati, Martini, Frustalupi, Garlaschelli e Re Cecconi accosciati. Gli artefici più importanti dello scudetto appena vinto ci stavano tutti, in quel manifesto a colori che aveva già acquisito il sapore del tempo passato. L'"ahioo!", emesso sottovoce dall'Alf, interruppe lo stato di sogno in cui ero precipitato per via della visione celeste. Un tipetto più o meno della mia età, sui tredici-quattordici, aveva afferrato al volo e con fermezza il polso del ladro, invitandolo a riporre la refurtiva sul marmo del banco: "Così la contiamo e facciamo la nota". Alfredino eseguiva con evidente malavoglia l'operazione imposta dall'inatteso ufficiale della Gendarmerie. E intanto mi guardava, gli occhioni nocciola spalancati che supplicavano di non allarmare il babbo, indaffarato a valutare un impasto di pane francese, formaggio bouhezza e zafferano.

"Oui, oui, il n'y a pas d'importance, le petit voleur à les mains longues". Il ragazzo, biondiccio anche lui a dispetto della carnagione appena olivastra, e in possesso di occhi incredibilmente celesti, indirizzò verso di me un silenzioso "Oui", mentre controllava la situazione con il cliente e l'Einstein, che in quell'istante intuii fosse suo padre. Allora, senza ulteriori indugi mi presentai, allungando la destra: "Je suis Marco, je viens de l'Italie". "Zakaria" – rispose lui sorridendo – et j'aime beaucoup la Lazio. Fu così che conobbi Zakarià, o meglio Zak, l'unico aquilotto dell'Algeria. Non ci fu tempo per ulteriori approfondimenti. Il babbo si riavvicinò con l'aria soddisfatta. Monsieur Youssuf era riuscito a convincerlo a comprare esche e impasti per una settimana, più due rocchetti di lenza e alcuni galleggianti giusti per la pesca a lancio dalla riva e la traina dalla barca. Salutai con un "vedrai che tra pochi giorni torneremo, e se sei della Lazio tornerò anche solo per parlare con te". Zakaria sorrise nuovamente, con più timidezza della prima volta. Come andò la pesca quel mattino? Disastrosamente. Mio padre non ci capiva un tubo, come aveva detto la maman. Ogni volta che eravamo andati a prendere in alto mare i "pompiers", i giganti rossi che salivano dalla profondità di cento metri con la bolla dello stomaco fuori della bocca (quando salivano interi, perché la maggior parte delle volte arrivavano tranciati a metà dai morsi degli squali, gli enormi ami di ferro brunito spaccati come niente), i pescatori professionisti che ci ospitavano avevano compiuto loro tutte le operazioni. Il nostro divertimento era stato assistere allo spettacolo e fare un po' di traina nel viaggio di ritorno; infine comprare il dentice più bello.

Fatto sta che il papi spacchettò sul posto il mulinello a bobina fissa, cromatissimo e ora scintillante al sole. L'appoggiò sul parapetto del tratto di mare nella zona del porto che aveva individuato su consiglio di Salah Merdasì, il suo attendente al lavoro, e trafficò non poco per giuntarlo alla canna. Io lo osservavo dubbioso ma ancora rispettoso, ogni secondo più cosciente del casino in cui ci stavamo cacciando. Alf, servo tuttofare, intanto preparava la prima esca per l'amo: una pallina gialla di pane, acqua e formaggio cui aveva aggiunto, artisticamente e senza motivo, un ciuffetto di rosei bigattini. Armata la canna, il babbo la porse a me per il lancio d'apertura. Il parapetto strapiombava per almeno dieci metri. Sotto, però, nessuno scoglio ma il rassicurante blu. Portai il braccio destro all'indietro ed eseguii il lancio da manuale. M'aspettavo il sibilo del piombo che viaggiava rapido nell'aria dritto davanti a me, e poi il "pluff" a distanza. Senonché, il piombo partì sgangheratamente verso l'alto e qualcos'altro partì verso il basso: era il mulinello, che il babbo non aveva ben fissato al sughero del manico. Il mulinello col suo peso trascinò con sé il filo e si creò, in un attimo, un garbuglio tale che non sapevamo più letteralmente che pesci pigliare. Provammo a recuperare il mulinello, sparito giù in fondo all'acqua, ma non veniva su: la canna era diventata una gru dal cui vertice fortemente incurvato pendevano e s'intrecciavano due fili che sparivano a mezz'aria.

Il papi cominciò a guardarsi intorno, temendo che qualche passante si interessasse alla scena dei "francesi" imbranati. Per il momento, fortunatamente, il dramma non aveva spettatori, con l'eccezione di un micio che ronzava intorno al secchio profumato di esche. Ricordo che sudavo parecchio anch'io. La vergogna era tanta. Alf ridacchiava, accovacciato per terra all'indiana coi ginocchietti da elefantino rossi e spellati. Non lo si poteva nemmeno picchiare: era l'unico che aveva svolto il compito per bene. Insomma, ad un certo punto, realizzando che tutto era perduto, ci acchiappò il panico e decidemmo di scappare. Con la forbice speciale tagliammo i fili. La canna era di nuovo libera, il mulinello invece era andato. Raccogliemmo le quattro cose sparpaiate ai nostri piedi e risalimmo come rapinatori di banca in macchina. Alla maman servimmo una bugia a metà: un grosso, grossissimo essere, magari una verdesca avventuratasi nel porto dietro una nave (le mie nozioni di ittiologia), aveva "strappato" in modo tale da far saltare il piede di fissaggio della canna; forse non tanto perfetta come sembrava.

Che fosse il caso, al ritorno a Roma, di protestare col tizio che ci aveva venduto il set? La maman ci squadrò solo un istante con i suoi occhi verde smeraldo. Quindi guardò Farida, imbarazzata in un canto, la mano sulla bocca a celare i denti bianchissimi. Senza commenti, ma con un gesto della testa che esprimeva molto bene il suo pensiero, riprese l'opera di sbattitura dei materassi in giardino. A pranzo, niente saraghi e orate col sughetto di banadora ma il solito, ottimo chakchouka tunisino a base di peperoni, cipolla dolce e le quattro uova a quadrato. Per secondo le bourek, sfogliatelle fritte alla carne trita e un misto di puré e spezie; l'acqua minerale Saidà, con la sua bottiglia di vetro celeste, a troneggiare a centro-tavola. Un pasto consumato in silenzio. Come in un racconto di Kafka, la famiglia di animaletti pelosi nella profondità della tana che mangiano auscultando i tenebrosi suoni martellanti dal mondo ostile di superficie. Alf mi rubò una brick e io non mossi un dito. Quel furbo aveva capito. La colpa, la colpa non espiata. L'orrore, l'orrore, l'orrore...


Un nuovo amico

La missione fallita al porto ebbe un effetto mortale sulle mie illusioni di catturare muges, sars, dorades, pagres e pageaux; o magari le loup de mer, cioè la spigola, la fantastica murena a macchie gialle e un bell'esemplare di pesce palla. Il babbo, con la scusa che aveva dei "gravi problemi" al lavoro, s'era eclissato come il sole sul Golgota. Per una settimana lo vedemmo esclusivamente a cena. Una sera portò a teatro la maman, immagino per farsi perdonare la cacchiata. La caccia ai polpi e le giornate trascorse con l'Alf all'ultima spiaggetta di Ain Achir, sulla tortuosa route verso il faro biancoardesia di El Manar che sovrastava la costa occidentale, riempirono il vuoto. Di acquistare un nuovo mulinello assolutamente non se ne poteva parlare. Ma con una lenza più fina, e un galleggiante con i piombini, mi sarei convertito alla pesca a canna fissa. Sul libro che m'ero portato dall'Italia era spiegato come fare. Ci provai. Con l'Alf che innestava i granchietti vivi, strappandogli una zampina che subito sgranocchiava. Credo lo facesse per la mia reazione di disgusto: io leggevo molto, non solo i fumetti ma anche i libri, e avevo fama di essere l'intellettuale della famiglia. La Soldarini, però, telescopica non più di tanto, risultò corta e il galleggiante tondo rimaneva troppo vicino allo scoglio. Abboccavano solo pescetti colorati di scarso valore. Li slamavo, attento a non ferirli, li ponevo nel secchiello, l'Alf ci giocava al terrorista col suo coltellino segreto e infine li ributtavo in acqua mezzi morti. Stupido. Noioso. Insopportabile alla terza volta.

Avrei compiuto quattordici anni di lì a poche settimane e non potevo baloccarmi così, come fossi un pischello senza risorse. Non rimaneva che tornare al negozio di El Bouni. Ci andai da solo, una quindicina di giorni dopo il pasticciaccio. Era luglio pieno. Di pomeriggio, inforcai la bici ed eccomi davanti a Zakaria, intento a strofinare con un panno un paio di mulinelli. Gli spiegai tutto per filo e per segno, perché non volevo che l'amicizia col Zak iniziasse sotto l'ombra di mezze bugie. Non rise, anzi, cercò di scusare la dabbenaggine di mio padre, forse perché Youssouf stava lì accanto e drizzava le orecchie a quel che andavamo dicendo. Mi indicò una canna di bambù sui cinque metri, morbida e flessuosa. Con quella, un terminale diciotto, un flotteur a penna e ami a gambo lungo avrei insidiato prede di un paio di chili. Acquistai tutto e gli chiesi della Lazio. Era chiaro che Zak non si poteva concedere il lusso di parlare di argomenti che esulassero il suo lavoro. Tuttavia, chiarì l'arcano: un giorno che stava dal barbiere, aveva adocchiato sul tavolino una rivista in una lingua straniera. L'aveva presa tra le mani con ardente curiosità, il titolo era "L'Intrepid". Siccome non sapeva leggere i fumetti in italiano, ma gli era piaciuto un articolo sul football, aveva ottenuto dal barbiere di portarsi a casa il giornalino.

L'articolo riguardava la Lazio, e c'era un poster centrale. L'aveva subito appeso in camera e s'era disposto a seguire con la radiolina a transistor le partite di campionato, la Serie A. La trasmissione, col tempo buono, si riusciva a captare la domenica in riva al mare; vero che si perdeva spesso la frequenza e con essa qualche gol, ma l'italiano non era poi molto diverso dal francese e, quando segnava la Lazio, lui lo capiva benissimo. Poiché la domenica era un giorno come gli altri nel suo paese, Zakarià aveva preso l'abitudine di chiedere al fratello Nourredine, di sette anni maggiore, di sostituirlo al negozio. Aveva così mandato a memoria tutti i nomi della squadra vincitrice dello "scudetò", e festeggiato spostando il poster nel luogo dove passava le giornate. "Le captain Wilson" vegliava sul buon esito dei suoi affari; col permesso del pére, naturalmente. Quella storia, tanto semplice, di devozione a una squadra che neppure aveva mai visto giocare, mi commosse. Gli rivelai che non ero della Roma, i lupi giallorossi, ma che anch'io tifavo per le aquile, e che avrei potuto raccontargli del giorno dello "scudetò", perché ero andato allo stadio e m'ero goduto tutto. Zak ne fu contentissimo. "Jmil!" (bello), disse, visibilmente estasiato. Mi diede appuntamento per il giorno dopo, venerdì, lì davanti al negozio. "Andremo a pesca. Con altri miei amici che non ti immagini neppure! Ma non c'è bisogno che porti il bambù, basta la retina per i tanti pesci che prenderemo". Con questa misteriosa promessa, un pizzico in contraddizione con i cinquanta dinari che avevo appena sborsato, ci salutammo, consacrando il patto con una stretta di mano. Dopo tre anni di zero assoluto, mi ero fatto un amico in Algeria. Un aquilotto, per giunta!


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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #9 : Sabato 1 Settembre 2018, 12:24:02 »
La danza dei cefali

Il mattino dopo, alle otto in punto ero sul posto. Erano bastati dieci minuti in sella alla mia Legnano, su strade percorse da rare auto e da un'infinita teoria di carretti trainati da muli. Le Peugeot, le Renault e le Citroën se le potevano permettere solo i commercianti più agiati e quei bravi signori che intrallazzavano nel governo. La corruzione imperava, nell'Algeria militarizzata di Boumédiène. Zak era già lì, pure lui gommato. Pedalammo verso il porto, la meta era la spiaggia dei Giudei a pochi chilometri da El Boun. Viaggio agevole, anche se quasi mi scontrai frontalmente con un acquaiolo. Zak pigiava forte sulla sua bici verdolina assemblata da lui stesso su un telaio Rochet. Les Juifs non era lontana, allorché mi segnalò di accostare. Da una rupe, alta forse trenta metri, si scorgeva sotto un gruppetto di scogli piatti dove stazionavano sei ragazzi a torso nudo. Zak salutò e quelli risposero in arabo: "Mhrbana alhak!" - Ciao fratello. Sembrava non esserci un modo per raggiungere il gruppo giù in fondo all'abisso. Ma Zak, dopo aver assicurato con una catena le bici a un muricciolo, scostò la barriera di cespugli e s'infilò, strisciando sul ventre, in una minuscola entrata buia.

C'era un sentiero, che dalla carreggiabile non si vedeva. Scendeva a piccoli salti nella terra friabile commista alla sabbia e alle pietre, ingoiato dalla macchia mediterranea. Un pungente aroma di rosmarino, menta e gelsomino rinfrescava l'aria, per il resto piuttosto pesante. Piccoli lavori rozzi in malta e pietra aiutavano nei punti più a rischio. Il mio amico mi invitò a riporre i sandali nella sacca; ci aveva anche la corda per legarli dietro la schiena, era uno che pensava a tutto. Ad un dato momento, circa a metà discesa, ci trovammo davanti a un salto di tre metri e dovemmo superarlo aggrappandoci a un fil di ferro installato di lato. Mi sentivo uno scalatore dell'Hilamaya ed era una sensazione nuova: il "K2" della madonnina dell'Olimpico pareva nulla a confronto! Pensai a quanto si sarebbe divertito l'Alf, che per quel genere di cose impazziva. Ma gli avevo detto che me ne andavo lontano a pescare, e che lui la bici non ce l'aveva e quindi doveva rimanere a casa con la mamma e la sorellina, e poi gli avrei raccontato tutto. Quasi mi aveva sputato in faccia per la rabbia. Aveva preso la canna di bambù e mimato un brutto gesto che non avrebbe dovuto appartenere a una creaturina così tenera e carina. Seppure milanista.

Dopo un ultimo tornante e un quarto d'ora di prudente discesa mani e piedi, improvvisamente si aprì uno squarcio di luce sulla destra e apparve il mare. Il barbaglio del sole sull'acqua, pressoché immobile, creò geometrie sfuggenti e mi ferì per un attimo le cornee. Ero miope e portavo gli occhiali per leggere o quando mi serviva distinguere i dettagli del mondo. Ma in occasioni come quelle preferivo lasciarli a casa, soprattutto per non rischiare di perderli. L'avventurosa discesa era evidentemente terminata. Zakaria balzò come un ginnasta in mezzo ai suoi amici e li abbracciò uno a uno con affetto. Quelli lo chiamavano "Zwawi", il suo nome di battaglia. Compresi immediatamente che mi trovavo al cospetto di una sorta di reparto operativo, con un capo denominato Rais. Zak mi presentò al Rais, il cui vero nome era Hassan. Alto una buona spanna più di me, quindi sul metro e settantatré, teneva i capelli neri tagliati corti e aveva un fisico asciutto e muscoloso. La "tartaruga" certo non se l'era costruita in palestra, ma svolgendo lavori pesanti come molti giovani di Annabà. Hassan sorrise e mi rivolse il benvenuto, quella frase araba internazionalmente nota e che a noi italiani suona "salamelecco". Aggiunse: "Tamurt?". Il mio scarso vocabolario mi suggeriva che voleva sentirmi dire da quale paese provenivo. Anticipai la traduzione di Zak e risposi pronto, con la serietà richiesta dalla circostanza: "Rome".

Non sembrò sorpreso. Di sicuro tutti erano a conoscenza del fatto che quel mattino arrivava un amico di Zwawi, ma la cerimonia di introduzione doveva comunque essere condotta a compimento. Bisogna dire che noi italiani eravamo ben visti in Algeria. Ci consideravano alternativi ai francesi, perché il film La battaglia di Algeri del regista Gillo Pontecorvo, cui avevano partecipato i più noti attori algerini, aveva riscosso un enorme successo: a sette anni dalla sua uscita ancora lo davano nelle sale. Inoltre, si ricordavano di Enrico Mattei e del suo tentativo di dare agli arabi il controllo delle loro riserve petrolifere. Per questi motivi, i cooperateurs italiani erano rispettati e nessuno li toccava. Al contrario di quanto capitava ad altri forestieri e specialmente ai russi, che giravano per la città in gruppi numerosi per paura di essere assaliti dai voleurs. Picchiare i sovietici intruppati a pattuglia sul lungomare, rubargli il berretto, un orologio o una catenina d'acciaio (molti erano marinai), valeva una simbolica medaglia di patriota. Immaginai che Hassan doveva saperne qualcosa. Proprio in quel momento, altri due della banda spuntarono come agili Sandokan dal sentiero. Avevano quattro secchi pieni di pasta di pane e pezzi di sarde. Si chiamavano Nadir e Murad, i capoguardia del Rais. Seppi da Zak i nomi dei restanti altri, non facili però da ricordare. Ora in tutto ci contavamo una decina, sparsi a raggiera sulla superficie della banchina di scogli. Il mio orologio da polso diceva che erano le nove passate. Con che cosa avremmo pescato, visto che non si vedeva una canna in giro?

Ma ecco che Hassan gridò "hdhraaan!" (attenzione). Quindi emise un forte fischio e batté le mani levandole teatralmente verso il cielo. Era il segnale che la pesca iniziava. Zak mi disse di sedermi e guardare la scena senza muovere un dito, come d'altronde stava facendo lui assieme agli altri della banda. Due, invece, se ne stavano accucciati in disparte a trafficare su rotoli di lenza avvoltolati a grossi pezzi di sughero. Hassan, l'unico in piedi, impartì secchi ordini in un arabo dialettale sfrigolante di sibilanti. In risposta, Nadir e Murad immersero le mani nei secchi e lanciarono in acqua manciate di impasto, che si frantumarono al sole come una pioggia di manna nel deserto. L'attesa durò pochi minuti. Tutti noi della banda zitti e con le mani sulle ginocchia, a parte Hassan che aveva tirato fuori un rosario a grani ed enumerava in litania i novantanove nomi di Dio. Presto mi accorsi che l'area antistante gli scogli si stava riempendo di scure sagome filanti. Era come un carosello di sommergibili U-boat, ma si trattava di cefali, muges di tutte le dimensioni. "Che succede, cosa aspettano?" – chiesi, a quel punto davvero eccitato, al buon Zwawi. "C'est le moment magique de la grande réunion. Allah avverte le sue creature che l'Uomo ha bisogno di nutrimento".

In effetti, il pandemonio si stava scatenando nei punti in cui il pane era caduto. L'acqua ribolliva per la lotta dei pesci che si disputavano soprattutto i bocconi di sarda. Hassan diede un altro segnale e due della banda rotearono nell'aria le lenze preparate con tanta cura in precedenza. Le manovravano dall'alto verso il basso con grande padronanza, sembravano corsari all'arrembaggio. Ogni lenza terminava in tre ancorette poco distanziate, era piombata pesantemente e fischiava a giro come il volano di un motore. I due, piazzati a qualche metro l'uno dall'altro, al quinto giro catapultarono verso il basso le lenze e "strapparono" violentemente, ognuno nella propria direzione. Volò un piccolo cefalo sopra la superficie schiumante, mezzo agganciato sulla coda. Quello sfuggì alla cattura, ma era solo il primo "engagement" della serie. Una seconda coppia di roteatori prese il posto della prima, che rinculò militarmente per riarmare i marchingegni. Ebbero più fortuna, ché un bel cefalo, di almeno ottocento grammi, fu tirato dalla bocca e planò sullo scoglio con volo rasente. Subito i due ragazzi più giovani del gruppo – gli arrêteurs mi informò Zwawi – lo afferrarono senza misericordia e lo buttarono in una piscinetta. Me ne accorsi per la prima volta che c'era: una vasca costruita in un angolo della piattaforma, utilizzando assicciate di fasciame di barca e una rete professionale da pesca. Era la Cajenna di quel luogo furente. Intanto, una terza coppia era avanzata sul fronte, e questa volta due cefali rimasero bene agganciati dalle micidiali ancorette. Si infilzarono sotto le branchie con tale forza da rendere difficile perfino disimpegnarle. A ritmi serrati, la mattanza andò avanti per un tempo che mi parve infinito.

Estenuante di spruzzi, folle di adrenalina, barbara e crudele, in un alternarsi di pioggia di manna e rampinate velocissime accompagnate da urla belluine. Fino a quando il Rais non diede lo stop. Ero impressionato, quasi sconvolto dallo spettacolo al quale avevo assistito. Sangue dappertutto, i roteatori rigati in viso da strisce di squame e di sale, perfino pezzi di carne di sarda e di cefalo appiccicati sui loro corpi bagnati. Eppure ridevano! La piscina-prigione era diventata un catino rosso dove, tra isole di budelle gialle e violette, pesci agonizzanti stavano mescolati ad altri ben vivi, che giravano all'intorno tentando una inesistente via di fuga. Mentre i roteatori e i guardiani si lavavano dalla sporcizia, Hassan si avvicinò e mi avvertì che al prossimo turno avrei provato anch'io l'azione. Credo che sbarrai gli occhi, perché il Rais rise, e di gusto anche: ma non ero venuto lì per pescare? Zwawi ricevette l'ordine di impartirmi una breve lezione di rampinaggio. Tutti si misero a guardare, sbocconcellando del couscous alle verdure da una ciotola spuntata fuori da nulla: vediamo un po' che combina l'italiano. Le prime prove si risolsero in un mezzo disastro. Non riuscivo a roteare la lenza con la giusta tensione. Ma dopo un dieci minuti di pazienti consigli del mio maestro capii il trucco, che consisteva nella posizione flessa delle gambe e in una particolare torsione del busto inclinato in avanti. Azzeccai un rampinaggio a tre giri: quello a cinque era roba da campioni, occorreva molta pratica per arrivarci.

Con questa rassicurazione del mio amico, formai con lui un engagement nella sessione numero due. Che iniziò verso le undici. Hassan ci dispose nella terza fila. Avevamo quindici minuti esatti per la cattura. Ci mostrò il suo cronometro Aram di fabbricazione sovietica e fece partire il tempo. Lungo la prima parte, toccò solo a Zak di tirar su un paio di pesci. Finalmente, quando già temevo la figuraccia, a una rondata particolarmente "cattiva", per non dire disperata, due delle tre ancorette agganciarono un esemplare di mugil cephalus di almeno un chilo; volò come un pilota di Formula Uno sopra la mia testa e quasi finì direttamente nella piscina! La pesca si fermò all'istante e tutti vennero verso di me a complimentarsi, per primo il Rais. "Tu es de la Qabail, maintenant. Pour toute la vie" – mi disse nel suo francese gutturale, appoggiandomi la mano a pugno sul petto. Un brindisi a base di khchaf, bevanda vinosa dolce con la cannella, suggellò la cosa. Seppi allora che "la Qabail" era il nome del gruppo. Non sarei più tornato a pescare con loro, perché una regola stabiliva di portare un ospite straniero una volta soltanto. E tuttavia, ero uno della "Qabail", e non dovevo dimenticarlo. In effetti, trovo ancora oggi difficile dimenticare una esperienza del genere.


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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #10 : Sabato 1 Settembre 2018, 12:24:57 »
Adieu, cher Zak!

La totentanz con la Qabail mi fruttò cinque cefali, che trionfalmente mostrai alla maman una volta a casa. Alf volle sapere e non credette al fatto che non ci sarei più tornato. Si burlò della mia asserzione che uno dei cefali l'avevo catturato io. Comunque, ora eravamo un cefalo pari: Lazio-Milan uno a uno. Al gol di Pierino Prati aveva risposto "Long John". Rividi Zak solo due altre volte. Due viaggi con la famiglia ad Algeri e a Orano, verso il Marocco, tolsero molti giorni alla possibilità di incontro. Accadde sempre di venerdì. La prima volta, a fine luglio, Zak venne in bici fino alla plage Ain Achir, sciroppandosi il tortuoso tragitto in salita della litoranea. Un bel pezzo di strada sterrata che in macchina impiegavamo venticinque minuti a percorrere. Lo presentai alla maman, nuotammo e pescammo insieme per l'intero pomeriggio. La parte più divertente fu osservarlo mangiare le lasagne al pomodoro, che non sapeva proprio come afferrare con la forchetta. Ma prima ascoltammo alla radio la trasmissione Alto Gradimento. Naturalmente, Arbore e Boncompagni, Bracardi e Marenco non li aveva mai sentiti, con tutti quei personaggi da morire dalle risate come il dottor Marsala, la Sgarrambona e Scarpantibus, l'uccello preistorico dai bizzarri cinguettii. Fortunatamente, quella volta non comparve in trasmissione Malik Maluk, lo scalpellino magrebino mal pagato dai padroni cui indirizzava un "Fangàla, àssara 'ffangàla!" che sarebbe stato imbarazzante tradurre al mite Zak.

La seconda volta che ci vedemmo fu a ferragosto, più o meno. Mi invitò alla pasticceria centrale di El-Djouzia, nella città vecchia vicino al Corso della Rivoluzione. C'ero già stato e sapevo che si trattava della migliore, in quanto a dolcetti locali. Lì, svuotando bicchieri su bicchieri di acqua all'anice e rimpinzandoci di makrout alla crema di pistacchio e griwech ai semi di sesamo, seppi finalmente un po' di cose sul mio caro amico. Intanto, che la sua famiglia era originaria delle Kabilie sui monti di Djiurdjura, e così si spiegavano gli occhi e i capelli chiari, eredità vandala delle popolazioni berbere del nord. Aveva tre sorelle oltre al fratellone, la maggiore già maritata e le altre che aiutavano a casa. Poi seppi che non studiava più, le dieci ore al negozio non concedendogli di frequentare le superiori; aveva intenzione, però, compiuti i sedici, di iscriversi a un corso serale per diplomarsi elettrotecnico specializzato. Giocava a pallone in una squadretta di coetanei ma solo d'inverno, quando il lavoro al negozio diminuiva. Saltando il pranzo, e qualche volta dopo la cena, se ne andava a tirare quattro calci al "qurat alqadm", il campetto di quartiere. Di ruolo faceva il portiere. Senza guanti però, perchè in Algeria non se ne trovavano. Gli scarpini sì, quelli ce li aveva! Mi chiese di Felice Pulici e gli dissi del suo stile di gioco; come fosse il senso della posizione il suo punto di forza. Chi dirigeva la difesa era, invece, Pino Wilson, l'elegante capitano di sangue inglese. Zak era come innamorato di Wilson.

Affermò con convinzione che molto merito dello scudetto fosse suo, perché sapeva tenere a freno i compagni e dirigerli con la giusta autorità del Rais. Era come Hassan. Gli promisi che l'estate seguente gli avrei portato una foto con dedica. Avevo appena finito le medie in una scuola che stava proprio davanti alla "casa" della Lazio, mi era capitato di vederlo entrare e avrei trovato il coraggio di avvicinarlo. L'avrei fatto solo per lui. A Zak quasi gli andò di traverso l'anice. "Ce serait fantastique!", disse. Era chiaramente al settimo cielo. La notizia sbloccò come un chiavistello segreto, che fino a quel momento era rimasto serrato. Mi confidò, incespicando sul suo francese nitido nella pronuncia ma incerto nella scelta dei vocaboli, che la domenica della sconfitta per 3-1 allo Stadio di San Siro con l'Inter, temendo che Wilson sarebbe stato beffato come già era capitato, aveva fatto una solenne promessa a Dio: recitare la sunnat nafila, le preghiere non obbligatorie, tutti i giorni fino alla fine del campionato. Allah l'aveva apprezzato e la Lazio aveva vinto! "Merci" Zakaria – gli dissi – J'ai te remercie a nom de tous les supporters de les Aigles!". Mi alzai dalla seggiola e ci abbracciammo. Due laziali in Algeria. Nel 1974. Fu, quella, l'ultima volta che vidi Zak. L'estate del 1975 la trascorsi pure ad Annabà, ma quando andai al negozio mi accolse Nourredine. Il fratellino era morto in un incidente, travolto da un'auto mentre andava a giocare a pallone. Rimasi senza parole, la foto di Wilson stretta convulsamente nella mia mano destra. La donai a Nourredine, e con essa il cappellino di tela con la visiera di plastica che avevo comprato allo stadio. Mi assicurò che le avrebbe messe tra le cose del povero fratello, nella scatola con gli scarpini e la maglia da calcio. Il poster della Lazio in alto a sinistra non c'era più; si notava il rettangolo chiaro dove era stato per quasi due anni. E in mezzo, sorridente, l'immagine di Zakaria.


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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #11 : Sabato 1 Settembre 2018, 22:25:38 »
E invece, dopo aver letto tutto fino in fondo, e riletta ancora una volta l'ultima parte, io voglio pensare che Zak non se ne sia andato proprio per niente.
Voglio pensare che abbia esultato insieme a noi al gol di Calori sotto la pioggia di Perugia, a quello di Salas la notte del Principato e sia impazzito al gol più gol di tutti i gol immaginabili, quello del 26 maggio.
Che dalla radio di Alto Gradimento sia passato alla tv di Quelli della Notte e Indietro tutta, e che domani sera stia sugli spalti dell' Olimpico a vedere insieme ad Olimpicus, da vivo e dal vivo, la sua Lazio contro il Frosinone.
L'ottimista pensa che con Lotito questa sia la migliore Lazio possibile. Il pessimista sa che è vero.

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #12 : Sabato 1 Settembre 2018, 22:30:47 »
Panzabianca ed Arch, due grandi laziali dalla penna magica.
Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla Lazio e non prestate fede a coloro che vi parlano dalle radio. Sono avvelenatori, lo  sappiano o no. Sono spregiatori della vita e loro stessi avvelenati, di cui la terra è stanca: vadano dove vogliono!.
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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #13 : Sabato 1 Settembre 2018, 23:26:52 »
Vabbè, ho deciso: con un po' di timore, voglio anch'io cimentarmi in questo stupendo topic.
I brani che seguono fanno parte di un lavoro che prima o poi terminerò, e che racconta la storia di Villa Scorciosa, un piccolo borgo in provincia di Chieti dove sono nato.
P.s. Giuseppe, il fante che guida i muli sull'altipiano di Asiago, è mio nonno.



Da Villa Scorciosa a Sciara-Sciatt

Nella Villa Scorciosa di inizio secolo la vita scorreva difficile per tutti, specialmente per le donne, che oltre alla miseria economica dovevano sopportare anche pesanti umiliazioni familiari. A volte il peso di queste umiliazioni diventava insostenibile e portava a conseguenze tragiche, come nel caso di Annina, madre di sei bambini, continuamente tradita dal marito e maltrattata dai parenti di lui. Accecata dalla disperazione, Annina decise un giorno di farla finita: condotti i figli presso la terra di Iorio, ne scaraventò cinque dentro un pozzo, e abbracciata al sesto figlio si buttò anche lei. Fu una “strage degli innocenti” paragonabile alla tragedia greca di Medea , e quel doloroso episodio è ancora oggi è ricordato con grande pietà dagli anziani.
La miseria nelle campagne rischiava di causare nuove ribellioni, e perciò nei circoli politici cominciò a farsi strada la convinzione che solo una conquista coloniale potesse allievare la fame di terra nei contadini . Fu così che il primo ministro Giolitti decise l’occupazione della Libia, provincia dell’Impero turco che veniva descritta dalla propaganda come terra fertilissima, “una meraviglia di verde e di colli”, la cui popolazione ci avrebbe accolti come liberatori. Però -quando nell’ottobre 1911 cominciò l’invasione- la realtà si dimostrò molto diversa, perché le nostre truppe furono accolte non con i fiori del benvenuto, ma dalle fucilate della popolazione. E destino volle che il primo militare italiano a cadere in terra libica fosse proprio un soldato di Fossacesia, Mario Bianco, colpito mentre andava eroicamente all’assalto di una postazione nemica.
Tra i soldati che sbarcarono a Tripoli vi era anche un giovane scorciosano, Pasquale Piucci, il quale si rese subito conto che la Libia non era quel ‘paradiso terrestre’ descritto dalla propaganda, ma solo un enorme “scatolone di sabbia” improduttivo e bruciato dal sole. Lo sconforto Pasquale si trasformò in terrore quando a Sciara-Sciatt, un’oasi nei pressi di Tripoli, i guerriglieri libici attaccarono il presidio italiano provocando un vero massacro: più di cento bersaglieri caddero subito in combattimento, altri trecento vennero catturati e “crocifissi, impalati, squartati, decapitati, accecati, evirati” ; “molti sono inchiodati alle piante di datteri come Gesù Cristo. A molti gli hanno cucito gli occhi con lo spago, molti sono stati messi sotto terra fino al collo, si vede solo la testa” .
Lo shock di Sciara-Scatt fu tremendo, e portò ad una feroce rappresaglia italiana: nei giorni successivi 4.000 libici –donne, ragazzi, anziani- furono impiccati, fucilati o soffocati dai gas asfissianti, mentre altre migliaia furono deportati nei campi di concentramento. Gli italiani, che erano sbarcati al canto di “Tripoli bel suol d’amore”, si ritrovarono invece circondati dall’odio della popolazione libica.
La guerra di Pasquale Piucci e degli altri bersaglieri italiani terminò un anno dopo, quando il Sultano -indebolito da alcune rivolte scoppiate all’interno dell’Impero Ottomano- firmò l’armistizio e fu costretto a riconoscere la sovranità italiana sulla Libia .
L’avventura libica, in fondo, era stata solo una ‘piccola guerra’, ma era il preludio una guerra più grande e terribile. Il tempo dell’ottimismo era finito: per i nostri contadini si avvicinava un’epoca di lutti e sofferenze.


La grande guerra

Terminato il conflitto libico, iniziò il tempo dei bilanci: la guerra libica era costata “solo” 3.400 morti, ma nella fornace africana avevamo bruciato anche 512 milioni di lire, una cifra che in quel tempo appariva spropositata. Ancora più pesante era il bilancio politico, perchè l’avventura libica aveva introdotto nella società italiana il virus dell’odio contro il “nemico”. Gli intellettuali facevano a gara nel descrivere la popolazione indigena come una razza inferiore che doveva essere “distrutta e sostituita con buon sangue italiano” , e a dare il peggio di sé fu anche Gabriele D’Annunzio, che nel suo delirio razzista paragonò i libici a cani da sopprimere senza nessuna pietà. Questo clima di odio contagiava tutta l’Europa, dilaniata dalle rivalità tra Germania, Austria e Russia per il dominio nei Balcani. E così, quando il 28 giugno 1914 l’Arciduca d’Austria fu ucciso a Sarajevo in un attentato, le tensioni accumulate si traformarono in conflitto armato.
La pallottola sparata a Sarajevo era il segnale d’inizio della Prima Guerra mondiale.
Nei primi mesi di conflitto, l’Italia decise di restare neutrale. Il primo ministro Giolitti riteneva il nostro paese impreparato ad affrontare una guerra che –a differenza di quella libica- si prevedeva lunga e difficile. I dubbi di Giolitti trovarono conferma nel gennaio del 1915, quando –dopo il terribile terremoto che devastò la Marsica causando 30.000 morti- l’apparato militare mostrò tutta la sua inefficienza durante le operazioni di soccorso. Pochi dubbi avevano invece i nazionalisti, che vedevano nella guerra lo strumento per forgiare un paese nuovo, potente e capace di riprendersi con le armi le città ‘sacre’ di Trento e Trieste. I nazionalisti erano segretamente finanziati dagli industriali, e il loro delirio bellicista ebbe per megafono ancora una volta Gabriele D’Annunzio, il quale incitava le folle ad aggredire i pacifisti “col bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno” . Erano i primi segnali di una violenza squadrista che dopo la guerra avrebbe portato al crollo della fragile democrazia italiana.
Manifestazioni interventiste squotevano intanto anche le città abruzzesi: a Lanciano, Chieti e Ortona, studenti e piccola borghesia scesero nelle piazze al grido di “Viva la guerra, viva Trento e Trieste”, ma questa propaganda bellica non riusciva a penetrare nelle campagne: a Villa Scorciosa –come negli altri villaggi abruzzesi- i contadini desideravano solo continuare il lavoro nei campi, per nulla convinti dall’idea di dover morire per la conquista di luoghi sconosciuti come Trento e Trieste . Il pacifismo degli abruzzesi emergeva pure dalle relazioni dalle autorità locali: il Prefetto di Chieti comunicò a Roma che tra la popolazione della sua provincia “non si vede alcuna ragione di entusiasmarsi all’idea di una guerra” e che “la mancanza di braccia per lavorare la terra impressiona la classe degli agricoltori”.
Nonostante il sentimento pacifista fosse maggioritario, alla fine il Re cedette alla pressione di industriali ed interventisti, e il 24 maggio 1915 dichiarò guerra all’Austria. Con una decisione che feriva la dignità del Parlamento e che a molti sembrò un vero colpo di Stato, anche l’Italia veniva così trascinata nel meccanismo infernale della Grande Guerra .


I topi di trincea e i muli di Giuseppe

Per gli scorciosani il segnale d’inizio del conflitto fu dato -all’alba del 23 luglio- dai colpi di cannone delle navi austriache che bombardarono la linea ferroviaria tra Fossacesia e S. Vito. Dopo questo “battesimo” di guerra, a Villa Scorciosa seguirono giorni di passione: le madri, raccolte in chiesa, affidavano alla Madonna la vita dei propri figli, mentre molti invidiavano chi era riuscito a “fregare” la guerra emigrando all’estero. Intanto i primi scorciosani partivano per il fronte e –come tutti gli abruzzesi- nel proprio zaino portavano un grefe riempito di terra paesana, il talismano magico che li avrebbe protetti nell’inferno della battaglia.
Gran parte dei soldati mandati in prima linea erano contadini, abituati ad ubbidire senza lamentarsi e perciò più adatti alla guerra di trincea rispetto agli operai, politicizzati e quindi meno inclini alla cieca ubbidienza . Per tutti, l’impatto con il fronte fu traumatico: scarseggiavano elmetti e fucili, mancavano pure i cappotti, perché tra le autorità militari c’era la convinzione che tutto sarebbe terminato prima dell’autunno: “Sarete a casa per la vendemmia!” veniva detto ai soldati per rassicurarli. E invece i nostri contadini si ritrovarono coinvolti in una guerra lunga e terribile, che fu contemporaneamente iper-tecnologica e primitiva. Fu tecnologica per l’uso di cannoni, mitragliatrici e soprattutto di aerei da combattimento ideati dal geniale ingegnere abruzzese Ottorino Pomilio . In qualche modo erano “tecnologici” pure soldati come Mingo di Burzelle, uno dei primi scorciosani muniti di patente e che perciò fu messo alla guida di un camion militare Ansaldo. Ma quella guerra fu anche primitiva, con soldati rintanati nelle trincee come cavernicoli, forniti di mazze ferrate per i combattimenti corpo a corpo e di muli come mezzi di trasporto.
Giuseppe Di Piero i muli li conosceva bene: tante volte nella masseria scorciosana li aveva caricati di ortaggi, olive, grano, e insieme erano tornati in paese percorrendo sentieri immersi nel verde. Ma ora, sull’altipiano di Asiago, era tutto diverso, perchè il mulo guidato da Giuseppe trasportava munizioni per i soldati delle trincee, risalendo mulattiere disseminate di morti e bersagliate dall’assordante artiglieria austriaca. Quando Giuseppe col suo mulo raggiunse le trincee, davanti ai suoi occhi apparve una visione apocalittica: dentro cunicoli privi di servizi igienici migliaia di uomini vivevano ammassati come topi, condividendo coi topi veri gli spazi per dormire e per mangiare. Il cibo era di qualità scadente: riso stracotto o pasta condita con il terribile sugo “Torregiani”, un intruglio in lattina che i soldati mangiavano con crescente disgusto. In queste trincee l’unico conforto spirituale veniva dal cappellano militare, il cui compito principale era quello di insegnare la rassegnazione ai soldati e di moderare il loro linguaggio, infarcito di bestemmie contro il Re che aveva voluto la guerra e contro i santi che non l’avevano impedita.


Un cognac prima di morire

Dentro l’inferno delle trincee, il sogno di ogni soldato scorciosano era quello di ottenere una licenza agricola per rivedere i propri cari e mietere il grano della masseria. Ed invece bisognava sottostare agli ordini di un generale megalomane come Luigi Cadorna, la cui filosofia militare era basata sui continui attacchi frontali e sulla retorica dell’eroismo patriottico (“Le pallottole si fermano coi petti!”, “Rompere i reticolati coi denti!”) . L’applicazione di questa folle strategia era affidata ad ufficiali spesso incompetenti, i figli ‘stupidi’ delle famiglie borghesi (quelli più intelligenti erano tenuti a casa per amministrare i patrimoni familiari). Questi ufficiali trattavano i fanti-contadini come carne da macello, mandandoli a morire inutilmente per la conquista di qualche metro di terreno. Ma proprio in frangenti così drammatici, avvenivano talvolta miracoli di solidarietà: durante festività come il Natale, ad esempio, soldati italiani ed austriaci uscivano dalle trincee e fraternizzavano tra di loro scambiandosi pane e sigarette. E così questi contadini, divisi dalla guerra ma accomunati da uno stesso destino di sofferenza, almeno per una sera tornavano a riconoscersi come persone umane. 
Ma dopo questi rari momenti di tregua, ricominciava il massacro. Sapendo di andare incontro a probabile morte, prima di ogni assalto i soldati si stordivano con parecchio cognac e poi si lanciavano contro le mitragliatrici austriache. Se qualcuno indietreggiava per evitare le pallottole nemiche, diventava bersaglio delle pallottole “amiche” dei carabinieri appostati alle spalle, pronti a sparare contro chiunque rifiutasse di immolarsi per la “patria” . A questi assalti partecipava anche Nicola Di Stefano -partito da Villa Scorciosa per il fronte qualche giorno dopo essersi sposato- il quale però non potè più rivedere la moglie perché ucciso da una fucilata austriaca . Pur di sottrarsi a questo inferno, molti preferivano auto-mutilarsi, procurarsi ascessi con iniezioni di urina e petrolio, oppure infettarsi gli occhi con impacchi di sterco. Qualcuno arrivò a disertare, e tra questi anche Antonio Milantoni che, tornato a Villa Scorciosa per una licenza, decise di nascondersi in paese, rintanandosi in una botte interrata. Reparti di carabinieri cominciarono a cercarlo ovunque fino a che venne scovato e rinchiuso in un carcere militare, dove qualche tempo dopo morì.
Ma ormai la catena disciplinare si era allentata, e nel corso del 1917 le diserzioni si moltiplicarono. Al logoramento fisico e morale dei soldati si aggiunse la disorganizzazione dei comandi militari, che nell’ottobre 1917 portò allo sfaldamento delle difese italiane presso la località di Caporetto. Il disastro di Caporetto costò 12.000 morti, 30.000 feriti e quasi 650.000 tra soldati sbandati o fatti prigionieri.
La sorte di questi prigionieri fu particolarmente crudele: considerati ‘traditori’ dalle autorità militari italiane, furono abbandonati dallo Stato che non fornì loro nessun aiuto alimentare, e così migliaia di essi –tra cui il giovane scorciosano Eugenio Baccile- morirono di fame nei campi di internamento austriaci .
Il principale responsabile della disfatta, Luigi Cadorna, ebbe pure la faccia tosta di attribuire la sconfitta alla “viltà” delle truppe, ma in realtà Caporetto era il frutto di una guerra preparata male e imposta da minoranze violente su una popolazione in maggioranza pacifista. Ed ora questa popolazione si ribellava: in molti comuni abruzzesi centinaia di donne disperate scesero nelle piazze per protestare contro la guerra e contro l’aumento del prezzo di pane e pasta . Di fronte a tali proteste, le autorità accentuarono la repressione, mentre ogni minimo riferimento all’andamento della guerra veniva bollato come manifestazione “anti-patriottica”. A fare le spese di questo clima paranoico furono anche alcuni suonatori ambulanti, che vennero arrestati a Lanciano mentre diffondevano testi di canzoni considerate “disfattiste” come “Il Canto delle classi 99-1900” e ‘Le mugliere de li richiamate‘, canzoni che - secondo i funzionari di Polizia- deprimevano lo spirito dei soldati .
La situazione rischiava di degenerare, e allora le autorità decisero di cambiare rotta: il generale Cadorna fu sostituito da Armando Diaz, un napoletano dotato di buon senso il quale allentò la feroce disciplina militare e migliorò il vitto dei soldati. Per risollevare il morale delle truppe si arrivò pure a promettere –in caso di vittoria- l’assegnazione di terra a tutti i combattenti. Così, raccogliendo le sue ultime forze, l’esercito italiano riuscì a fermare gli austriaci sul Piave, mentre in tutta Europa le truppe austro-tedesche venivano sbaragliate dai nostri alleati. E infine, la mattina del 4 novembre 1918, a Villa Scorciosa le campane suonarono a stormo per annunciare la firma dell’armistizio.
La guerra era finita ma ora, di nuovo, cominciava il tempo dei bilanci.


Io vi scongiuro, fratelli miei, restate fedeli alla Lazio e non prestate fede a coloro che vi parlano dalle radio. Sono avvelenatori, lo  sappiano o no. Sono spregiatori della vita e loro stessi avvelenati, di cui la terra è stanca: vadano dove vogliono!.
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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #14 : Domenica 2 Settembre 2018, 09:30:47 »
La cosiddetta Grande Guerra é stata la più stupida operazione suicida che si possa immaginare: seicentomila morti per ottenere meno di quanto ci avevano offerto gratis. Roba da Darwin Awards.
L'ottimista pensa che con Lotito questa sia la migliore Lazio possibile. Il pessimista sa che è vero.

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #15 : Domenica 2 Settembre 2018, 09:36:13 »
Anche Leomeddix scende in campo. La sua prosa è di altissimo livello e i contenuti toccano l'anima.

N.B. il racconto da me inserito è opera di Olimpicus , vale a dire di un'entità chiamata LazioWiki.

Frusta, il fronte di guerra era lungo 600 km. Un morto ogni metro. Tutte le guerre sono stupide ma quella di più.

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #16 : Domenica 2 Settembre 2018, 11:12:07 »
Senza quella guerra non avremmo avuto la miseria che ne seguì, non avremmo avuto il fascismo e nemmeno la guerra successiva.
Probabilmente, caro Arch, né io né te, figli del dopoguerra, saremmo mai nati;  :D ma, per dirla alla Eduardo, chi ti dice che sarebbe stata una disgrazia?
L'ottimista pensa che con Lotito questa sia la migliore Lazio possibile. Il pessimista sa che è vero.

Offline Panzabianca

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #17 : Lunedì 3 Settembre 2018, 09:27:17 »
Carissimi Arch e Leomeddix, prima lettura fatta. Ora però me li copio e incollo in word e me li rileggo a casa. Belli, veramente belli. Complimenti.
Grazie, anche a Holly e Frusta per la loro commossa e intensa partecipazione. 

Anche a chi delle nuove generazioni - con l'aiuto di qualche buon maestro - tentasse di avvicinarsi all'argomento "Grande Guerra" credo che l'acre odore delle cataste dei cadaveri di giovani morti non farebbe sconti. Giovani nel fiore, almeno due generazioni di giovani letteralmente strappati al loro futuro.

P.s. Felice di aver creato questo "spazio di fuga", devo dire, sin dal primo momento con la speranza di leggere il meglio di noi, aggiungo, a dispetto di altre parti del forum ormai insostenibili.
Virus

Monta la grana dello scontento
Uno che gode la vita a metà
nota dolente ululata al vento
che poi la Lazio è una scusa, si sa.

Offline Arch

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #18 : Lunedì 3 Settembre 2018, 11:22:54 »
Grazie a te, Panzabianca, per aver creato quest'angolo di pace e di "ricreazione" dell'anima. Io non riesco quasi più a scrivere nella sezione Lazio. Troppe polemiche, troppo astio, troppe offese. C'è chi non riesce a scrivere un post senza insultare l'interlocutore o un giocatore. Mi piacerebbe, almeno, che costoro avessero il coraggio di offendere "in praesentia" e non battendo i polpastrelli sulla tastiera. Andassero davanti a Inzaghi, Tare, Wallace ecc. e gli dicessero: pippa, rincoglionito, incapace, rubastipendio.. Rare le critiche motivate sia pure accese, le proposte costruttive. Solo insulti e violenza verbale. Sono 5-6 ma tipologicamente identici, l'uno replica dell'altro.

Vorrei invitare qualcuno qui sopra, di cui non faccio il nome e nemmeno il nick, ma che vive tra la Brianza, Roma, la Ciociaria e le Canarie, a pubblicare le bellissime cose che scrive, senza remore e al più presto, corredandole dei suoi splendidi disegni. Sarebbe un arricchimento per la sezione "SEBASTIANO FANTE ITALIANO".
Orsù, si decida costui!!

Offline Frusta

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Re:SEBASTIANO FANTE ITALIANO
« Risposta #19 : Martedì 4 Settembre 2018, 10:45:26 »
Arch, hai un pvt. Anzi due dato che quello di un paio di mesi fa non ha avuto riscontro alcuno.
E' che tu (ancora) lavori troppo, ecco che è; se ti dedicassi un pochino alla sana nullafacenza cui ho dedicato anima e corpo, avoja a scrive!  :D

Nota per i passanti: l' amico Arch probabimente si riferiva al mio libro mai pubblicato ed in parte andato smarrito nella memoria di chissà quale vecchio pc e pretenziosamente intitolato La matematica e le origini del Tango.
Ogni capitolo era rigorosamente ispirato alle vicende, se non proprio vere approssimativamente verosimili, della mia musa di turno.
Se non mi menate troppo vi metto qui quelle dalla discendente diretta di una ebrea sefardita e di due altre liaison (la s finale non ce la metto perché la mia religione non mi permette di declinare le parole straniere) asturiane del tempo che fu.
I personaggi sono storici, l'origine del tango storicissima e la matematica è quella che è e non si discute.
Ad Arch avevo promesso che gli avrei mandato qualcosa in pvt ieri sera ma mi sono addormentato davanti alla tv, e stamattina non ho tempo de cerca' perché necesse este che io scenda in ispiaggia che me se sta a fa' tardi, ma entro stasera cerco, trovo e pubblico.
Sicuro eh!  8)

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