Non intervengo a difesa dei vignettisti, perché sapranno farlo per conto loro. Del resto la materia - il diritto alla satira - è delicatissima e dire che, per gli incroci assurdi della storia, noi laziali ci siamo già finiti in mezzo, con la squadra schierata al derby del 2014 con una maglietta che solidarizzava con ... alcuni vignettisti, d'oltralpe nel caso specifico (Je suis Charlie), vittime di un brutale agguato ad opera di alcuni fanatici. Ricordate? Certo che lo ricordate.
Tuttavia credo che le due vignette incriminate, particolarmente dolorose per il tema e per il coinvolgimento emotivo dei tifosi laziali, tutti, non siano rivolte alla maggioranza dei tifosi laziali soprattutto quelli ben lontani dalle pulsioni razziste e anti-ebraici. Queste due vignette non lanciano una bomba nel mucchio dei tifosi laziali tutti, ma sono invece chirurgicamente indirizzate verso un preciso obiettivo e un distinto settore della curva. Verso quei tifosi, molto schierati politicamente, molto marcati culturalmente, per cui il ricorso all'uso dell'immagine dell'ebreo è sinonimo di insulto personale particolarmente efficace, perché l'ebreo - come tutti sanno – è nella rappresentazione storica deviata e deviante l'immagine di un avaro, di un mestatore, di un parassita, di un bugiardo, di un potenziale tiranno, di un corruttore sessuale, di tutto quello che si vuole e si immagina e utile per costruire e veicolare un insulto.
Questo è un problema culturale di certa gente, di un gruppo ristrettissimo, che è però capace di fare danni veri a livello mediatico per la nostra Lazio. Non è un problema che riguarda soltanto gli ultras, laziali, ma di cui ormai sembra che possano rivendicarne un brevetto esclusivo, visto che nella narrazione mediatica i tifosi laziali sono accusati di essere gli unici a usare queste tematiche di stampo razziale e antisemita (su questo terreno magai potrebbe insistere la società e il presidente, che è comunque titolare di una società di calcio, non delle responsabilità dell’umanità intera).
Sappiamo che tutto questo non è vero e non siamo finora riusciti a farlo capire al resto del mondo, ma quelle vignette “ripagano” con la stessa moneta chi ha avuto la “geniale” idea di accostare una bambina morta in un campo di concentramento con una maglietta di calcio, due realtà che più distanti non potrebbero essere. E dunque ecco la nuova maglia della Lazio ed ecco una porta di calcio con una particolare didascalia posta sopra la traversa. L’accostamento di temi dolorosi della storia al calcio di oggi: sembra pop art, ma non lo è, purtroppo.