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Autore Topic: Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?  (Letto 465 volte)

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Offline MCM

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Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« : Lunedì 22 Novembre 2021, 11:54:55 »
Il fondo KKR offre 50 centesimi per azione (ora quotate a 35 centesimi), lo Stato, che ha il 10% con Golden Share, ci fa sapere tramite il MEF che è una buona notizia.
Paradossalmente potrebbe saltare perché a far intendere il loro NIET sarebbero i Francesi di Vivendi, attualmente primi azionisti relativi con il 23% delle azioni.

A me sembra surreale ma magari mi sto perdendo qualcosa.

Qualcuno mi aiuta a capire?


Offline Er Matador

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #1 : Lunedì 22 Novembre 2021, 13:54:21 »
Non c'è niente da capire.
Draghi è lì per quello.

Offline Frusta

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #2 : Lunedì 22 Novembre 2021, 14:13:22 »
Al momento di marciare molti non sanno che alla loro testa marcia il nemico. La voce che li comanda è la voce del loro nemico. E chi parla del nemico è lui stesso il nemico.
(Bertold Brecht)

La marcia è iniziata nel 1981.
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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #3 : Lunedì 22 Novembre 2021, 14:46:28 »
Salvo il ventennio berlusconiano, i suppose.

Offline Frusta

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #4 : Lunedì 22 Novembre 2021, 14:58:45 »
Nell' 81 Berluscone ancora aveva addaveni'.
Diciamo che la demolizione è iniziata nel momento in cui lo Stato italiano ha ceduto ai mercati il potere di decidere i tassi d’interesse con cui poteva finanziare la spesa pubblica.
Da quel momento la Finanza ci tiene per le palle.
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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #5 : Lunedì 22 Novembre 2021, 17:02:47 »
Non intendevo il 1981. Qualche anno dopo.

Offline Frusta

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #6 : Lunedì 22 Novembre 2021, 17:52:36 »
Qualche anno dopo il danno era stato già fatto.
Semplicemente Berlusconi non aveva interessi a porvi rimedio, del resto credo che nemmeno volendo avrebbe potuto.
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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #7 : Lunedì 22 Novembre 2021, 21:23:03 »
La privatizzazione di Telecom inizia nel'94

Offline Frusta

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #8 : Martedì 23 Novembre 2021, 08:50:04 »
La privatizzazione della Telecom rappresenta solo un lotto della svendita dei gioielli di famiglia che fa seguito alla politica scellerata iniziata nel 1981.
Poi se vogliamo parlare esclusivamente della Telecom facciamolo, ma quella è solo la parte di un insieme più grosso.
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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #9 : Martedì 23 Novembre 2021, 08:57:09 »
Comunque adesso tutti a farsi le mejo pippe perché abbiamo come capo del governo il privatizzatore per eccellenza, cosa volete di più dalla vita?
...
Io un lucano.
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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #10 : Martedì 23 Novembre 2021, 12:14:07 »
non capisco... i gioielli, ovvero ENI, INA e ENEL, immagino, diventano S.p.A. nel 1992, cosa, esattamente, è stato privatizzato nel 1981?

Offline MCM

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #11 : Martedì 23 Novembre 2021, 13:45:07 »
Immagino si stesse riferendo al divorzio tra tesoro e Bankitalia.
Andreatta, Ciampi and co.

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #12 : Martedì 23 Novembre 2021, 14:01:05 »
Esatto, la catastrofe è iniziata lì.
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A me invece fa girare direttamente i coglioni.

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #13 : Martedì 23 Novembre 2021, 15:05:52 »
Qui un articoletto nemmeno troppo lungo sui fatti di allora.
Da "Democrazia vendesi" (Rizzoli, 2014)

(...) All’indomani della svalutazione del 1992 iniziano i nuovi saldi del patrimonio pubblico. Multinazionali angloamericane, ma anche francesi, arrivano in Italia per “fare shopping”: vanno in cerca di società, specialmente agroalimentari e di meccanica di precisione. Italgel, per esempio, viene aggiudicata alla Nestlè a 680 miliardi di lire contro una valutazione di 750. Ma anche i giganti italiani guadagnano dallo smembramento del patrimonio nazionale: il gruppo Benetton si aggiudica per 470 miliardi GS Autogrill che poi rivende ai francesi di Carrefour GS per 10 volte tanto. Poi fagocita la rete autostradale usando la leva finanziaria, si indebita per acquistarla e poi scarica il debito sulle autostrade, naturalmente si guarda bene dal vendere l’impresa perché genera proficui profitti, specialmente mantenendo la manutenzione a livelli bassissimi.

Vengono privatizzate totalmente Telecom, parzialmente Enel ed Eni. Molte di queste aziende, fino ad allora considerate all’estero concorrenti temibili, subito dopo l’acquisizione vengono smembrate o comunque messe in condizione di non nuocere. Dal 1992 al 2002 il Tesoro ha “effettuato direttamente operazioni di privatizzazione per un controvalore di circa 66,6 miliardi di euro.
A questa cifra vanno però aggiunte le privatizzazioni gestite dall’Iri (sempre sotto il coordinamento del Tesoro), per un controvalore di circa 56,4 miliardi di euro, le dismissioni realizzate dall’Eni (5,4 miliardi di euro) e la liquidazione dell’Efim (440 milioni di euro). Si tratta di cifre molto consistenti, da cui è facile intuire il valore e l’importanza dei beni venduti, o per meglio dire “svenduti“.

Per capire quanto valgono questi stessi beni che non ci appartengono più possiamo comparare gli incassi delle privatizzazioni con i valori attuali. Nel 1992 la cessione del 58% del Credito Italiano produce ricavi lordi per 930 milioni di euro, nel 2002 Unicredito Italiano capitalizza 26.593 milioni di euro. Tra il 1994 e il 1996 la cessione del 36,5% dell’Imi rese 1125 milioni di euro, le successive tre tranche, pari al 19% e al 6,9%, rispettivamente 619 e 258 milioni di euro, nel 2002 Imi-Sanpaolo capitalizza 16.941 milioni di euro. Un caso a parte è poi rappresentato dal Banco di Napoli: quel 60% che lo Stato vende alla Bnl per 32 milioni di euro (una volta ripulito delle perdite e dei crediti inesigibili con 6200 milioni di euro di denaro pubblico), è rivenduto dalla Bnl, a distanza di pochi anni, per 1000 milioni di euro. È anche vero che la BNL lo ha risanato completamente, ma la differenza tra i due valori è enorme.

In ogni caso perché questo risanamento non poteva avvenire per mano dello Stato? Perché chi lo dirigeva non era all’altezza? Non è così, e ce ne accorgeremo più avanti. Alle cifre di vendita da parte del Tesoro vanno aggiunte le commissioni per i collocatori di borsa, banche che compongono il sindacato di collocamento e altri consulenti, così come le spese di registrazione e listing sui mercati azionari, spese per adempimenti Consob, Sec eccetera. Questi costi nel corso degli anni sono diminuiti ma si aggirano comunque tra il 2% e il 3% dell’ammontare totale del ricavato. Una fetta consistente di questo denaro, circa l’1%, l’hanno poi incassata le maggiori investment bank anglosassoni, come J.P. Morgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Credit Suisse, First Boston, Merrill Lynch e così via, per la loro attività di consulenza. Il tutto senza ovviamente rischiare in proprio neanche un dollaro. E senza dover neppure sostenere una gara pubblica per l’affidamento dell’incarico.


La seconda fase del processo di privatizzazione riguarda invece le banche di diritto pubblico, e include la privatizzazione de facto della Banca d’Italia, i cui azionisti fino ad allora erano banche italiane di diritto pubblico. Dal 1992 la proprietà passa nelle mani di privati spesso addirittura esteri, che hanno rilevato quote sostanziose delle banche italiane come Bnp Paribas, Crédit Agricole, Banco Bilbao, Allianz eccetera. Il tutto in palese violazione dell’articolo 3 del vecchio statuto, sostituito soltanto nel 2006. Le conseguenze più importanti di questa decisione riguardano la creazione di moneta, che dalle mani dello Stato – cioè noi cittadini – passa a quelle di soggetti esteri.

A questi ultimi viene virtualmente ceduta una fetta della nostra sovranità nazionale. Chi produce il denaro è una casta di banchieri, anche stranieri, che ce lo presta a un tasso d’interesse variabile, a seconda della fiducia che il mercato ripone nei nostri confronti. E questo denaro viene creato dal nulla. Non c’è qualcosa di assurdo nel fatto che questa situazione sia considerata migliore e più moderna del vecchio modello dove Tesoro e Bankitalia appartenevano allo Stato? Com’è possibile che ci si fidi più di forze commerciali di mercato straniere che del nostro governo?

Completate le privatizzazioni comincia il gioco delle sedie: alcuni personaggi chiave lasciano il settore pubblico e vanno a lavorare per le grandi banche che hanno guidato la vendita del patrimonio nazionale sul mercato. Mario Draghi diventa vicepresidente della Goldman Sachs e Vittorio Grilli – ai tempi vicedirettore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni, viene assunto al Credit Suisse. Ma se costoro erano tanto bravi da essere chiamati dalle più grandi banche d’affari mondiali “i maghi della ristrutturazione delle imprese pubbliche”, allora perché non si sono rimboccati le maniche e queste metamorfosi le hanno fatte in casa, con gli stipendi dello Stato? (...)

P.s.
Per alcuni personaggi che ancora ci troviamo fra i coglioni ci vorrebbe una Norimberga, altro che "alte cariche" dello stato.
Per quelli passati a miglior vita una riesumazione del cadavere ed un sinodo alla Papa Formoso.

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Offline Fabio70rm

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #14 : Mercoledì 24 Novembre 2021, 13:53:51 »
Ho sentito diverse volte un Nobel per l'economia, non ricordo il nome purtroppo, dire che lo Stato moderno NON può e NON deve privatizzare i servizi e i beni.

Istruzione, Sanità, Trasporti, TeleComunicazioni, Infrastrutture (autostrade, ponti, strade etc.), terreno demaniale (foreste, parchi, ecosistemi naturali etc.), patrimonio artistico e naturalistico.

Sarà probabilmente scemo lui, a fronte di tutte le politiche che stanno facendo in Italia da molto tempo.
Polisportiva SS LAZIO, l'unica squadra a Roma che vince invece di chiacchierare!!

Offline Er Matador

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Re:Quindi ora vendiamo pure Telecom Italia?
« Risposta #15 : Mercoledì 24 Novembre 2021, 14:08:52 »
Ho sentito diverse volte un Nobel per l'economia, non ricordo il nome purtroppo, dire che lo Stato moderno NON può e NON deve privatizzare i servizi e i beni.

Istruzione, Sanità, Trasporti, TeleComunicazioni, Infrastrutture (autostrade, ponti, strade etc.), terreno demaniale (foreste, parchi, ecosistemi naturali etc.), patrimonio artistico e naturalistico.

Sarà probabilmente scemo lui, a fronte di tutte le politiche che stanno facendo in Italia da molto tempo.
Forse uno fra Joseph Stiglitz e Paul Krugman?