Autore Topic: Mancini e Mihajlovic cambiarono la storia della Lazio  (Letto 75 volte)

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Mancini e Mihajlovic cambiarono la storia della Lazio
« : Sabato 17 Dicembre 2022, 08:01:48 »
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di Alberto Dalla Palma

Se n’è andato via proprio come aveva vissuto, dal primo all’ultimo giorno, lottando contro tutto e contro tutti e sempre senza paura. Sì, perché Sinisa non ha mai avuto paura di niente, non ha avuto paura delle bombe a Belgrado e di confessare che aveva dato del negro a Vieira, non ha avuto paura di una curva che lo sfidava e di una malattia che non lo aveva mai messo in ginocchio, fino a qualche ora fa. Stavolta ha dovuto affrontare un nemico che non si poteva schiacciare, è rimasto in trincea e lo ha combattuto a viso aperto, come faceva con gli avversari più veloci di lui, che Eriksson trasformò in un difensore capace di intuire prima che cosa avrebbe fatto il suo avversario. Non era rapido? E chissenefrega, spesso lo anticipava o addirittura lo spaventava, perché era un duro e non tutti avevano il coraggio di affrontarlo. Della Lazio era diventato un simbolo, un’icona, un’immagine vincente, anche se poi avrebbe scelto l’Inter per chiudere una carriera ricca di successi: fu invitato ad andarsene da Roma e il desiderio di seguire l’amico del cuore, Roby come lo chiamava lui, è stato più forte dell’amore per una squadra che gli era entrata nel cuore.

Ogni volta che Mihajlovic è tornato a Roma, è stato accolto come un grande amico, mai come un nemico. Sotto la Nord, a mani giunte, per ringraziare la sua gente che oggi lo ricorda come Maestrelli, come Chinaglia, come Bob Lovati e Re Cecconi, come Wilson, Pulici e Governato, come tutti i campioni scomparsi con la maglia biancoceleste sulla pelle. Sinisa era arrivato nell’estate del ‘98, qualche mese dopo il crollo della Lazio a Parigi, nella finalissima di Coppa Uefa contro l’Inter di Ronaldo. Fu proprio Mancini a suggerire prima a Eriksson e poi a Cragnotti l’acquisto del difensore della Samp, ancora prima di imporre l’arrivo di Simeone nell’operazione Vieri. «Non siamo cattivi, non abbiamo la mentalità per vincere, una Coppa Italia non può bastare: presidente, porti Sinisa a Roma".

Mihajlovic è stato un terzino della Roma, ma nessuno osò ricordare il suo passato perché Sinisa era già proiettato nel futuro. Aveva un carisma che ti conquistava. Sbruffone, ma dolcissimo. Cattivo, ma onesto. Coraggioso, ma anche antipatico: se non entravi in sintonia con lui, non potevi capire le sue provocazioni, i suoi messaggi, le sue pretese ma anche le sue concessioni. Sinisa era tutto e il contrario di tutto, nel bene e nel male. Era talmente testardo nella difesa delle proprie idee, da interrompere per oltre un anno anche l’amicizia con Mancini, che invece era e sarà il suo amico per sempre. Non si erano capiti: Sinisa aggrappato come sempre alla sua Arianna, Roberto lontano da Federica per una dolorosa scelta di vita. Si sono ritrovati quando è comparsa la malattia, ma già avevamo intuito tutti che si sarebbero riabbracciati, come a Genova, come a Roma e come a Milano. Sempre l’uno accanto all’altro: Mihajlovic, in campo, per Roby era diventato un nuovo Vialli perché per vincere non bastava il talento, serviva qualcosa che non tutti i giocatori possiedono. Proprio per questo Mancini lo aveva consigliato alla Lazio, dove Sinisa diventò un comandante. C’era il clan dei sampdoriani e c’era il clan degli argentini, nella squadra con cui Mihajlovic ha vinto uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, 2 Coppe Italia e due Supercoppe scrivendo pagine indimenticabili della storia biancoceleste: ricordava la Lazio del ‘74 per gli umori e per gli amori.

C’erano moltissimi campioni di cui potevano innamorarsi i bambini che andavano accompagnati dai genitori allo stadio. Di Padre in Figlio per sempre, ricordò Pino Wilson nella storica notte in cui riempì lo stadio Olimpico riunendo generazioni di laziali vincenti e perdenti: e non sapete quanti amavano, tra quei bambini, uno come Sinisa, che quando sorrideva senza sfidarti diventava tenero e irresistibile. Ti poteva regalare una maglia all’improvviso (rigorosamente la numero 11), oppure incazzarsi perché non credevi al suo pensiero. Nello stadio del Chelsea, lo Stamford Bridge, Mihajlovic segnò un gol storico, regalando alla Lazio una vittoria indelebile; il 13 dicembre del 1998 realizzò tre gol consecutivi su punizione contro la sua vecchia Samp, conquistando un record storico e forse imbattibile in eterno. Ma Sinisa ha anche calpestato Mutu e offeso Vieira, ha minacciato Nedved e consigliato a Boskov di lanciare Francesco Totti, con cui si sarebbe ritrovato nella Questura di San Vitale nella notte in cui il derby del 2004 venne sospeso per questioni di ordine pubblico: erano i capitani della Lazio e della Roma e dovevano rivelare i contenuti dei loro colloqui con gli ultrà in mezzo al campo. Mihajlovic era un angelo e anche un diavolo, ma non abbastanza cattivo da battere l’ultimo nemico, talmente infame da non sfidarlo pubblicamente: altrimenti avrebbe vinto Sinisa.

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