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Autore Topic: Uno, nessuno, centomila  (Letto 277 volte)

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Offline Karmilla

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Uno, nessuno, centomila
« : Lunedì 7 Gennaio 2019, 21:59:44 »
Uno

Mi sono iscritta a Biancocelesti.org esattamente un anno fa, dopo qualche giorno passato a leggere topic qua e là per vedere se era cosa fattibile (che vi devo dire, ho un carattere complicato). A farmi gettare il cuore oltre l’ostacolo – ve lo dico così, nel caso, sapete a chi dare la colpa – sono stati due elementi, uno serio e uno faceto. Il primo è stato il topic su – come posso chiamarla? – la questione degli adesivi dopo Lazio Cagliari dell’anno scorso. L’equilibrio nei giudizi, le considerazioni intelligenti su un argomento così delicato e scivoloso, dove è facile essere assolutori o al contrario farsi prendere dal tafazzismo retorico, mi avevano piacevolmente colpita. Ricordo in particolare un post di Zapruder letto annuendo in loop, con la conseguenza che alla fine la testa mi faceva su e giù come quelle bamboline che vanno tanto tra i nerd. Per quanto invece riguarda il faceto, be’, devo confessare di essere scoppiata a ridere in luogo pubblico più di una volta leggendo “Cappuccino, cornetto e Marione” – peraltro senza sapere, all’epoca, chi fosse Marione.
Quindi ecco: se da un anno sto qui a cianciare, potete dare la colpa a Corsi e Piscitelli, o in alternativa il merito a Frigo e Zapruder, e fermarvi qui. Se invece volete sapere come mai un anno fa scandagliavo l’internet per trovare un forum della Lazio, e se avete parecchio tempo libero per farlo, quello che segue è un piccolo racconto sul come e perché mi trovo qui.
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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #1 : Lunedì 7 Gennaio 2019, 22:01:37 »
Nessuno

Parte prima

Dovendo raccontare, mi pare giusto partire dall’inizio, e cioè da come sono diventata Laziale.
L’unica risposta onesta è: per caso, o forse, per destino.

Vengo da una famiglia che, calcisticamente parlando, è un’anomalia calcistica. Nessuno segue questo sport. Non mio padre, che si proclama juventino ma che dubito sappia dirmi tre giocatori di quella squadra. Non mi madre, che dice di essere interista, ma non le importa niente. Non mio nonno materno, che non dice nulla se non “nei campi di calcio dovrebbero piantare patate”, e nemmeno segue la Nazionale. E neanche mio fratello, che a calcio ci ha pure giocato, ma che non lo ha mai seguito. Solo mio cugino (14 anni) è diventato un appassionato, e adesso con lui riesco a fare qualche conversazione sul pallone – ma con dei limiti, perché è gobbo, poverino. Ma quando crescevo io, era il deserto dei tartari.

Come ho fatto a diventare tifosa, in questo deserto dei tartari, e ancora più tifosa della Lazio, che a Perugia non è certo nazional-popolare? Be’, se non è stata la famiglia, non resta che l’altro polo di attrazione nella vita di un bambino: la scuola. Più precisamente, i compagni. Più precisamente ancora, Matteo M., capelli a scodella e faccia da schiaffi, per il quale provavo sin dalla scuola materna un’insofferenza pesante.

Non ricordo ora esattamente come e perché, ma in terza elementare cominciammo a parlare di calcio. O meglio: i miei compagni iniziarono a parlarne, ed io li ascoltavo con enorme curiosità, perché di quel mondo non sapevo niente. Avevo, all’epoca, un'unica memoria legata al calcio: mia madre che, in una sera d’estate, mi mostra la strada che corre accanto a casa nostra, desolatamente deserta, e mi dice “Vedi che non c’è nessuno? Sono tutti a casa a vedere l’Italia che gioca la finale del Mondiale”. Qui iniziavano e finivano le mie  informazioni. Eppure sentir parlare i miei compagni mi emozionava. Era il campionato 1997-98: la Juve era Campione d’Italia, il Milan lo allenava Capello, e l’Inter aveva appena acquistato Ronaldo. Quell’altro.

Di altre squadre non si parlava. Neanche del Perugia, che all’epoca era in B. Solo Milan, Juventus e Inter: soprattutto quest’ultima, perché i miei compagni interisti, esaltati dalle giocate del fenomeno, tenevano banco e non facevano che ripetere che quello era il loro anno. Soprattutto uno, Matteo M., quello dei capelli a scodella. E a forza di sentirgli ripetere quanto era forte l’Inter, quanto era imbattibile l’Inter, quanto era questo e quell’altro l’Inter, quella squadra mi diventò antipatica. Talmente tanto che annunciai a lui e alla classe intera che avrei tifato per la prima squadra che l’Inter non fosse riuscita a battere.

***

Ad oltre 20 anni di distanza mi è impossibile ricordare il giorno fatale, anche tenendo sotto gli occhi il calendario di quella stagione. È stato il 5 ottobre del ’97, il pareggio per 1 a 1, la prima “non vittoria” dell’Inter alla quinta di campionato? O la roboante vittoria del ritorno, il 3 a 0 del 22 febbraio del ’98? Per anni ho creduto nella seconda opzione, e d’altra parte avrebbe più senso. Ma la data cozza con la mia convinzione: a Natale del 1997 ero già laziale. E anche se avevo scelto per caso, e – diciamo così – “per opposizione”, ci ho messo poco a trasformare quella passione in qualcosa di totalizzante. Tant’è che, 21 Natali dopo, sono ancora qui.

[continua]
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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #2 : Lunedì 7 Gennaio 2019, 22:46:30 »

Parte seconda

Quando dico ad un altro laziale che ho iniziato a tifare nel 97-98, credo che tutti pensino la stessa cosa, anche se non la dicono: “Figlia di Cragnotti”. E siccome non ho sempre voglia, o tempo, di spiegare tutta la storia di cui sopra, va a finire che sorrido e accetto lo scetticismo, senza lamentarmi. D’altra parte, l’evidentissima realtà dei fatti la vedo anche io: che sia stato per caso o per calcolo, ho avuto un gran culo. E non solo perché ho scelto la Lazio (anche se non smetterò di esserne grata al Dio del Calcio): ma perché quella che ho visto io in 20 anni è la migliore Lazio che ci sia mai stata.
Quei primi anni soprattutto, quel triennio magico in cui ogni anno piovevano coppe e io potevo andare a scuola scintillante di felicità, senza avere fatto niente per meritarmela: capisco che agli occhi di chi ha vissuto gli anni ’80, dovevo sembrare una specie di novellina venuta ad assaporare il Paradiso senza sapere che è esistito il Purgatorio, e senza neanche poter vantare un qualche diritto ereditario sui successi della Lazio. Insomma, una paracula, che rivendica come propria l’altrui redenzione. Che ne sapevo, che ne so io di cosa è veramente la Lazio?

E in effetti, all’inizio non lo sapevo. Chiariamoci: venendo da una famiglia come la mia, sapevo poco di calcio in generale. (Tant’è che – ve lo racconto così magari vi fate due risate – sono stata convinta per un certo periodo di tempo che le retrocessioni e le promozioni avvenissero con cadenza settimanale: nella mia testolina anarchica di bambina, credevo che alla fine di ogni domenica l’ultima della Serie A disputasse la giornata seguente in Serie B, e viceversa. Non dite nulla, lo so cosa state pensando. L’ignoranza è una brutta bestia.)

Ad attrarmi erano stati, d’altra parte, l’aspetto emozionale, il tifo e non il gioco. Per capire ed apprezzare quest’ultimo – nonché per imparare le regole base – ci misi qualche mese. Non aiutava il fatto che a casa mia non ci fossero né D+ né Stream (gli antenati di Sky, che non c’è manco lui perché ci teniamo alle tradizioni). Per almeno 15 anni, fino all’avvento di San Streaming, patrono del tifoso squattrinato, per me il calcio giocato erano i goal su “90° minuto”, l’occasionale big match a casa dei miei zii, e le Coppe (ricordo come se fosse ieri le partite di Champions che vedevo da sola in camera di mia madre, all’epoca le trasmetteva Mediaset). Lo stadio? Mi viene da ridere: i miei non ci hanno mai pensato, neanche quando il Perugia è tornato in Serie A e la Lazio si è giocata al Curi non uno ma due scudetti (anche se entrambi per, diciamo così, interposta persona). Il 14 maggio 2000 lo Scudetto lo vidi su “Quelli che il calcio”, in una stanza buia perché mia madre aveva sprangato la finestra a causa del fatal diluvio che, a due chilometri massimo da casa mia, si era abbattuto sulla Juventus.

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #3 : Lunedì 7 Gennaio 2019, 22:49:22 »
Parte terza

Mi capitava, ovviamente, di chiedere ai compagni quello che non sapevo e che non avrei imparato a casa. E con i compagni discutevamo a lungo il lunedì, e in generale il giorno dopo le partite (oddio: discutere è un parolone. Insultavamo quelli la cui squadra aveva perso, se devo essere onesta, e sparavamo cazzate). In quelle discussioni, io ero due volte in minoranza: unica bambina e – cosa più difficile, più dolorosa – unica laziale.

Invidiavo i miei compagni strisciati (quello era il 95% di loro). E non per i risultati, anche se certo la Champions League non mi fa schifo. Li invidiavo per la sicurezza che avevano, per quel loro credersi figli di un Dio del calcio maggiore anche quando la loro squadra faceva schifo (per dire, dal 97 al 2007 l’Inter ha vinto meno della Lazio). Li invidiavo per il fatto che le loro squadre avevano lunghi servizi dedicati sulla Gazzetta, e se uscivano collezioni di gadget nelle edicole erano sempre i loro e mai i miei; ma soprattutto li invidiavo perché erano tanti, e potevano fare gruppo, mentre io ero sola.

Già. Per la quasi totalità della mia vita da tifosa, io sono stata sola. E se magari qualcuno mi invidia, logorato dalle discussioni sterili con altri laziali, che ci ripensi: non è stato divertente. Persino quando le cose andavano al meglio, a me mancava la possibilità di condividerle con qualcuno che (mi illudevo allora) capisse ciò che provavo. Quando incontravo un laziale mi sembrava di trovare l’acqua nel deserto: ma succedeva forse una volta l’anno, e poi il 90% dei Laziali incontrati a Perugia erano figli di Cragnotti che non si sono mai ripresi alla fine dell’età dell’oro.

Quindi, non avendo Laziali intorno, i riti della Lazialità me li sono dovuti ricostruire o inventare da sola, a volte prendendo sonore cantonate. Esempio: l’inno della Lazio. Il testo lo conosco a memoria dal primo anno (me ne portò la fotocopia la mia maestra preferita, che pure era, udite udite, romanista); ma per due anni lo cantai inventando la melodia, perché quella vera non me l’aveva fatta sentire nessuno. Se non ricordo male, riuscii a rimediare solo nel periodo del centenario, quando “Lazialità” (che leggevo da capo a fondo dopo aver scandagliato le edicole per trovarlo) uscì con una cassetta in allegato. Fu lì che imparai anche “Come è bello esse’ laziali”, mentre per “So già du’ ore” ci sono voluti altri 15 anni, e youtube. (Già che siamo in tema, vi confesso che non so, e mi vergogno a chiedere, perché allo stadio al momento di cantare il ritornello ripetiamo due volte “tu sei la mejo e nun ce vonno sta” quando il testo che ho imparato prevede che la prima volta si dica “undici fiati tutti quanti a respirà”).


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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #4 : Lunedì 7 Gennaio 2019, 22:52:34 »
Ottimo.
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« Risposta #5 : Martedì 8 Gennaio 2019, 00:06:48 »
Centomila

Parte prima

Sapevo, ovviamente, che esisteva un altro mondo, un mondo in cui essere Laziali era normale: ne avevo colto il riflesso sulle pagine di “Lazialità”.
All’inizio, i miei sentimenti verso i Laziali di Roma e dintorni erano semplicissimi: invidia pura, bonaria ma scatenata. Loro potevano andare allo Stadio quando volevano! Mentre io dovevo rimandare i miei progetti al meraviglioso ed ipotetico Futuro in cui mi sarei trasferita a Roma ed abbonata alla Lazio. Non mi rendevo conto che i Laziali romani vivevano altre sfide, affrontavano altre difficoltà (non so se l’avete notato, ma il riferito all’ AS Corropoli, Campione di Luglio, è abbastanza assente in questo racconto). Vedevo solo che potevano stare vicini alla squadra, e stare vicini tra loro, e questa partecipazione la volevo condividere anche io.

Crescendo, altri sentimenti si sono mescolati a quello iniziale. Ho iniziato, per esempio, a sentire un forte complesso di inferiorità, che cresceva mano a mano che studiavo la storia Laziale. Quando seppi del Calcioscommesse, degli anni ’80 in B, iniziai a sentirmi vagamente in colpa. Verso la Lazio, perché avevo cominciato a tifarla senza capire la sua storia, pensando che fosse una strisciata senza strisce, quando era molto diversa e molto meglio; e verso i tifosi laziali, perché loro c’ertano stati sempre, ed io ero arrivata immeritatamente dopo.

E poi c’era il discorso della distanza, e di questa lazialità “mutilata” che avevo cercato di costruirmi… Tra gli altri bastava ed avanzava (che io sia Laziale è una delle cose che le persone ricordano meglio di me, anche a distanza di anni). Ma tra Laziali veri, che sin dall’infanzia conoscono a memoria aneddoti, e formazioni, e cori da stadio, di certo sarebbe emerso che io ero solo una pallida imitazione, un’amatrice che crede di poter cantare sul palco dell’opera. E questo mi spaventava. Non dico che la mia vita giri intorno al calcio perché in realtà non è vero, anzi, ho avuto anche dei grandi periodi di freddezza, soprattutto quando vivevo all’estero: ma essere Laziale è una parte della mia essenza, è la relazione più lunga che ho avuto nella vita, è uno dei cinque aggettivi che userei per descrivermi, e la paura di essere scoperta come “non abbastanza” Laziale da parte di chi (così credevo) lo era senza ombra né dubbio mi faceva stare male. (Ora sapete il motivo per cui tutt’oggi mi incazzo, qui sul forum e altrove, con chi vuole giudicare la Lazialità degli altri. Mi può piacere o non piacere il modo in cui uno esterna la sua Lazialità: ma nel rapporto intimo che lui o lei ha con la Lazio, non ho il diritto di mettere bocca).

Accanto a questo complesso di inferiorità, paradossalmente, ce n’era un altro che somigliava molto al complesso di superiorità. Mettiamola così: il mito del Laziale invariabilmente cattivo e fascista è molto vivo, e credo ci abbiamo fatto i conti tutti. Oggi scrollo le spalle, perché conosco abbastanza Laziali da sapere che – anche se c’è purtroppo anche quello – la maggior parte sono così diversi dal mito che di più non si potrebbe. Prima facevo un errore comune: credere, in fondo in fondo, nel luogo comune, dicendomi al contempo “No, ma io sono diversa, che vi credete”.
Cazzate, insomma.  Ma quando ci si relaziona con i miti, e non con la realtà, è facile dirne e pensarne in grande dose.

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« Risposta #6 : Martedì 8 Gennaio 2019, 00:08:51 »
Parte seconda

Il giorno in cui il mito è diventato realtà me lo ricordo come se fosse ieri, e spero me lo ricorderò tutta la vita perché se così non dovesse essere vorrebbe dire che ho preso l’Alzheimer. Era il 30 settembre del 2012, pioveva, e io uscivo dalla metro A, fermata Flaminio, per prendere il Tram 2 ed andare all’Olimpico per la prima volta (la Lazio all’epoca l’avevo già vista dal vivo, ma solo al Curi).

Ecco: quando emersi dalle scale e vidi quella che a me sembrò una folla di Laziali avviarsi al Tram, con i nostri colori e le nostre magliette, quando vidi – dopo una vita calcistica passata in solitudine – quanti erano a condividere la mia passione, mi commossi fino alle lacrime. Io non ho mai avuto, neppure nei periodi turbolenti dell’adolescenza, il desiderio di appartenere ad un gruppo, ad un partito, a una chiesa. Anzi. Sono sempre stata fieramente indipendente e gelosissima della mia unicità. Ma quel giorno ebbi la sensazione (e non esagero, non so descriverla diversamente) di essere finalmente arrivata a casa. Quando realizzai appieno che esisteva la gente come me, il “nessuno” che aveva caratterizzato la mia vita laziale divenne moltitudine. E anche se allo stadio non eravamo certo centomila (nel 2012 c’era ancora forte aria di contestazione, e la Curva Nord, dove mi accomodai per la prima e ultima volta, era molto più vuota di come la vedo ora), la sensazione fu comunque meravigliosa.


Dopodiché iniziò la partita, e mentre cercavo di seguire i cori che non conoscevo muovendo le labbra ed emettendo suoni inarticolati (la strategia che adottavo invariabilmente quando ancora andavo alla Messa di Mezzanotte a Natale e non volevo far capire ai vicini che ignoro completamente la liturgia) qualcuno in basso pensò bene di far partire un coro che suonava più o meno come “e tutti insieme vogliamo cantare romanista ebreo”. Io a momenti svenni, ed il mio entusiasmo lirico ne uscì sensibilmente raffreddato.


(Tant’è che, forse sbagliando, in Curva Nord non sono più voluta tornare, e nelle due occasioni successive pre-abbonamento in cui sono riuscita a tornare all’Olimpico me ne sono andata nei distinti. Di quell’occasione ricordo altri due cori: uno contro Lotito, con vari auguri affinché si ritrovasse a Prima Porta; e poi “Ragazzi di Buda”, che al di là della genesi politica trovai e trovo ancora affascinante. Lo dico per far presente che qui non si inventa niente.)

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #7 : Martedì 8 Gennaio 2019, 00:10:45 »
Parte terza

Ed eppure neanche dopo quella giornata campale, in cui scoprì la felicità che mi dava essere laziale in mezzo ai laziali (cori antisemiti a parte) mi venne in mente di cercare un forum. E dire che li bazzicavo felice sin dal 2004, preferendoli di gran lunga a Facebook – che pure, nel 2012 avevo ancora. Chissà perché. Credo sia stato quel senso di inferiorità di cui parlavo sopra, acuito in una qualche misura dall’incontro con i laziali veri, quelli che andavano allo stadio tutte le domeniche e non solo una volta nella vita. Ho quindi continuato per altri cinque anni abbondanti a fare la tifosa in solitudine, alternando grande passione e subitaneo distacco (non legato ai risultati quanto alle mie vicende personali: per dire, la magica stagione di Pioli non me la ricordo quasi per niente).

C’è voluta prima la Lazio scintillante della seconda metà del 2017, e poi quello stronzo infame di Jack O’Malley perché sentissi l’impellente necessità di condividere quello che pensavo con gente come me. La vita è troppo breve per non essere laziali, e troppo piena di eventi per non esserlo in compagnia. E quindi un anno fa, mi sono registrata qui.

Lo so che, dopo tutto l’inchiostro virtuale di cui sopra, questo passaggio è anticlimatico. Ma che vi devo dire: quella era storia del passato, e quindi più facilmente elaborabile e narrabile; mentre questa è storia in divenire, che spero continui per un bel pezzo (anche se immagino avrò i miei momenti di distacco in cui scriverò meno… però ecco, spero che Chemist e Ataru non mi bannino. Per i rebus blasfemi. Smetto di farli, giuro).

Nel frattempo, dopo un anno qui posso dire questo: essere finalmente in mezzo ai laziali, anche se solo virtualmente, è al contempo meglio e peggio di come immaginavo. Peggio perché ovviamente avevo in testa un mito di armonia suprema che non esiste, anzi, porco cane quanto siamo diversi e quanto discutiamo: ed a volte la radicale differenza di opinioni è pesante, a volte uno vorrebbe tornare nel silenzio e vivere la Lazio in pace. E poi mi sono resa conto che anche se la Lazio è una bellissima passione che ci unisce, ci sono e ci saranno sempre enormi differenze negli altri settori della vita, e quindi dire “la mia gente” è vero fino ad un certo punto. Lo è nel senso che siamo tutti Laziali ed è un legame che riconosco, ma da altri punti di vista ci sono persone lazialissime con cui non ho niente altro in comune. Ed ho imparato che va bene così (anche qui, cori antisemiti a parte: ma parlo del forum, e qui certe cose non succedono).

E meglio perché ho capito che anche se non esiste il mito del Laziale esistono tanti Laziali e per la gran parte sono persone interessantissime (e qui penso alla fantastica serie di ThomasDoll sul suo blog, che mi fa sempre venire il nodo in gola) e scrivono molto bene (per dire, mai avrei pensato di aspettare con ansia le pagelle). Ed ho capito, dopo anni di complessi perché non sapevo abbastanza, che esistono molti modi di essere Laziali, molte storie di Lazialità e che non c’è quella giusta e quella sbagliata, che è anche il motivo per cui ho voluto raccontare la mia. C’è chi arriva alla Lazio per destino familiare, ed è bellissimo, è tutto il concetto di “Di padre in figlio”. E c’è chi ci arriva per caso e ci rimane anche senza il supporto dell’ambiente, ed è bellissimo anche questo. L’importante è la consapevolezza che tutti, in un modo o nell’altro, siamo arrivati alla Lazio ed amiamo la Lazio. E poi ho avuto la possibilità di conoscere alcuni di voi ed interagire con altri e sono stati tutti begli incontri. Spero che ce ne siano altri.

Infine: nonostante sia stata all’estero per metà dello scorso campionato, questo forum mi ha aiutata a sentirmi vicina alla Lazio come raramente mi era successo. E credo che senza il forum non avrei mai gettato il cuore oltre l’ostacolo e realizzato uno dei progetti che covavo fin da bambina, quello di abbonarmi alla Lazio (quanto al trasferirmi a Roma, che vi devo dire… Perugia è tanto bellina, l’ho molto rivalutata in questi ultimi anni).
Quindi ecco: grazie, anche se discutiamo, anche se ho pigiato il tasto “ignoro” e suggerito di fare altrettanto. Al netto delle incazzature, mi piace moltissimo avere un circolo Laziale. E spero che questo sia solo il primo di molti, ricchi anni.

Sempre Forza Lazio,

Camilla
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« Risposta #8 : Martedì 8 Gennaio 2019, 00:14:21 »
Chapeau, non ti fermare!
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« Risposta #9 : Martedì 8 Gennaio 2019, 10:21:03 »
bellissimo. Complimenti.

Solo tre amichevoli, bonari appunti:

1 - occorrerebbe obliare per sempre gli anni 80. Per gli ineliminabili aedi della Lazialità (anche radio-televisiva) essi ci hanno forgiato e fatto diventare degli "irriducibili" tifosi. Per me, invece, son stati solo una gran rottura de cojoni e sofferenza, sofferenza e sofferenza misto-vergogna caduteci in testa come tante secchiate dé piscio. Mi scuso per la metafora forse impropria;

2 - qualche tempo fa, forse preso dalla collera con qualcuno qui sopra, scrissi che essere Laziale a Roma è diverso perché Roma è l'arena quotidiana nella quale hai a che fare con quegli altri spuri, incompiuti, imbroglioni e imbrogliati dal loro destino sempre miseramente uguale. E bè, no. Essere Laziali a Roma è godere della Lazio solo a metà. L'altra metà delle nostre risorse psico-fisico-emotive la si impiega nello "sperare" -per nostra fortuna, una speranza che si traduce quasi sempre in godimento senza pari - nelle loro sconfitte.

3 - ...quella del Laziale fascista. Mah. Io non sono mai stato né fascista né comunista. Già al liceo mi parevano modi alquanto anacronistici di vedere le cose. Ma, però, tuttavia, cazz, aspé... mi son spesso trovato a mitizzare la Lazio del '74 che forse più di ogni altra entità incarna il mito della Lazialità fascista. Tutto forse ha inizio da quella Lazio.

4 - Questi 49 anni (domani) mi stanno insegnando che la Lazialità non è mai "modalità" sortita da fortuita destinazione genealogica. La Lazio si sceglie. Fuor di retorica, non ci si ritrova Laziali, Laziali si diventa. Sarebbe un fardello troppo grande da portare.

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La parabola de'r lompo

Frasi da tifosone, dette cor core?
Si, tu sei come er lompo pe'r caviale
E si perdemo, poi tanto uno non more
E si, tu sei l'imitazione de'r Laziale

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #10 : Martedì 8 Gennaio 2019, 16:15:44 »
Chapeau, non ti fermare!

Ottimo.

Grazie!
In realtà Jim per ora è finita così... Le prossime puntate le scrivo per i prossimi anniversari.  ;D
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Offline Karmilla

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #11 : Martedì 8 Gennaio 2019, 16:32:54 »
bellissimo. Complimenti.

Solo tre amichevoli, bonari appunti:

1 - occorrerebbe obliare per sempre gli anni 80. Per gli ineliminabili aedi della Lazialità (anche radio-televisiva) essi ci hanno forgiato e fatto diventare degli "irriducibili" tifosi. Per me, invece, son stati solo una gran rottura de cojoni e sofferenza, sofferenza e sofferenza misto-vergogna caduteci in testa come tante secchiate dé piscio. Mi scuso per la metafora forse impropria;

Questione delicata, soprattutto per me che non c'ero. Da un lato hai centrato la questione: si rischia di mitizzarli oltre ragione (trovo significativo, e non sono l'unica, che nella mitologia laziale spesso gli anni '80 occupino un posto più alto di quelli cragnottiani). Dall'altro sono stati un periodo di resilienza laziale che merita di essere celebrato. Alla fin fine, io oscillo e cerco di non farmi condizionare né da un mito né dall'altro: sono stati importati, ma sono 10 anni su (quasi) 120, e ormai c'è una generazione intera di gente che non li ha vissuti, che non si è formata in quel periodo e che è giusto viva la sua Lazialità in modo differente da chi li ha passati. Ma ognuno faccia come vuole. Tifo e lascio tifare.  ;D


2 - qualche tempo fa, forse preso dalla collera con qualcuno qui sopra, scrissi che essere Laziale a Roma è diverso perché Roma è l'arena quotidiana nella quale hai a che fare con quegli altri spuri, incompiuti, imbroglioni e imbrogliati dal loro destino sempre miseramente uguale. E bè, no. Essere Laziali a Roma è godere della Lazio solo a metà. L'altra metà delle nostre risorse psico-fisico-emotive la si impiega nello "sperare" -per nostra fortuna, una speranza che si traduce quasi sempre in godimento senza pari - nelle loro sconfitte.

A Benedetto XVI (Scherzo Dissent  :P ) non piacerà, ma io credo davvero che su alcuni temi tutto è relativo, e questo è uno di quei temi. Detto in altre parole, il rapporto tra Lazialità e antiromanismo è necessariamente influenzato dal modo e dal luogo in cui un laziale cresce, e non esiste quindi giusto o sbagliato. Di certo per me l'antiromanismo ha rappresentato, crescendo, poco se non niente (anche perché, dal mio punto di vista, il romanista fuori Roma è completamente diverso da quello dentro il GRA. Sarà l'assenza delle radio, sarà la persenza costante di Juventini ed altri strisciati, ma ne devo ancora incontrare uno in "esilio" che si creda campione di luglio. Un caro amico marchigiano, romanista per caso, mi scrisse due minuti dopo la fine del derby del 26 maggio per dirmi che avevamo giocato meglio e ce lo eravamo meritati). E questo è un lato positivo, perché mi ha permesso di essere laziale e basta, senza dover utilizzare energie per l'antiromanismo (anzi, fino all'approdo in questo forum ero molto più antijuventina di quanto non fossi antiromanista).
Ma sarebbe lo stesso se fossi cresciuta a Roma? Non credo proprio, sono bastati pochissimi episodi per farmelo capire. L'antiromanismo diventa in quel caso una scelta difensiva, anzi, neanche una scelta, un obbligo di sopravvivenza. E anche se certo non è bello, anche se d'istinto mi sento a disagio quando qualcuno dice di essere più antiromanista che laziale, mi rendo conto che ci sono forti possibilità che io avrei detto e fatto, al suo posto, le stesse identiche cose.
La diaspora tanto dà e tanto prende. Questo è uno dei casi in cui dà, uno dei casi in cui è un vantaggio.


3 - ...quella del Laziale fascista. Mah. Io non sono mai stato né fascista né comunista. Già al liceo mi parevano modi alquanto anacronistici di vedere le cose. Ma, però, tuttavia, cazz, aspé... mi son spesso trovato a mitizzare la Lazio del '74 che forse più di ogni altra entità incarna il mito della Lazialità fascista. Tutto forse ha inizio da quella Lazio.

Non ti so dire come sia nata, quello che so è che è molto pervasivo come mito, forse è il mito più pervasivo del calcio nella categoria "politica e tifo". Solo l'Hellas ha una fama paragonabile, mentre altre tifoserie pure molto politicizzate non fanno tanta eco. A me è capitato innumerevoli volte che, sentendomi dire che sono laziale, l'interlocutore saltasse a conclusioni sulla mia affiliazione politica. E la cosa mi ha lasciato e mi lascia molto perplessa.


4 - Questi 49 anni (domani) mi stanno insegnando che la Lazialità non è mai "modalità" sortita da fortuita destinazione genealogica. La Lazio si sceglie. Fuor di retorica, non ci si ritrova Laziali, Laziali si diventa. Sarebbe un fardello troppo grande da portare.

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Mi piace questa idea: si diventa laziali e si continua a diventarlo anno dopo anno. Un po' come un matrimonio, si continua a crescere insieme e a fare nuove scoperte, tra alti e bassi (o almeno credo. Non sono sposta  :P ).

Grazie a te!
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Offline ThomasDoll

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #12 : Martedì 8 Gennaio 2019, 17:26:07 »
interessante! Me lo devo leggere
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Offline SAV

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #13 : Martedì 8 Gennaio 2019, 19:18:41 »
C’è voluta prima la Lazio scintillante della seconda metà del 2017, e poi quello stronzo infame di Jack O’Malley perché sentissi l’impellente necessità di condividere quello che pensavo con gente come me.

Anche io mi sono iscritto per la prima volta a un forum, Lazio.net, dopo un evento traumatico... molto più traumatico di quel lestofante di Giacomelli col Toro... dopo che fu venduto Nesta all'ultimo giorno di mercato il 31 agosto 2002...

Offline disabitato

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #14 : Martedì 8 Gennaio 2019, 22:28:21 »
Però vedi Karmilla, anche il tuo essere Laziale nasce da un sentimento anti. Nel tuo caso, anti compagno di classe stronzo.
Ecco, noi in mezzo agli stronzi ci viviamo fin dalla nascita.
Sono merde fin da bambini. Appena finisce l'età dell'innocenza, quindi alla preadolescenza, si trasformano in veri e propri pezzi di merda. Col tempo peggiorano.
Io godo quando inquadrano vecchi e bambini in lacrime dopo qualche sconfitta, perché chi piange è un vetusto stronzo ed un futuro stronzo.
Mai fidarsi di loro e mai dare loro i tuoi soldi.
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Offline lazio_alè

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Re:Uno, nessuno, centomila
« Risposta #15 : Giovedì 17 Gennaio 2019, 11:17:10 »
racconto molto bello, brava Karmila. 8)
" Se perdi la finale di Coppa in maggio puoi sempre aspettare il terzo turno in gennaio, e che male c'è in questo?
 Anzi è piuttosto confortante se ci pensi ... "

"Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale, la stabilità..."