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Un tocco maldestro del difensore laziale spiana la strada ai ragazzi di Chivu, con il capitano che poi mette il sigillo Chivu batte 2-0 la Lazio, vince la decima Coppa Italia ed entra nella storia dell’Inter in giacca scura e scarpe bianche: “doblete”. L’ultimo a riuscirsi era stato San José nell’anno del Triplete, al secondo anno del suo viaggio. Cristian ce l'ha fatta al primo colpo. In un Olimpico strapieno - e con due coreografie di livello nel prepartita- decidono un'autorete di Marusic e il solito capitan Lautaro, arrivato a 23 gol stagionali. L’operazione rinascita, iniziata sul prato dell’Allianz dopo aver incassato cinque schiaffi in finale di Champions, si è conclusa così, all’Olimpico di Roma e contro quella stessa Lazio che l’anno scorso tolse lo scudetto dalle mani di Inzaghi per consegnarlo a Conte.
Venti minuti per prendersi la Coppa senza faticare. L’Inter l’ha vinta sfruttando un erroraccio e mezzo della banda Sarri. Al 13’ il primo graffio: solito piazzato velenoso di Dimarco - 21 degli 85 gol in Serie A sono arrivati così… - e autogol di Marusic su spizzata di Thuram. Il terzino laziale, stralunato, se la butta dentro da solo. Il raddoppio dell’Inter è in una domanda: come si dice “grazie” in olandese? Al 35’ Tavares s’addormenta e Dumfries gli sfila la sfera. Il cross, facile facile, arriva sul destro di Lautaro, che può solo appoggiarla in porta. Terzo gol in finale di coppa dopo i due rifilati alla Fiorentina nel 2023.
la chiave: divario— Consiglio a chi non ha visto la partita ed è a caccia di informazioni: se cercate lo spettacolo, guardate al Foro Italico. Partita “bruttina”, diversi falli, gioco spezzettato, pugni di errori tecnici, nel finale anche una zuffa per un’entrata evitabile di Pedro su Dimarco. L’Inter l’ha vinta senza sporcarsi le mani e senza neanche sfoderare alcuni dei suoi biglietti da visita più belli, come l'aggressione sfrenata e i fraseggi stretti. Ha vinto anche grazie a due errori individuali da matita blu. La Lazio, tattica alla mano, non s’è difesa neanche male: 4-5-1 in fase di non possesso con licenza di andare a prendere i braccetti (Zaccani e Isaksen si sono alzati molto). La differenza l’ha fatta la qualità tecnica dei singoli. L’esempio è stata la regia. Da un lato Sucic, sempre coinvolto e sulla linea dei centrali in fase di costruzione, dall’altro Patric - mediano per necessità -, fuori a fine primo tempo dopo 45’ passati a gironzolare senza meta. La curiosità è che ha corso pure parecchio, ma alla fine, come diceva Zeman, “non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri”. L’Inter non ha rischiato nulla, poi. In fase di non possesso ha alzato il pressing costringendo la Lazio ad arretrare o a calciare lungo (Motta così così nei rinvii). Il secondo gol è nato così. Nella ripresa Luis Henrique s’è divorato il tris calciando a lato da buona posizione. E la Lazio? Una sola vera chance - sinistro di Dia al 76’ - neutralizzata da Martinez. Pochissimo per poterla riprendere.
inter è doblete— Poco da dire sull’Inter: vittoria meritata, ai limiti del netto, rischiando pochissimo e azzannando la sfida nel primo tempo. Il “doblete” è figlio di un’organizzazione tecnico tattica dove ognuno fa quello che deve senza sbavature. La Lazio dello squalificato Sarri invece, a cui restava solo la Coppa Italia per salvare la stagione ed entrare in Europa, non ha colmato il divario. Vincere contro questa Inter - 85 gol in campionato, 115 in stagione - sarebbe stata un’impresa da incorniciare. Nel derby - dall’orario ancora incerto -, i tifosi non entreranno. Oggi è stata un’eccezione. Prima della partita la curva ha teso la mano alla squadra con una coreografia di spessore. "Vien, sorridi a noi d'accanto, primogenita del sol”. È L’inno alla gioia di Beethoven. Ma non c’è niente da festeggiare.