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Autore Topic: È la Lazio dei laziali: da Nesta a Valentino, Romagnoli cuore Nord  (Letto 74 volte)

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di Marco Ercole

Ecco il difensore che aspettava questo momento da bambino ma trovò la Roma. E ora sogna

ROMA - Innamorato del pallone e con il sogno di diventare un giorno un calciatore. Potrebbero sembrare la storia e l'ambizione di un bambino come tanti, quelle di Alessio Romagnoli. Solo che lui è uno di quei casi da "Uno su mille" (tenendosi stretti con la proporzione), che con il lavoro e la dedizione è riuscito a raggiungere il suo obiettivo. Un viaggio nato in tenerissima età, quando i genitori Giulio e Gianna lo iscrissero, praticamente in contemporanea, all’asilo e alla scuola calcio del San Giacomo Nettuno. È stata la prima esperienza su un campo da calcio per quel bambino nato ad Anzio, che sin da allora dava l'impressione di avere quel qualcosa in più. Una statura maggiore rispetto alla norma, con una buona tecnica e una personalità forte, inusuale per quell'età.  


Romagnoli e il provino con la Roma

Veniva impiegato a centrocampo, poi si rese conto che gli dava una certa soddisfazione rubare il pallone agli avversari, magari in tackle come il suo idolo, Alessandro Nesta. In ogni caso, a prescindere dalla zona di campo occupata, faceva la differenza. Tanto che Bruno Conti, nettunense, lo notò e lo invitò insieme ad altri suo compagni di squadra per un provino con la Roma. Aveva 10 anni, Alessio, quando salì a bordo di quel pulmino guidato dall'allora ds della polisportiva locale Giuseppe D'Agostino (papà dell'ex calciatore Gaetano) per andare a Trigoria. Insieme a loro c'erano pure altri tre bambini, Piovesana, Casaldi e Salvini. Quest'ultimo e Romagnoli furono i soli ad essere presi nel settore giovanile giallorosso. E lui accettò, ci mancherebbe. L'occasione era troppo importante anche per un laziale sfegatato, che la domenica andava in Curva Nord con lo zio. La passione doveva essere messa da parte, custodita gelosamente e, nel suo caso, anche nascosta.


Il rapporto con Zeman

Così, dopo aver vissuto tutte le categorie giovanili della Roma da sotto età (praticamente non è mai capitato che giocasse nella sua fascia di riferimento), venne notato in Primavera da Walter Sabatini, che propose a Zdenek Zeman di promuoverlo. E il boemo, che non è esattamente il prototipo di allenatore che promuove qualcuno tanto per farlo, non solo lo fece salire in prima squadra, ma gli regalò anche l'esordio in Serie A il 22 dicembre 2012, quando ancora non era nemmeno maggiorenne. Aveva apprezzato la professionalità, la duttilità e l'umiltà di quel ragazzo, che in allenamento ascoltava i consigli di Burdisso (l'argentino lo aveva preso sotto la sua ala protettiva) e nel tempo libero era rimasto sempre lo stesso: ascoltava la musica rap, giocava alla PlayStation con gli amici d'infanzia e si divertiva a vedere in televisione film d'azione, partite di tennis e di basket. Un premio meritato, insomma, e un debutto che arrivò con la maglia numero 46 sulle spalle, scelta in onore di Valentino Rossi, uno dei suoi miti.


L'idolo Nesta

Ne aveva scelto uno nell'ambito dei motori, Romagnoli, aggirando così il "problema" di dover giustificare quello vero, tenuto segreto anche l'anno successivo, quando Rudi Garcia nel finale di stagione iniziò a dargli sempre più fiducia, impiegandolo da terzino sinistro, e in quello dopo ancora in prestito alla Sampdoria, quando invece indossò la numero 5. Poi, una volta staccato il cordone ombelicale dalla Roma, è potuto uscire allo scoperto e prendere quel 13 che fu di Alessandro Nesta, il suo vero punto di riferimento. Lo fece al Milan, con Sinisa Mihajlovic, un passato glorioso da calciatore nella Lazio, che dalla Samp lo volle anche in rossonero e lo lanciò con continuità. Al tempo stesso su internet iniziarono a circolare pure delle sue foto che lo ritraevano mentre indossava felice la maglia della Lazio. Seguirono delle reazioni scriteriate da parte di alcuni tifosi romanisti, con minacce scritte sui muri di Anzio. Esattamente quello che aveva cercato di evitare per quieto vivere negli anni precedenti, comportandosi sempre da professionista sul campo e mantenendo la sua fede calcistica chiusa nel suo cuore. Ora potrà finalmente aprire quel cassetto, unendo l'amore con la professione. Un tifoso che difende i colori della sua Lazio. Qualcosa che non capita così frequentemente. Altro che uno su mille.

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