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Autore Topic: Lazio: 18 anni di Lotito, 18 anni di contestazioni. La cronaca di un matrimonio che non funzionerà m  (Letto 28 volte)

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di Tommaso Fefè           
   
Era il 20 luglio del 2004 quando i destini di Claudio Lotito si intrecciarono ufficialmente con quella della Lazio. Da allora sono passati 18 anni, ma in pochi a Roma guardano a quella data con gratitudine. Tra il patron e la gente laziale infatti un vero e proprio feeling non è mai nato. Anzi, come in questi giorni, è il clima di astio ad aver accompagnato quasi per intero la più lunga presidenza della storia della prima squadra della Capitale

“Ho preso questa squadra al suo funerale e l'ho portata in condizione di coma irreversibile. Spero presto di renderlo reversibile”

Questa una delle sue prime dichiarazioni biancocelesti, rimasta celebre. La positiva aura di salvatore però lo ha presto abbandonato. A torto o a ragione, oggi non manca chi sostiene che sarebbe stato meglio fare la fine del Napoli o della Fiorentina, pur di non ritrovarsi nelle mani di questo imprenditore romano, sconosciuto ai più prima di salire alla ribalta proprio grazie alla Lazio.

I PRIMI ANNI, LE PRIME CONTESTAZIONI – Con il suo fare istrionico, il nuovo proprietario del club si presentò sin dai primi giorni come un amante delle sfide e un moralizzatore del calcio. Più volte lo ha ribadito, in diverse dichiarazioni pubbliche nelle quali spiegava il perché avesse voluto acquisire la Lazio. E tra le prime lotte che iniziò, ci fu proprio quella contro i tifosi di professione. Quando venne richiesto un suo intervento in Commissione Antimafia nel 2017 raccontò così il suo primo incontro con l'ex capo degli ultras della Curva Nord, Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, morto nel 2019.

“[...]dopo tre quattro giorni che sono entrato in società come presidente, la dirigenza dell’epoca mi disse che avrei dovuto incontrare i tifosi. Io onestamente, avendo tante attività che si interfacciano con le forze sindacali dei dipendenti, pensavo fosse il sindacato. La cosa che mi lasciò perplesso fu quando mi chiesero se volessi incontrarli a Formello o da qualche altra parte. Io scelsi di incontrarli per strada […]. Si sono presentati 3 soggetti, uno  m’ha detto «piacere, Diabolik» e io ho risposto «piacere, ispettore Ginco». Allora quello mi guarda e mi fa «ma come ispettore Ginco?». E io gli faccio «eh sì, te stai dalla parte dei ladri e io delle guardie»”.

Quando si dice partire col piede giusto. Era chiaro sin da subito quindi che tipo di piega avrebbero preso i rapporti con la frangia più calda del tifo. Il ridimensionamento della squadra fece il resto. Passare da Stam a Talamonti, da Fiore e Corradi ai gemelli Filippini e Roberto Muzzi significò la fine dei momenti di gloria, che i tifosi avevano assaporato negli anni precedenti. Il ritorno di Di Canio tenne accesa la fiammella della passione con un'iniezione di grinta, che però si ritorse contro lo stesso presidente, visto come andò a finire il rapporto. La delusione delle persone tuttavia non fu solo nel trauma di dover lottare per la salvezza dopo aver giocato la Champions fino a pochi mesi prima. Lo scontento montò man mano che non si vedeva nei fatti ciò che veniva raccontato a parole. A cominciare dal coinvolgimento della società nello scandalo Calciopoli.

“Claudio Lotito, guarda che hai fatto! Se andiamo in B, sei un uomo morto!”

Urlavano inferociti i tifosi nell'estate 2006, verso chi faceva il duro e puro contro di loro e intanto finiva invischiato in un simile scandalo. In ogni caso, lo stravolgimento dei valori che quel terremoto portò in Serie A, favorì alla fine la stessa Lazio che l'anno successivo riguadagnò l'accesso ai gironi di Champions League 2007-08. E lì esplose la prima, vera contestazione per la gestione della campagna acquisti. Se prima poteva reggere la scusa dei pochi soldi a disposizione e del risanamento delle casse societarie, le disattese aspettative per un mercato non all'altezza della competizione furono troppo grandi da sopportare. Artipoli, Vignaroli, Del Nero sono ancora oggi i più citati esempi dei tifosi per accusare Lotito di volere tenere la squadra ad un livello mediocre.

I TROFEI NON BASTANO – Nelle prime 5 stagioni alla guida della società, la disaffezione per una squadra che galleggiava senza infamia e senza lode a metà classifica (mentrela Roma lottava per lo scudetto con l'Inter, pur senza mai vincerlo, ndr), si traduceva in numeri deficitari allo stadio. Nel 2003-04, l'ultima stagione della reggenza di Ugo Longo, gli abbonati furono 41.539. Il primo anno dell'era Lotito erano già crollati a 28.731. Di lì in avanti, scesero costantemente: 18.958 nel 2005-06, 14.809 nel 2006-07, 14.493 nel 2007-08. Poi nel 2009 arrivò il primo trofeo, la Coppa Italia, dopo che in estate era sbarcato a Roma Mauro Zarate. Il primo “grande acquisto” dell’epoca. Anche quello un boomerang per la presidenza, considerando le acredini e gli strascichi legali negli anni seguenti. Quella stagione sembrava il preludio ad un salto di qualità per tornare ad affacciarsi dalle parti più nobili della classifica. La Supercoppa contro l'Inter di Mourinho - secondo trofeo in pochi mesi - fu un'ulteriore dose di fiducia. Il resto della stagione 2009-10 fu invece un disastro, che riaccese le mai del tutto sopite contestazioni.

Per tutto il decennio si è assistito ad un andamento altalenante sul campo e fuori. L'arrivo di Klose e poi di Milinkovic e di Immobile, il trionfo storico del 26 maggio contro gli odiati cugini giallorossi. A ciò fanno da contraltare campagne acquisti di basso profilo, grottesche trattative saltate per colpa di fax inceppati, estenuanti tira e molla con i procuratori e intermediari, che non hanno portano a nulla e lasciato la rosa più volte incompleta. E poi rapporti quasi inesistenti con vecchie glorie del passato biancoceleste, cui la gente sarebbe invece molto legata. Comunicazione pubblica sempre più ridotta all'osso. Una presenza sui media e sui social quasi nulla. Per questi motivi e altri ancora, tutti legati al poco affetto e alla scarsa empatia dimostrati verso l'ambiente, Lotito è stato oggetto in questi anni di proteste come Libera la Lazio, innumerevoli sit-in fuori Formello, fino ad arrivare a domenica prossima, con lo stadio vuoto contro il Milan per i prezzi dei biglietti troppo alti in questa stagione. A queste manifestazioni si aggiungono poi anche le assolutamente deprecabili minacce che il patron stesso asserisce di aver ricevuto. Atteggiamenti intimidatori da condannare, sicuramente, perché poco c'entrano con lo sport e le invece legittime manifestazioni di dissenso. Ma che sono anche segnale di un rapporto esacerbato da polemiche infinite. Non sono bastati 6 titoli in 18 anni per far sbocciare l'amore. Non è bastato qualche exploit nei risultati e qualche buon giocatore per cancellare i tanti flop. Non sono bastate iniziative - per lo più estemporanee – per cercare di invogliare le persone a venire allo stadio. Quello tra Lotito e il popolo laziale è un matrimonio che non potrà mai funzionare. Il divorzio lo sperano in molti, ma è uno scenario che non sembra prospettarsi all'orizzonte. E questo, se possibile, alimenta ancora di più la frustrazione, in una spirale di crescente odio che, infine, avvolge e danneggia solo la Lazio.

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